• Mar 11, 2024
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(allafrika.com)
Amman — HM King Mohammed VI, accompanied by HRH Prince Moulay Rachid, has left Amman, Friday towards Doha at the end of an official working visit to Jordan.
The monarch’s visit to Qatar is the third leg in the Royal tour that will lead the sovereign to Kuwait and the United Arab Emirates.
At his departure from the Marka airport in Amman, HM the King was seen off by HM king Abdullah II of Jordan.
The sovereign was then greeted by HRH Prince Ghazi Bin Mohamed, head of the honour delegation, HRH Prince Talal bin Mohammed, HRH Prince Faisal bin Hussein and several Jordanian personalities.
The sovereign was then greeted by Morocco’s ambassador in Amman, Lahcen Abdelkhalek and by the staff of the Moroccan embassy before reviewing a detachment of the honour guard.
The monarch is leading a large delegation including the sovereign advisors, Omar Azziman, Zoulikha Nasri, Fouad Ali Al Himma and Yasser Znagui. The delegation also includes Foreign Minister, Saad El Dine Otmani, Minister of Economy and Finance, Nizar Baraka, Minister of Islamic Affairs, Ahmed Toufiq, Minister of Agriculture and Fisheries, Aziz Akhannouch, Minister of Equipment and Transport, Aziz Rebbah, Minister of Health, Houcine El Ouardi, Minister of Energy, Mines, Water and Environment, Fouad Douiri, and General Abdelaziz Bennani, Inspector General of the Royal Armed Forces and Commander of the South Zone.
During his visit in Jordan, HM the King held one-on-one talks with the Jordanian monarch. The sovereign, accompanied by HRH prince Moulay Rachid, also visited the field hospital set up by Morocco in the Zaatari camp, northeastern Jordan to receive Syrian refugees fleeing violence in their country.
HM the King had started the Gulf trip by a visit to Saudi Arabia.

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(EveryOne Group Human Rights) All’attenzione urgente del governo del Sudan, delle Nazioni Unite, del Consiglio d’Europa, della società civile Roma/Karthoum, 21 ottobre 2012. Traffico di esseri umani nel Sinai: un fenomeno atroce che dimostra da anni come le autorità politiche e religiose dell’Egitto, del Sudan e degli altri paesi coinvolti in questo barbaro commercio si mostrino indifferenti e spesso complici del crimine organizzato e dei movimenti terroristici, che traggono finanziamento proprio dalla vendita di armi, droga, esseri umani e organi. Un fenomeno che ci rivela come la vita umana di chi è povero e perseguitato non valga nulla neppure per le organizzazioni governative, non governative e sovrannazionali che avrebbero il compito statutario di di difenderla. Il denaro e il potere, anche se provengono da crimini atroci, consentono ai loro perpetratori di diventare “intoccabili”, corrompendo le autorità e acquistando posizioni di prestigio. Gli eroi, in questa barbarie che si svolge sotto gli occhi di un mondo indifferente, sono pochi e da tanto tempo chiedono alle istituzioni di interrompere il commercio di schiavi, l’omicidio di giovani profughi finalizzato al commercio di reni e altri organi umani, l’abuso sessuale di donne e bambini perpetrato da sadici aguzzini, le torture cui i predoni sottopongono i loro prigionieri. Sembra impossibile che certi orrori accadano in un’epoca in cui si tengono annualmente migliaia di conferenze sui diritti umani, si pubblicano libri e rapporti che condannano lo schiavismo, la tortura, la tratta di donne e bambini per il mercato criminale della prostituzione e degli organi. Sembra incredibile che le autorità e le organizzazioni umanitarie siano in possesso degli stessi numeri telefonici usati dai predoni per estorcere riscatti pesantissimi alle famiglie di profughi in loro potere, le cui grida disperate le inducono a pagare fino a 50 mila dollari pro capite, quasi sempre indebitandosi con altri criminali. Sembra incredibile che nessuno si muova per combattere questa barbarie, che non si svolge più solo in Eritrea (dove agenti del governo e disertori collaborano con i trafficanti), in Sudan, in Egitto e negli altri paesi arabi, ma anche in Israele, in Europa e in tutto il mondo, dove complici degli schiavisti si mettono a disposizione per ricevere – attraverso agenzie di money transfer o conti bancari – il denaro dei riscatti. Oltre ai predoni del Sinai, alla rete di criminali Rashaida e ai movimenti del terrore (Al Quaeda e i gruppi fondamentalisti armati), molti eritrei, etiopi e sudanesi, anche con lo status di rifugiati, fanno ormai parte della rete criminale che si è estesa ovunque e collabora con le grandi mafie internazionali. Le denunce da parte di organizzazioni impegnate in questa difficile azione di contrasto al traffico – Agenzia Habeshia, Gruppo EveryOne, New Generation Foundation for Human Rights, Ong Gandhi, Eritrean Refugees Protection Group, Icer, America Team for Displaced Eritreans, Eritrean Youth Solidarity for Change ( EYSC) e poche altre – cadono spesso nel vuoto e solo di rado hanno indotto le autorità a intervenire per liberare gli ostaggi e perseguire i criminali. Oggi, 20 ottobre 2012, abbiamo inviato a tutte le autorità e istituzioni del Sudan e a quelle internazionali una nuova lista di complici del traffico di esseri umani e organi. Gli attivisti umanitari che lavorano per ottenere queste informazioni rischiano la vita sia nei paesi coinvolti dalla tratta, sia all’estero, perché la criminalità organizzata e i movimenti terroristici che gestiscono il commercio di schiavi e organi umani sono diffusi ovunque e – repetita juvant – lavorano in sinergia con la mafia internazionale. Alcuni difensori dei diritti umani sono già stati uccisi, altri hanno visto i criminali colpire i loro figli e le loro famiglie. Il loro coraggio non sarà vano solo se indurrà le istituzioni e le autorità ad abbandonare le loro posizioni di indifferenza e ad agire, in nome dei valori basilari della civiltà. La lista inviata alle autorità è completa di nomi, cognomi e altri dati che identificano i criminali al di là di ogni dubbio, mentre la lista diffusa presso la società civile e i media (qui di seguito)comprende solo le iniziali dei cognomi e non cita il nome dei locali presso cui alcuni criminali lavorano. La lista proviene da fonte sicura, che ci ha già aiutato in importanti azioni umanitarie contro il traffico di profughi eritrei: Teshome H. – Eritreo da Sesewe; Yohanes Tsegay H. (24) – Eritreo da Mereta Sebene; Biniyam H. (35) – Eritreo da Golij – opera a Khartoum; Musie T. (46) – Eritreo; Ibrahim F. E. (40) – Eritreo – opera a Shegeraib; Ahmed Salh K. – Sudanese – opera a Shegeraib (gestisce un locale); Nasr Edris H. (30) – opera a Shegeraib; Ahmed G. (35)- opera a Shegeraib – Ali E. -Sudanese – opera a Shegeraib (lavora in una caffeteria); Ahmed E.- Sudanese – opera a Shegeraib – (lavora in una caffeteria): Ahmed A.

