• Mar 11, 2024
  • 3 minutes

Pubblichiamo la quarta intervista di Matteo Finco e Alessandro Andrenacci sul tema della mobilità umana e giustizia globale.
Ripensare il concetto di cittadinanza, in funzione di un mondo che cambia, anzi, è già cambiato. É la proposta di Laura Zanfrini, professoressa all’Università Cattolica di Milano, utile per guardare ai fenomeni migratori con occhi diversi e per affrontare i problemi della convivenza fra culture ispirandosi a principi di giustizia e solidarietà.
La professoressa – che insegna Sociologia economica e del lavoro e Sociologia della convivenza interetnica – è il direttore scientifico della summer school, organizzata a Loreto, Confini. Mobilità umana e giustizia globale.
“In una società globale e globalizzata le biografie individuali e le opportunità di carriera si realizzano anche attraverso la mobilità geografica” dice Laura Zanfrini. “Questo è vero per i nostri giovani e a maggior ragione per gli abitanti della cosiddetta periferia del mondo, che spesso vedono nella possibilità di spostarsi l’unica chance concreta per creare prospettive migliori per i propri figli. Al tempo stesso constatiamo che non solo il diritto a migrare, ma proprio il diritto a muoversi è distribuito in maniera asimmetrica, per cui i cittadini del primo mondo hanno la massima libertà di spostarsi, mentre questo diritto è molto vincolato quando si tratta di persone che provengono da Paese a forte pressione migratoria. Una delle ragioni è che spesso la politica dei visti è usata come strumento di contrasto all’immigrazione. Così si crea una grande sperequazione a livello globale”.
Allora è l’idea che abbiamo della cittadinanza a dover essere ripensata nella società globalizzata: oggi è legata indissolubilmente al territorio, in un mondo dove i confini fra le nazioni tendono spesso ad avere sempre meno importanza. “Molti intellettuali – continua – stanno portando avanti questa idea: che la cittadinanza dovrebbe essere progressivamente deterritorializzata. É una bella prospettiva dal punto di vista teorico, che incontra forti ostacoli nella traduzione pratica, ma alcuni segnali ci sono. Pensiamo ai Paesi democratici, che riconosco alcuni diritti ai non-cittadini: per esempio i bambini, che sono tutelati, hanno il diritto di andare a scuola, di essere assistiti e curati. Ci sono alcune brecce di questo tipo che vanno smantellando quell’idea forte di cittadinanza ancorata all’appartenenza ad una nazione”.
Ma se le classiche appartenenze forti in molti casi perdono consistenza, oggi il bisogno di identità emerge in altre forme. E i migranti spesso vengono scelti come capri espiatori sui quali concentrare il peso e le responsabilità di ciò che non funziona. In realtà, continua la professoressa, “i partiti e i movimenti di opinione xenofobi raramente raggiungono consensi elevati e le argomentazioni a cui fanno riferimento riguardano la concorrenza che gli immigrati esercitano sul mercato del lavoro e nell’accesso ai servizi. Da questo punto di vista si contrastano governando meglio il mercato del lavoro, perché l’immigrato diventa un concorrente sleale quando è discriminato, non quando è trattato alla pari di un lavoratore locale, ed anche investendo di più nelle politiche sociali per le fasce deboli”. Più insidiose dei movimenti xenofobi sono quelle forme che gli studiosi definiscono “di discriminazione istituzionale, iscritte nel funzionamento normale di una società, spesso inconsapevoli, ma che in realtà producono molte più disuguaglianze e discriminazioni effettive. Ad esempio la scuola, che formalmente dovrebbe sostenere maggiormente i bambini e i ragazzi che provengono da famiglie più fragili culturalmente. In realtà sappiamo che un po’ in tutti i Paesi il sistema scolastico tende a riprodurre le disuguaglianze sociali, per cui è molto più probabile che riesca a raggiungere la laurea il figlio di un laureato che quello di un immigrato. I genitori sono socialmente e culturalmente fragili e non riescono a sostenerli come fanno i genitori di altre componenti della popolazione. Sono questi i fenomeni più diffusi e più da tenere sotto controllo”.

