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TdM n° 031, gennaio 2012 / Ne conoscevamo di “governative” e non; di cattoliche, di laiche e anche di “decentrate”. Ma esperienze “islamiche” di cooperazione internazionale, in Italia, davvero non se ne erano mai viste.

Nel nostro Paese oggi vivono poco meno di un milione e mezzo di musulmani: circa il 30 per cento degli immigrati regolari e il 2 per cento della popolazione italiana. Mettono radici, lavorano, guadagnano. E fanno l’elemosina, seguendo i precetti della loro fede. Per questo non c’è da sorprendersi se, a Milano, in una palazzina a due passi da via Padova, nel cuore del quartiere multietnico della città, ha aperto i battenti il primo ufficio italiano di Islamic relief, grande ong internazionale di stampo islamico. Per paradosso, al piano inferiore dell’edificio ha sede un grossista di vini della marca trevigiana. Sopra, incuranti delle bottiglie di rossi e spumante, lavorano per i diseredati del mondo sei giovani musulmani milanesi, con la passione per l’aiuto umanitario.

“Il nostro è il più piccolo degli uffici di Islamic relief international -racconta Yassine Baradai, ambrosiano di origine marocchina, communication manager dell’ong-. L’ufficio è nato nel 2002 e si occupa soprattutto di raccolta fondi. Il 90 per cento dei donatori sono immigrati della comunità islamica italiana; il nostro obiettivo però è di allargare il target. In Inghilterra, per esempio, dove Islamic relief è nata nel 1984, continuano a crescere i benefattori non musulmani. La nostra speranza è che anche in Italia capiti la stessa cosa”.

Yassine, come sei arrivato a fare il cooperante internazionale?
Sono nato a Casablanca, in Marocco, ma ho frequentato le scuole a Milano: dalla prima elementare al diploma, in un istituto informatico delle telecomunicazioni. Quando si è trattato di scegliere l’università ho optato per la facoltà di Scienze politiche, con la
specializzazione in relazioni internazionali. È proprio durante gli studi che ho incontrato Islamic relief. Sono credente e praticante; ma ciò che mi piace di più del mio impiego è che, quando mi alzo la mattina, so che non lavoro per arricchire nessuno. Poter aiutare la gente in difficoltà mi rende sereno e dona tranquillità. L’ho scoperto in Abruzzo, quando per la prima volta ho portato aiuti sul campo.

Come? Anche Islamic relief era tra i terremotati de L’Aquila?
Sì. Siamo arrivati a Onna il secondo giorno dell’emergenza, il 7 aprile 2009. All’inizio la gente ci guardava con preoccupazione; riconosco che il nostro logo coi minareti, in prima battuta, suscita diffidenza -sorride-. Ricordo due suore timorose che volessimo fare proseliti. Invece credo che, alla fine, abbiamo dimostrato che eravamo lì solo per dare una mano.

Come siete riusciti superare la diffidenza della gente?
Il problema è che nel nostro Paese la politica spinge a giudicare negativo tutto ciò che è islamico. Per fortuna, però, in Italia, quando parli con le persone, spesso ti ascoltano senza pregiudizi. In sei mesi a Onna si sono susse-guiti volontari di tutti i centri islamici d’Italia. A tutti dicevo: noi non vogliamo convertire all’islam ma vogliamo praticarlo. E così abbiamo fatto, applicando la misericordia, che è anche un principio della religione islamica. Quando siamo andati via, gli onnesi ci hanno ringraziato.

Secondo molti, occidente e islam sono in conflitto. La cooperazione può essere uno strumento di dialogo?
Islamic relief collabora normalmente con ong occidentali come Christian Aid, Caritas, Oxfam, Jewish relief. Abbiamo accordi con tutti
perché ciò che ci accomuna è la missione: essere accanto alle persone, sempre. Il vero problema è riuscire a vivere e lavorare insieme. E questo le ong lo fanno. Come cooperanti, poi, siamo testimoni di esperienze uni-che di convivenza: a volte operiamo in posti dove convivono comunità diverse, cristiani e musulmani. Tu pensi di trovare dei conflitti e invece vivono senza problemi e quasi non sanno che l’altro è di una religione diversa, perché non lo reputano fondamentale; e questo è un grande insegnamento.

