• Mar 11, 2024
  • 1 minute

Che cos’è mai l’abbondanza frugale, oltre a un ossimoro che lega provocatoriamente due opposti, a un’ennesima parola d’ordine suggestiva e impraticabile? Se qualcuno replicasse così alla prospettiva di una convivenza capace di sobrietà non punitiva, verrebbe preso sul serio da Serge Latouche, e contraddetto con ottime ragioni.
Agli argomenti di chi dissente da lui e dagli altri, sempre più numerosi, “obiettori’di crescita”, il maggior teorico della decrescita dedica questo libro, ormai necessario dopo anni di malintesi, resistenze, travisamenti strumentali, accese controversie. Gli sviluppisti incrollabili, o gli scettici poco inclini a dar credito alle logiche antieconomiche, troveranno qui il repertorio delle loro tesi e delle loro perplessità, smontate una a una.
Sarà difficile continuare a sostenere con qualche fondatezza che la decrescita è retrograda, utopica, tecnofoba, patriarcale, pauperista. La crisi devastante che stiamo vivendo la indica invece come l’uscita laterale dalla falsa alternativa tra austerità e rilancio scriteriato dei consumi. Un’abbondanza virtuosa, ci avverte Latouche, è forse l’unica compatibile con una società davvero solidale.
Titolo    Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita
Autore    Latouche Serge
Dati    2012, 150 p., brossura
Traduttore    Grillenzoni F.
Editore    Bollati Boringhieri  (collana Temi)
Disponibile anche in ebook
Acquista su IBS

PREVIOUS POST

Segnaliamo questo articolo di Stefania Sinigaglia, pubblicato dal Manifesto. Stefania Sinigaglia ha svolto una missione per Iscos Marche in Tunisia. Un anno di grandi trasformazioni, ma anche di rabbia e delusioni: il paese è una polveriera «È tutto in movimento»: come un ritornello questa è la frase che torna più spesso sulle labbra delle persone che incontro. Tunisi, fine dicembre: si sta riunendo al palazzo del Bardo per la prima volta l’Assemblea costituente eletta ad ottobre, si sta formando il nuovo governo dopo lunghe trattative e tira-e-molla, vecchi organismi creati sotto Ben Ali stanno cercando di cambiare pelle e soprattutto funzionare in modo più trasparente. I tre partiti che fanno la parte del leone nei seggi alla costituente e nei posti da ministro (soltanto due donne elette, di cui una al Ministère de la femme ) sono Ennahda , di forte ispirazione islamica, il CPR ( Conseil pour la République ) et Ettakatol ( Forum des libertés ), di ispirazione laica e liberaleggianti. Fuori del palazzo del Bardo ci sono delle tende: mi fermo a parlare con due operai del gruppo che sta protestando da vari giorni con quella che ormai sembra la modalità più diffusa in questo fine 2011: accamparsi. Uno di loro, Ibrahim, parla un po’ di italiano. Vengono dal bacino minerario di Gafsa, città del sud-ovest, dove ci sono ben quattro stabilimenti della Compagnia generale dei fosfati (Cgp) che sta ristrutturando e licenziando. Lui è stato in Italia, a Padova, ma era un sans papiers ed è dovuto rientrare dopo due anni. Ma questa è solo una delle lotte che percorrono tutta la Tunisia: dopo un anno di grandi trasformazioni, di tante attese e speranze, moltissimi sono i giovani ancora disoccupati, la povertà è immutata e anzi la diminuzione delle entrate del turismo e il ritiro di molte imprese e investimenti stranieri stanno causando una crisi economica di grandi proporzioni. Oltre alla lotta dei minatori di Gafsa ci sono scioperi al porto di Gabes, il più grande del sud, che causano penuria di bombole a gas in tutto il paese, scioperi alla Tunis Air, proprio durante le feste di Natale, sit-in dappertutto. Il 15 e il 16 dicembre protestano gli operai (2200 addetti) dello stabilimento giapponese Yazaki di Om Larayes, sempre a sud, e per rappresaglia lo stabilimento viene subito chiuso. Il padronato denuncia perdite ingenti e impossibilità di soddisfare le commesse. Continua la lettura sul sito del Manifesto

  • 11 Marzo 2024
  • 1 minute

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *