La ricetta del Club di Roma per reinventare la prosperità

Graeme Maxton e Jorgen Randers, autori del rapporto, ritengono che il sistema economico attuale sia ben lontano dal risolvere le sfide del nostro tempo, dal momento che queste non sono più le priorità del sistema stesso. Oggi, disuguaglianza e disoccupazione non si eliminano con la pura crescita economica. Le tredici politiche possono permettere ridurre la disoccupazione e le disuguaglianze oltre a rallentare il ritmo del cambiamento climatico. Inoltre, le sfide del futuro si moltiplicheranno a causa della robottizzazione del lavoro, l’invecchiamento della popolazione e la disponibilità di minori risorse.
Le raccomandazioni specifiche invitano alla riduzione oraria del lavoro, aumentare la soglia del pensionamento per rendere le persone anziane indipendenti fino al momento desiderato, ridefinere il “lavoro retribuito” considerando le necessità di coloro che si prendono cura di altre persone a casa, aumentare le indennità di disoccupazione, aumentare le tasse delle società per azioni e dei più ricchi per redistribuire i profitti, stabilire paccheti di stimolo economico rivolti al cambiamento climatico, tassare maggiormente l’energia fossile, ridurre le tasse sul lavoro aumentando quelle sull’utilizzo delle risorse naturali, aumentare le tasse di successione per ridurre la disuguaglianza, promuovere la  cresciata delle unioni sindacali, ridurre il commercio dove i danni ambientali sono maggiori, incoraggiare meno nascite e introdurre un salario minimo per coloro che lo necessitano.
Sorgente: La ricetta del Club di Roma per reinventare la prosperità

Biancofiorenero: giovedì 28 aprile, 17:30 sede Iscos Marche – Ancona

Proiezione del video Biancofiorenero giovedì 28 aprile, alle 17:30 presso la sede di Iscos Marche, in via dell’Industria 17/a – Ancona.
 

Elisa e Nicola si avventurano armati della loro telecamera e di una nutrita lista di domande in Liguria dove incontrano produttori floricoli e visitano il mercato di Sanremo grazie all’aiuto di sindacalisti della CISL ed esperti del settore.
Ricostruiscono la filiera del fiore reciso che si spinge ben oltre i confini europei e arriva fino in Africa, in Etiopia e Kenia. Dopo aver incontrato Fairtrade in Italia e aver capito qualcosa in più sugli standard di certificazione vanno a trovare direttamente le lavoratrici che raccontano le loro storie, i sindacalisti impegnati nella difesa dei diritti dei lavoratori e i manager di imprese floricole straniere che investono in questi paesi da anni.
E dai loro discorsi emergono desideri e spinte che generano contraddizioni e compongono una realtà “globale” fatta di tante verità e tante voci.

L’ingresso è gratuito. Visto il numero limitato di posti è gradita la prenotazione. Qui il modulo:

Genere: Documentario
Realizzato da: Iscos Emilia Romagna onlus
Durata: 30 minuti
Lingua originale: Amarico, inglese
Sottotitoli: italiano
Ricerche e testi: Manuela Melandri / Sarah Alessandroni
Riprese: Elisa Bucchi / Nicola Bogo
Paese di produzione: Italia, Etiopia, Kenia
Anno di produzione: 2015
Prodotto da:
ISCOS Emilia Romagna onlus
Regione Emilia Romagna
FAI Emilia Romagna e FAI-CISL
Iscos Marche onlus
Per saperne di più:
Il progetto di ISCOS Marche che ha permesso la realizzazione del video
Il nuovo progetto di Iscos Marche in Etiopia

La riduzione del costo del lavoro non ha favorito l'occupazione – European Trade Union Institute (ETUI)

Il 18 febbraio un gruppo di ricercatori ha presentato i principali risultati sulle conseguenze per l’occupazione delle “politiche di svalutazione interna”: diminuire il costo del lavoro non aumenta l’occupazione.
Secondo gli studiosi di ETUI, ci sarebbero scarsi effetti sulle esportazioni, e pesanti effetti negativi sulla domanda interna e con alti costi sociali. Basti pensare che in Polonia, spesso portata ad esempio di resilienza alla crisi, si è assistito alla migrazione del 9% della popolazione attiva tra il 2002 e il 2007.
 
