• Mar 11, 2024
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Esce oggi nelle sale italiane ”The Lady”, il film di Luc Besson che racconta la vicenda umana e politica della leader birmana e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, la figlia del padre dell’indipendenza della Birmania, leader della Lega nazionale per la democrazia e premio Nobel per la pace nel 1991.

La sezione italiana di Amnesty International, che ha patrocinato il film, ricorda la vicenda della donna, tornata in liberta’ e all’impegno politico dopo aver trascorso 15 dei 21 anni precedenti agli arresti domiciliari: dal 1989 al 1995, dal 2000 al 2002 e dal 2003 al 2010.

Aung San Suu Kyi faceva parte di un totale di oltre 2.200 prigionieri politici, in maggioranza prigionieri di coscienza, arrestati prevalentemente durante la cosiddetta ”rivoluzione zafferano” del 2007. Centinaia di questi, alla data del rilascio della leader, erano stati trasferiti in carceri lontane rendendo ancora piu’ difficili le visite di medici, avvocati e parenti e numerose erano le denunce di tortura.

Malgrado le recenti amnistie, ricorda Amnesty, restano in carcere 1.000 prigionieri di coscienza, condannati sulla base di norme vaghe, utilizzate sovente dalle autorita’ birmane per criminalizzare il dissenso politico e detenuti in condizioni agghiaccianti, con cibo e servizi igienici inadeguati e senza cure mediche.

Tra i casi citati in ”The Lady” anche quello di U Kyi Maung, membro della commissione esecutiva centrale della Lega nazionale per la democrazia, prelevato dalle forze di sicurezza dalla sua casa di Yangon nelle prime ore del mattino del 23 ottobre 1996, con l’accusa di coinvolgimento nelle proteste studentesche. U Kyi Maung e’ stato un prigioniero di coscienza dal 1990 fino a marzo 1995, quando venne rilasciato dalla prigione di Insein.

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Ogni volta che pronuncia la parola Africa, il regista Jarreth Merz sembra illuminarsi e tornare indietro con gli anni quando da bambino correva nelle polverose strada di Accra.

«Per me “A Political Safari” sarà una scommessa che si può vincere. Andremo prima in tutte le regioni del Ghana e mostreremo le immagini delle elezioni del 2008»

“La democrazia nei paesi in via di sviluppo si può diffondere non solo aiutando economicamente le popolazioni locali, ma anche raccontando i loro esempi di successo”. Ogni volta che pronuncia la parola Africa, il regista Jarreth Merz sembra illuminarsi e tornare indietro con gli anni quando da bambino correva nelle polverose strada di Accra.

Nato in Svizzera, ha trascorso gran parte della sua infanzia in Ghana e poi con la sua famiglia è tornato in Europa: “Trasferirsi in Germania e poi in Svizzera fu un autentico choc” racconta ridendo da una soleggiata terrazza di Trastevere. Il regista è in Italia per promuovere il suo “An African Election”, documentario girato nel 2008 durante le combattute elezioni politiche in Ghana.

Il film sarà proiettato il prossimo 28 marzo all’American University di Roma.

 

Come è nata l’idea di “An African Election”?
«Al tempo per me l’Africa era solo un luogo pieno di bei ricordi. Avevo una prospettiva limitata e sentimentale del luogo. Ero alla ricerca di un orizzonte più ampio e oggettivo e quindi ho deciso di seguire e raccontare le elezioni di quella che è una delle poche democrazie africane. Lei ha passato tre mesi in Ghana durante le elezioni. Durante i giorni più caldi ci sono stati scontri e agitazioni».



  • 11 Marzo 2024
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