Quali sono i vantaggi di essere un’ong islamica?
Per noi, forse, è più facile portare aiuti in alcuni Paesi instabili, dove la presenza di enti occidentali potrebbe risultare complicata.
Durante la crisi libica, ad esempio, Islamic Relief ha svolto un lavoro fondamentale nei campi profughi allestiti sul confine tunisino,
che anche io ho visitato. Inoltre, siamo l’unica ong internazionale ad avere un ufficio in Somalia del Sud. A Mogadiscio oggi ci sono ben 26 campi profughi, dove hanno trovato rifugio 2 milioni di sfollati, accorsi nella speranza di trovare almeno del cibo per sfamarsi. Noi distribuiamo pacchi alimentari con riso, farina, zucchero e olio e fino ad oggi abbiamo raggiunto 120mila
persone; inoltre sosteniamo un ospedale con aiuti sanitari. Ma la realtà supera ogni immaginazione.

Pensi a qualcosa in particolare?
Sì, al racconto di alcune mamme con tre, quattro figli, che avevano raggiunto Mogadiscio dopo centinaia di chilometri di marcia.
Quando un figlio, stremato, moriva lungo il cammino, lo seppellivano e andavano avanti con gli altri. Lo raccontavano senza alcuna
emozione, come si racconta di una ricetta o di qualcosa di poco conto.

Intervista: Carlo Giorgi

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Panoramica sul 41° Rotterdam Film Festival

 

Dopo due anni di politica culturale forte sull’Africa, con altrettante sezioni a tema, il Rotterdam Film Festival (41° edizione, 25 gennaio-5 febbraio), volta pagina, forse fisiologicamente, ma l’onda lunga delle primavere arabe del 2011 si fa sentire anche in Nordeuropa, meritandosi l’attenzione dei programmatori, che a Egitto e Siria hanno dedicato un’intera, ampia, sezione, dal titolo Signals: Power Cut. Diverse decine i titoli in programmazione, in larga parte cortometraggi e documentari, anche se non mancano omaggi a registi del neorealismo egiziano come Mohammed Khan e Daoud Abdel Sayed e a uno dei più grandi autori del cinema siriano, Mohamed Malas.

Di Africa e diaspore quest’anno nel concorso internazionale non si parla, ma la tendenza, anche in questo caso, non è nuova. Per trovare titoli interessanti per noi bisogna scendere nelle sezioni più trasversali ed eccentriche. In Bright Future ritroviamo film già segnalati altrove, da The Invader di Provost a Shame di McQueen, da Skoonheid di Hermanus a Sur la planche di Kilani, passando per An Oversimplification of Her Beauty, fresco di Sundance. Ma la sezione potrebbe riservare diverse sorprese, per esempio Matière grise, del rwandese Kivu Ruhorahoza, un metafilm sulle vicende di un regista che vuole girare un film su un fratello e una sorella ancora alle prese con i demoni del genocidio, e deve fare i conti con mille problemi e pressioni contrarie. That Small Piece, opera seconda no-budget dell’ugandese JOSEph S KEN, racconta invece come una lite tra vicini per un pezzo di terra venga risolto facendo ricorso alla magia nera e come tutto questo sconvolga la vita di una giovane coppia. Odore di Panafrica anche nel tedesco Der Fluss war einst ein Mensch, nel francese L’hypothèse du Mokélé-Mbembé, nell’olandese Wavumba e nel brasiliano Rânia, ma scommetterei piuttosto su Les éclats (Ma gueule, ma révolte, mon nom) del francese Sylvain George, presentato come un reportage lirico sui migranti che stazionano a Calais e dintorni in attesa di passare la Manica e sul transnazionale Un nuage dans un verre d’eau, diretto dall’iraniano Srinath C. Samarasinghe, di origini srilankesi, ma cresciuto a Parigi, che racconta un’intricata storia ambientata nella ville lumière, incentrata sulle vicende di un vecchio proiezionista cairota, interpretato dal grande Gatim Ratib.



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