Sorgente: European Trade Union Institute (ETUI) – Reduction of labour costs failed to boost employment / News / Home

H&M, ILO e SIDA insieme per uno sviluppo sostenibile in Etiopia

, e (agenzia svedese per la cooperazione internazionale) hanno lanciato un programma di relazioni industriali per lo sviluppo sostenibile del settore tessile e dell’abbigliamento.
Il progetto, di tre anni, punta al miglioramento del dialogo sociale, delle condizioni di lavoro e dei salari.
Sarà realizzato da ILO, in collaborazione con il Governo etiope e i principali stakeholder industriali.
Scopri il nostro progetto in Etiopia

Sorgente: H&M, ILO, and SIDA aim for Sustainable Ethiopian T&C industry | Sustainability News Ethiopia

2030 Obiettivi di sviluppo sostenibile – SDG

il vertice delle Nazioni Unite lo scorso 25 settembre ha adottato la nuova Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile (“Trasformare il nostro mondo: l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile”),
contenente 17 nuovi obiettivi che subentrano ai dieci Obiettivi di sviluppo del millennio approvati nel 2000. Ecco in cosa consistono e i commenti sui loro contenuti.

Cosa sono

I 17 obiettivi mirano, entro il 2030, a sradicare la povertà estrema in tutto il mondo e a dimezzare la percentuale di uomini, e bambini che vivono in povertà;
creare assetti politici volti a sostenere maggiori investimenti nelle azioni di lotta alla povertà; porre fine a tutte le forme di malnutrizione; raddoppiare la produttività agricola e il reddito
dei produttori di cibo su piccola scala; ridurre il tasso di mortalità materna globale a meno di 70 casi ogni 100 mille nati vivi; porre fine alle morti evitabili di neonati e bambini sotto i cinque anni di età; porre fine alle epidemie di Aids, tubercolosi, malaria; ridurre di un terzo la mortalità prematura causata da malattie non trasmissibili. Tra gli altri obiettivi affermati dalla nuova Agenda, il riconoscimento di un’educazione inclusiva e paritaria per tutti; il pieno raggiungimento della parità di genere e dell’empowerment femminile; l’accesso universale all’energia sostenibile; il sostegno alle infrastrutture e all’innovazione; la promozione di modelli di consumo e di produzione sostenibili; l’adozione di misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici e la promozione di un uso sostenibile degli oceani, dei mari e delle risorse marine; il contrasto alla desertificazione, al degrado dei suoli e alla perdita della biodiversità; la promozione di società giuste, pacifiche e inclusive; il sostegno ad un rinnovato partenariato per lo sviluppo.
Leggi tutto l’articolo di Cooperazione Italiana Informa
Approndisci sui siti ONU: unodue
Leggi la versione in italiano di UNRIC

Le reazioni e i commenti

Ban Ki Moon

Ottenere dei miglioramenti di portata tanto drammatica nel giro di quindici anni non sarà impresa da poco. E tuttavia già sappiamo che stabilire degli obiettivi globali è un metodo che funziona. Gli Obiettivi per lo sviluppo del Millennio, che furono adottati nel 2000, hanno migliorato le vite di milioni di persone. La povertà globale continua a decrescere; sempre più persone si sono viste garantire l’accesso a fonti migliori d’acqua; più bambini che mai frequentano le scuole elementari; e una serie d’investimenti mirati alla lotta contro la malaria, l’Aids e la tubercolosi hanno salvato milioni di persone.
 