  • 11 Marzo 2024
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L’élection de Hamid Chabat à la tête de l’Istiqlal, le 23 septembre, est un événement majeur dont on ne tardera pas à constater les multiples retombées. Pour en prendre toute la mesure, Jeune Afrique a consacré dans son n° 2702 une longue interview à l’ancien ouvrier et dirigeant de l’Union générale des travailleurs du Maroc (UGTM), devenu secrétaire général du plus ancien parti du royaume. Dans le n° 2702 de Jeune Afrique, en kiosque du 21 au 27 octobre, Hamid Chabat revient sur les conditions de son élection à la tête de l’Istiqlal. Alors qu’Abbas El Fassi, après trois mandats et quatorze années en tant que secrétaire général du parti, avait choisi son propre successeur en la personne de Abdelouahed El Fassi, le fils du fondateur du parti, Chabat a tenté le tout pour le tout, sous l’œil bienveillant mais distant du roi. En le qualifiant de « militant de proximité », ce dernier avait d’ailleurs reconnu la légitimité prolétarienne et le combat du maire de Fès contre une certaine élite vouée à l’immobilisme et à la simple préservation de ses privilèges. Une dimension qui, selon l’ancien employé de la Société des industries mécaniques et électriques de Fès (Simef), ne doit plus avoir cours dans le nouveau Maroc voulu par Mohammed VI. Rêve imaginaire « La réforme des institutions passe par la réforme des partis », affirme Chabat, qui revient en détails sur les conditions de sa candidature et de son élection – expliquant notamment comment il raconté à son entourage un rêve imaginaire dans lequel le fondateur du parti venait le visiter pour lui demander de se porter candidat… Un coup de génie politique qui aurait brisé les dernières résistances à son ascension. Conclusion de Hamid Chabat : « Tous les partis vont vouloir se doter d’une direction forte pour assumer les responsabilités conférées par la Constitution, et ils pourront y parvenir dès lors qu’ils en auront la volonté. Ce qu’a fait Hamid Chabat à l’Istiqlal, d’autres peuvent le faire. » Le nouveau secrétaire général de l’Istiqlal évoque aussi les relations entre l’Istiqlal et l’USFP, les conditions de reformation de la Koutla, ses rapports avec le conseiller du roi, Foued Ali El Himma, et avec le Premier ministre, Abdelilah Benkirane. Lire l’article sur Jeuneafrique.com : Maroc – Hamid Chabat : “Ce qu’a fait Hamid Chabat à l’Istiqlal, d’autres peuvent le faire” | Jeuneafrique.com – le premier site d’information et d’actualité sur l’Afrique

  • 11 Marzo 2024
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