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  • Mar 11, 2024
  • 3 minutes

L’Islam viene spesso ridotto in Occidente a pochi stereotipi, e così sfugge a volte il dato che solo il 20% dei fedeli musulmani nel mondo sono arabi, mentre la maggioranza si trova invece nei paesi asiatici, Indonesia e Paesi del subcontinente indiano in testa. Sfatare luoghi comuni, colmare lacune nella letteratura sui Paesi asiatici musulmani: questi gli obiettivi dei due volumi presentati a Roma il 21 febbraio scorso presso il Pontificio istituto di studi arabi e d’islamistica (Pisai), di Paolo Nicelli e Francesco Zannini. Intitolati rispettivamente L’Islam nel sud-est asiatico (2007, pp. 288, €16), e L’Islam nel cuore dell’Asia – Dal Caucaso alla Thailandia (2007, pp. 260, €15), sono entrambi a cura delle Edizioni Lavoro, casa editrice della Cisl.

Nella tavola rotonda tenuta dagli autori assieme a Miguel Guixot del Pisai ed Emanuele Giordana, direttore di “Lettera 22”, si è messa in evidenza soprattutto la grande varietà di modi di vivere e di praticare l’Islam nei diversi Paesi dell’Asia musulmana. Il professor Zannini si è soffermato innanzitutto sull’Afghanistan, Paese lontano da noi geograficamente, ma che le vicende del terrorismo e delle missioni di pace hanno portato alla ribalta della cronaca mondiale. In Afghanistan, ha sottolineato Zannini, si fronteggiano due visioni dell’Islam distinte e contrapposte: quella tradizionalista, e quella integralista-fondamentalista. Il paradosso, evidenziato dal docente di arabo e islamistica, che ha vissuto per oltre un quindicennio nel subcontinente indiano, è che tra le due, quella integralista è la più “occidentale”, nel senso che i talebani fanno della religione una ideologia, una dottrina di legittimazione per la lotta politica e il mantenimento del potere, e ciò è molto occidentale.

E’ possibile, dunque, parlare di Islam come fattore socio-culturale unificante per l’Afghanistan? Sì e no, è la duplice risposta di Zannini. Sì, perché c’è un modo di praticare l’Islam nel quotidiano, comune alla maggioranza della popolazione afghana, in particolare un “afflato afghano del sufismo”. No, perché qui, più che in altre nazioni asiatiche, molto forte è ancora l’elemento tribale, e le varie tribù che ancora oggi si spartiscono l’Afghanistan si differenziano anche per la visione socio-politica dell’Islam. Questo ha radici storiche: se i musulmani del subcontinente asiatico hanno conosciuto, anche per contrapposizione, l’elemento unificante della colonizzazione britannica, e sono stati abituati a confrontarsi con le altre fedi e culture, ciò non è avvenuto in Afghanistan: il Paese ha saputo resistere fieramente nei secoli alle dominazioni straniere, ma soffre oggi di mancanza di “anticorpi” per rapportarsi alla globalità e alla modernità.

Tutt’altra storia quella della Malesia, raccontata da padre Paolo Nicelli, docente universitario e missionario del Pontificio istituto missioni estere in Asia. Com’è arrivato l’Islam nel sud-est asiatico, e in particolare in Malesia, dove oggi rappresenta il credo di circa il 60% della popolazione? L’intervento di Nicelli ha ripercorso la progressiva penetrazione della fede musulmana in questo Paese, nei primi secoli dopo l’anno 1000, attraverso l’arrivo di mercanti-missionari, soprattutto dal subcontinente indiano, che qui stabilirono basi commerciali e rapporti con la popolazione locale. Fu questa la fase di proposizione, e non di imposizione, della religione islamica. Poi, attorno al XIV secolo, iniziarono le prime conversioni di regnanti locali, e i mercanti-missionari acquisirono anche la funzione di consiglieri politici dei sovrani neo-convertiti.