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Pubblichiamo la terza di quattro interviste di Matteo Finco e Alessandro Andrenacci sul tema della mobilità umana e giustizia globale. Intervista a Fabio Baggio: sacerdote della Congregazione dei Missionari di San Carlo, direttore dello Sclabrini Migration Center, Manila, Filippine. Professore alla “Pontificia Universitas Urbaniana”Roma, Italia e Professore alla Mayhill School of Thology, Manila, Filippine Cercando di focalizzare l’attenzione sul sud-est asiatico, come vengono gestiti i flussi migratori? Il sistema che vige nei paesi del sud-est asiatico prevede politiche che mirano a programmi temporanei di lavoro. I migranti sono lavoratori che rimangono nei paesi tre, quattro, al massimo 5 anni: la loro permanenza è legata ad un contratto, al termine del quale devono ritornare nel proprio paese. Ma quando si parla di figure altamente professionali, che possono contribuire al panorama culturale, e allo sviluppo del paese allora il trattamento è diverso: si aprono corridoi preferenziali. Al contrario, per quelli che occupano posti non qualificati e svolgono lavori poco apprezzati,  viene attivata una mobilità-fluidità migratoria che deve durare qualche anno. A loro non sono riservate possibilità di inserimento, di integrazione, non c’è ricongiungimento familiare, non c’è riconoscimento di tutti i diritti. Oltre ciò parlando di discriminazione è importante tenere da conto la struttura delle società delle nazioni del sud-est asiatico: le classi sociali sono molto contraddistinte, quindi il fatto di appartenere ad un élite è già di per sé un privilegio. Io riguardo a queste politiche avrei delle forti riserve perché trovo che sia una grave violazione dei diritti umani trattare le persone in modo diverso tenendo conto solo delle loro capacità professionali. Confrontando i paesi industrializzati del sud-est asiatico con quelli europei, in merito alla violazione dei diritti umani si possono riscontrare delle similitudini? Devo dire che quando ero a Manila ho ricevuto parecchie visite di rappresentanti sindacali e di associazioni di imprenditori europei i quali erano interessati a copiare il modello di gestione dei flussi migratori del sud-est asiatico. Considerando l’importanza del rispetto dei diritti umani che caratterizza il pensiero “europeo”, mi ha al quanto sorpreso che si venisse a copiare un modello che dal mio punto di vista è al quanto falsato. Quando ho sentito e ho letto i proclami fatti sulla  blu card (che prevede per i lavoratori extraeuropei altamente qualificati delle agevolazioni) ho pensato che si volesse riproporre il modello vigente negli ultimi 10 anni nel sud-est asiatico cercando di giustificare questa palese violazione di tutti i diritti. Tutto ciò rischia di far passare il messaggio di considerare più pericolosi i migranti che svolgono i lavori di “manovalanza”; di conseguenza si tende a dare più libertà di movimento e un riconoscimento più ampio possibile di diritti ai lavoratori altamente qualificati. Ci spiega brevemente il progetto MAPID? [MAPID: Migrant’s Associations and Philipine Institutions for Development, realizzato dallo Scalabrini Migration Center di Manila, la Commission on Filipinos Overseas, l’università di Valencia e la Fondazione ISMU di Milano, nell’ambito del programma comunitario Aeneas.] Le Filippine sono il paese del sud-est asiatico di maggiore esportazione di manodopera verso tutto il mondo perciò tutti vengono a copiare questo modello. Ci siamo accorti che negli ultimi 40 anni i cambiamenti economici e sociali interni alle Filippine riguardano solo una determinata classe sociale, mentre la maggior parte della popolazione sembra ferma se non peggiorata. La nostra proposta, come centro studi, è stata quella di capire quali erano i problemi e quali le possibile strade da percorrere. Il progetto MAPID si propone come una ricerca volta alla semplificazione delle dinamiche che non stanno funzionando nei processi migratori: abbiamo scelto Italia e Spagna come aree di ricerca, perché i nostri partners sono qui e perché i fondi sono europei. Nel primo anno ci siamo concentrati sulla ricerca cercando di capire quali sono le lacune, quali falle ha questo sistema dotato di una grande potenzialità: 17 miliardi di dollari di rimesse, una quantità incalcolabile di skills, di nuove competenze che vengono acquisite all’estero e mai riversate nelle Filippine. Si parla di grandi capitali investiti dai migranti che comunque non sembrano cambiare una realtà filippina che, nonostante i problemi di popolamento, dovrebbe comunque svilupparsi. Noi abbiamo pensato di concentrare i nostri sforzi sullo studio dell’apporto filantropico e sugli investimenti provenienti dall’estero fatti da emigrati filippini in collaborazione con le associazioni presenti sul territorio, nel nostro caso in Italia e in Spagna, che vogliono impegnarsi in progetti di sviluppo nelle Filippine. Abbiamo fatto una mappatura delle associazioni, le abbiamo preparate e stiamo capacitando i quadri in modo che loro siano agenti di sviluppo nel proprio paese attingendo ai fondi non propri ma messi a disposizione dai paesi ricettori. E’ importante capire perché i flussi migratori non vanno di pari passo con uno sviluppo interno. Questo fa in modo che i nuovi progetti si possano esprimere nella loro completezza e i beneficiari possano essere tutta la popolazione in modo omogeneo. Ad una analisi più attenta si è potuto constatare che le ingenti somme di denaro che rientrano in termini di rimesse, vengono reinvestite nell’istruzione privata, a maneggio di pochi o a favore di gente che risponde ad una determinata fede; gli investimenti privati vengono fatti in strutture (come centri commerciali) di proprietà delle solite famiglie. Nell’ultimo anno è stato appurato che il gap e la disuguaglianza sociale sono aumentate: i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

  • 11 Marzo 2024
  • 3 minutes

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