• Mar 11, 2024
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In Italia la partecipazione ad attività di volontariato è in crescita. Secondo i dati Istat, in poco meno di 20 anni la percentuale di persone che si dedicano al volontariato è passata dal 6,9% al 10%. Nel 2011, secondo le stime dell’Istituto di statistica, sono più di 5 milioni gli italiani che hanno svolto una qualche attività gratuita presso un’associazione di volontariato. Inoltre, secondo una ricerca pubblicata nel 2011 (“La valorizzazione economica del lavoro volontario nel settore non profit” di Istat e Cnel) il valore economico delle attività volontarie in Italia è pari a quasi a 8 miliardi di euro.

L’incremento della quota di persone che svolgono attività di volontariato ha riguardato soprattutto alcune fasce d’età: i giovani e gli anziani. Gli over sessantenni sono aumentati, dal 1993 al 2011, di oltre 7 punti percentuali, i giovani di oltre 3 punti percentuali, con picchi di 6 punti per i 18-19enni. Le altre fasce hanno registrato aumenti, ma più contenuti.
A livello territoriale, gli abitanti del Nord-Est sono i più sensibili alle tematiche del volontariato. È questa la zona d’Italia dove si regista la percentuale più alta sia di persone che hanno svolto attività gratuita per una qualche associazione di volontariato, sia di quelle che hanno versato del denaro a favore di istituti o enti no profit. Inoltre è sempre qui che nel 2011 si è registrato il numero più alto di donazioni di sangue ogni 1000 abitanti.
Nonostante i dati Istat illustrino un trend positivo, nel confronto internazionale l’Italia si colloca in fondo alla classifica. Secondo uno studio commissionato dall’Unione Europea, il nostro paese, con Bulgaria, Grecia e Lituania, fa parte del gruppo di nazioni europee caratterizzate da una bassa partecipazione al volontariato. Le percentuali per questi paesi, fanalino di coda, sono pari o al di sotto del 10%. Valori dunque ben più bassi di quelli registrati, ad esempio, da Olanda, Austria, Svezia o Regno Unito dove la partecipazione supera il 40%.
via Il volontariato in Italia.

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Nella classifica stilata da Transparency International, il regno alawita retrocede all’88° posizione, con l’ong che accusa il governo di “incapacità e fallimento”. Malversazione, clientelismo, racket e estorsioni continuano a trovare terreno fertile in Marocco. Si tratta di un fenomeno “endemico”, secondo quanto stipulato dall’indice di percezione della corruzione proposto da Transparency International (TI). Un fenomeno che interessa tutti i settori e le classi sociali – seppur con gradi e implicazioni diverse – in costante aumento nell’ultimo decennio. Fino alla fine degli anni Novanta, infatti, nella classifica stilata dalla ong tedesca il regno alawita si attestava su livelli più decorosi, prima di scivolare all’88° posto attuale, dietro alla Tunisia (75°) ma davanti alla vicina Algeria (105°; per inciso l’Italia non è messa poi tanto meglio con il suo 72° posto). Questo perché, secondo TI, gli esecutivi che si sono succeduti non hanno adottato alcuna misura concreta per combattere una “piaga che minaccia la coesione sociale e la salute dell’economia”, a dispetto di un sensibile accrescimento di investimenti e capitali (nazionali e stranieri) in circolazione sul territorio. A migliorare la situazione non sono servite le lunghe proteste di piazza del 2011, l’anno delle “primavere”, durante il quale il Movimento 20 febbraio aveva puntato il dito proprio contro la corruzione (largamente) diffusa nelle amministrazioni, nei centri di potere a tutti i livelli e nei circoli di Palazzo che controllano l’economia del paese, chiedendo la fine dell’impunità per i responsabili dei grandi scandali finanziari (ad esempio il primo ministro di allora Abbas El Fassi coinvolto nell’affaire Annajat). Non sono servite nemmeno le “riforme”, seguite alle contestazioni, e l’elezione di un nuovo governo di marca islamista. La costituzione voluta dal sovrano approvata un anno e mezzo fa doveva assicurare una svolta nella direzione della bonne gouvernance e del riequilibrio dei poteri, ma così non è stato. L’articolo 36 del nuovo testo vieta espressamente il “traffico di influenze e l’abuso di potere”, un reato punito dai 2 ai 5 anni di carcere dal codice penale. L’articolo 166 istituisce un consiglio della concorrenza e il 167 prevede la creazione di una istanza nazionale di moralità per la lotta alla corruzione, l’ICPC (Instance centrale de la prévention de la corruption). Ma la teoria e la pratica fanno fatica a conciliarsi – spiega il giornalista Ahmed Benchemsi dalle colonne di Le Monde – in un paese “minato dai conflitti di interesse (…) dove i poteri forti godono della complicità delle autorità elette e viceversa”. viaLa corruzione in Marocco? “E’ un metodo di gouvernance”.

  • 11 Marzo 2024
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Il Rapporto su: “Come usare la spesa pubblica per i diritti, l’ambiente, la pace”,  186 pagine di proposte, analisi, soluzioni e idee concrete per uscire dalla crisi salvaguardando i diritti – oltre ad analizzare criticamente le politiche del governo italiano e di Unione e Commissione europea – formula ben 94 proposte specifiche e dettagliate (in una “manovra” da 29 miliardi di euro) sia per le entrate e per le uscite, che per le riduzioni della spesa pubblica come gli stanziamenti per la Difesa o le “grandi opere”.

La filosofia del Rapporto di quest’anno è opposta a quella delle politiche neoliberiste e di “austerity”: per fronteggiare la crisi bisogna investire nel rilancio dell’economia, nella redistribuzione della ricchezza e in un nuovo modello di sviluppo sostenibile e di qualità. Per far crescere la torta bisogna prima fare delle fette più eque per tutti. È ora che i mercati finanziari, i rentiers e le banche si facciano da parte. Per Sbilanciamoci! cambiare rotta si può e si deve. Basta con il neoliberismo, basta con le politiche di austerity, basta con la subalternità ai mercati finanziari, basta con una politica economica che sta aumentando le sofferenze sociali e accentuando la depressione e la recessione dell’economia reale. Il “cambio di rotta” di Sbilanciamoci! consiste, dunque, nell’uscire dalla crisi in un modo diverso da quello con cui ci si è entrati. Serve un modello di sviluppo in cui, alcune merci, consumi, pratiche economiche siano giustamente condannate alla decrescita (il consumo di suolo, la mobilità privata, la siderurgia inquinante) e altre siano invece destinate a crescere; quelle di un’economia diversa che abbia tre pilastri: la sostenibilità sociale e ambientale; diritti di cittadinanza, del lavoro, del welfare degni di un paese civile; la conoscenza come architrave di un sistema di istruzione e di formazione capace di far crescere il paese con l’innovazione e la qualità. via14° Rapporto sulla spesa pubblica…la Controfinanziaria 2013 | Sbilanciamoci! – La Campagna.

  • 11 Marzo 2024
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