Si assiste allora alla fase di istituzionalizzazione dell’Islam, in cui alle guerre di espansione dei regni musulmani si accompagna l’islamizzazione delle popolazioni conquistate, in un momento di crisi delle altre fedi e dei regimi ad esse legati. E che cos’è che, alla fine, provoca la conversione di massa al nuovo credo? Padre Nicelli è convinto che la risposta è da cercarsi innanzitutto nelle caratteristiche della fede musulmana in sé, oltre che nelle problematiche politiche, sociali ed economiche. L’Islam ha apportato ai Paesi asiatici, come Malesia e Indonesia, una dimensione unificante ed universalistica, permettendogli di relazionarsi efficacemente all’internazionalità.

Guai dunque ad immaginare l’Islam come un qualcosa di monolitico: in ogni nazione si assiste a differenti e problematiche combinazioni tra etnia e religione, tra fede e diritto, e in praticamente ogni Paese musulmano esiste un rapporto conflittuale tra minoranze integraliste e maggioranze moderate. Spesso sono le ultime che sopportano le conseguenze nefaste delle azioni delle prime, ed avvertono con disagio anche la crescente criminalizzazione della loro religione da parte dei non-musulmani.

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A 20 mesi dal suo inizio, il progetto Safe Journey si avvicina alla conclusione: la scadenza è infatti fissata per il 31 luglio 2022. Un progetto ambizioso cofinanziato dall’UE e messo in atto dall’associazione Progettomondo in collaborazione con ISCOS Marche, FAMSI e ANOLF Piemonte in Marocco, nelle zone di intervento Beni Mellal-Khénifra, Casablanca-Settat,  Tanger-Tétouan e Marrakech-Safi, che si prefiggeva tre obiettivi: sensibilizzare l’opinione pubblica tramite le testimonianze di chi ha vissuto in prima persona l’immigrazione irregolare, promuovendo di conseguenza la migrazione regolare; informare la popolazione locale e in particolare la popolazione attiva, come i giovani che dovranno presto interfacciarsi con il mondo del lavoro o uomini e donne in situazioni di disoccupazione, delle opportunità lavorative o di studio offerte sul territorio; e infine rafforzare la cooperazione con i principali stakeholders al fine di rendere la comunicazione, già messa in atto attraverso piattaforme social o siti web, efficace e duratura nel tempo.
Come da prassi, prima della conclusione del progetto, le associazioni coinvolte e presenti in loco hanno organizzato una conferenza a Casablanca il 19 luglio del 2022, per discutere dei risultati e degli obiettivi raggiunti durante tutta la durata del progetto. I relatori, durante l’evento, si sono espressi in modo più che entusiasta per quanto riguarda il rateo obiettivi prefissati/risultati raggiunti dall’iniziativa.

In foto i relatori durante l’evento discutono di ciò che è stato fatto durante i 20 mesi di attività.

Uno dei principali punti di svolta che hanno permesso alle associazioni di raggiungere determinati obiettivi è stato il realizzare, sin dalle prime settimane di avvio, la quasi totale mancanza di mezzi informativi relativi a modalità regolari di emigrare. La popolazione, sia per motivi sociali che economici, non ha mai ricevuto gli adeguati strumenti per rivolgere le proprie attenzioni ai metodi alternativi di migrazione. Questo ha portato alla creazione, seppure inconscia, di un bias il quale tende a far credere che non ci siano altri metodi più sicuri (sia per il significato letterale di sicurezza che per quello economico-culturale) e meno problematici, e di conseguenza un flusso migratorio incontrollabile e dannoso sia per chi emigra sia per i paesi in cui si emigra.

Il cartello utilizzato per pubblicizzare l’evento

Un altro punto vincente del progetto è stato quello di riuscire a dare voce a tutte quelle persone che hanno intrapreso un viaggio per migrare irregolarmente dal proprio paese ai vicini paesi europei ed evidenziare gli aspetti di necessità e non di libera scelta (per le donne in particolare) che spingono le persone a compiere queste difficilissime scelte. Alcune testimonianze hanno reso noto che non solo il viaggio in sé è estenuante e al limite della sopportazione psico-fisica, ma i migranti hanno subito percosse anche nei campi agricoli in Spagna dopo il loro arrivo. Il paese che avrebbe dovuto essere più civilizzato, più sviluppato, il paese che avrebbe dovuto accoglierli e avviare programmi di reinserimento culturale e lavorativo, ha invece scelto di tradire la fiducia e la dignità di centinaia di esseri umani. 

Il lavoro fatto, nonostante le enormi difficoltà, è stato ricco di soddisfazioni  e ben coordinato: almeno in parte, infatti,  il progetto è riuscito a cambiare la narrazione spesso derivata dalla disinformazione che circonda l’immaginario dell’immigrazione, tramite la molteplicità e l’intelligente sfruttamento dei vari canali di comunicazione disponibili. E’ emersa dunque la fondamentale necessità di rendere la mobilità un diritto, per renderla più efficace e rispettosa dei diritti degli esseri umani. 

Oltre a ciò, i partenariati con gli attori locali hanno permesso di potenziare il raggio d’azione e l’efficacia delle azioni del progetto, gettando le basi per la sostenibilità temporale delle stesse.

Grazie all’impegno, alla forza di volontà e alla dedizione dei volontari, il Marocco, 20 mesi dopo, è un paese più conscio delle proprie possibilità, dei propri diritti, della propria dignità e della propria rilevanza. A nessun essere umano, in nessuna circostanza andrebbe negato l’aiuto: è grazie a queste coraggiose persone e alle associazioni ben organizzate che nel tempo, prima o poi, saremo in grado di guardarci negli occhi, ogni popolo, ogni persona, senza avere paura e risolvere i problemi tramite il confronto e la fiducia, invece che con l’odio e la repulsione.

I partecipanti all’evento si riuniscono per una foto finale

  • 11 Marzo 2024
  • 3 minutes
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Dal 19 al 24 MAGGIO 2008 ci sarà la visita studio nella regione Marche di una delegazione di sindacaliste albanesi. Questa visita di studio rientra nel progetto di ISCOS Marche per il sostegno al sindacato albanese.
Nel corso della visita ci saranno incontri con esponenti della FEMCA CISL Marche, con gli assessori al Lavoro, Prof. Ugo Ascoli, e alle pari opportunità, Loredana Pistelli, e con gli imprenditori.
La delegazione è composta da, Natasha Sholla, Hatixhe Borici, Hiqmete Daja per il sindacato BSPSH, e da Luljeta Resuli, Neriana Zaimi, Siena Dore per il KSSH.
Di seguito il programma dettagliato degli incontri della visita.

20 maggio – martedì (presso Sede UST CISL Ancona)
ore 9,00: Seminario “Storia del distretto industriale dell’abbigliamento nelle Marche e nella provincia di Ancona. Il lavoro delle donne” – (relatore: Stefano Mastrovincenzo)

ore 11,00: Seminario “Analisi dei livelli e dei contenuti della Contrattazione” (FEMCA – Sciore Mimmo – Daniele Paolinelli)

ore 15,00: Le politiche di reclutamento (FEMCA – Sciore Mimmo – Daniele Paolinelli)

ore 17,00: Reclutamento e sistema dei servizi (relatore: Paolo Santini)

21 maggio – mercoledì (Filottrano)
ore 9,30: Incontro con delegate della FEMCA: “L’azione del sindacato nel settore delle confezioni. Il ruolo delle donne nel sindacato” (Mimmo Sciore – Daniele Paolinelli)

Pomeriggio: Incontro con un imprenditore

22 maggio – giovedì (Fermo)
Alfonso Cifani (FEMCA) organizza l’incontro con delegate su: “l’Azione del sindacato nel settore delle calzature. Il ruolo delle donne nel sindacato”

Pomeriggio: Incontro con un imprenditore

23 maggio – venerdi (Ancona)
Mattino: Incontro con Regione Marche (Franco Patrignani)
ore 10,00: Assessore al Lavoro, Prof. Ugo Ascoli
ore 11,30: Assessore alle pari opportunità, Loredana Pistelli

Pomeriggio: Incontro con il coordinamento donne della Cisl Marche (Norberto Crinelli – Cristiana Ilari) e con lavoratrici albanesi iscritte alla CISL (Nelj Isai)

  • 11 Marzo 2024
  • 3 minutes

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