Questi Obiettivi sono anche fortemente collegati ai nostri sforzi in nome della pace e della sicurezza internazionale. È proprio nei Paesi segnati dai conflitti che si possono individuare tanti bisogni umani. Non saremo in grado di raggiungere gli SDG senza ribadire il nostro intento di porre fine ai conflitti e alle violenze di oggi. Quando cominciano le ostilità, tante altre cose s’interrompono: la scuola, le campagne per le vaccinazioni, la crescita economica e lo stesso sviluppo. Allo stesso tempo il raggiungimento di questi obiettivi contribuirebbe a prevenire instabilità e violenze. I nuovi Obiettivi mirano perciò a promuovere società giuste, pacifiche e inclusive, l’accesso alla giustizia, e istituzioni funzionali, responsabili e inclusive. Un mondo sostenibile sarà anche un mondo più sicuro.
 
Questi SDG, altrimenti noti come “Obiettivi globali per lo sviluppo sostenibile”, sono il risultato della consultazione più aperta e trasparente nella storia delle Nazioni Unite, all’interno della quale individui, organizzazioni comunitarie, imprese, scienziati, accademici e altri partner hanno lavorato in collaborazione coi governi. Milioni di persone hanno condiviso la propria visione per un mondo migliore, e i passi necessari a raggiungerla. Il risultato è una vera e propria agenda di popolo. Questi obiettivi sono di natura universale; si applicano a tutti i Paesi, perché sappiamo che anche quelli dotati del maggiore benessere sono ancora lontani dal vincere la povertà o dal raggiungere una piena eguaglianza fra i generi. Non c’è un obiettivo che sia più importante degli altri; sono tutti complementari e più forti nella loro reciprocità. Prendiamo ad esempio l’accesso alla corrente elettrica, che a un bambino può permettere di studiare anche di sera. Quell’energia potrebbe derivargli da una fonte solare, e di conseguenza si tira in ballo la questione dei mutamenti climatici. A sua volta, un’industria dei pannelli solari sarebbe in grado di aiutare un Paese in via di sviluppo a migliorare la propria economia. E così migliori opportunità di studio possono a loro volta portare a migliori opportunità di lavoro, innovazione, e istituzioni nazionali più salde.
 
Se i leader mondiali si stanno recando a New York è perché capiscono la necessità di orientare il pianeta lungo una rotta più equa e sostenibile. Al centro di questa nuova agenda si trovano gli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG): 17 traguardi coraggiosi ma raggiungibili che mirano a porre fine alla povertà, a lottare contro l’ineguaglianza, ad affrontare i cambiamenti climatici e a costruire società pacifiche entro l’anno 2030.
 
In un mondo assediato da così tante sfide, problemi e dispute, il fatto che questa settimana più di 150 leader internazionali si ritrovino alle Nazioni Unite per dotarsi di una nuova visione per il futuro benessere di tutta l’umanità rappresenta un segno di speranza.
Leggi tutto l’intervento qui:

 Gli obiettivi di sviluppo sostenibile per il pianeta | Ban Ki-moon

 

Papa Francesco

Papa Francesco è intervenuto all’apertura dei lavori. Qui il testo del suo discorso:

Ancora una volta, seguendo una tradizione della quale mi sento onorato, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha invitato il Papa a rivolgersi a questa onorevole assemblea delle nazioni. A mio nome e a nome di tutta la comunità cattolica, Signor Ban Ki-moon, desidero esprimerLe la più sincera e cordiale riconoscenza; La ringrazio anche per le Sue gentili parole. Saluto inoltre i Capi di Stato e di Governo qui presenti, gli Ambasciatori, i diplomatici e i funzionari politici e tecnici che li accompagnano, il personale delle Nazioni Unite impegnato in questa 70.ma Sessione dell’Assemblea Generale, il personale di tutti i programmi e agenzie della famiglia dell’ONU e tutti coloro che in un modo o nell’altro partecipano a questa riunione. Tramite voi saluto anche i cittadini di tutte le nazioni rappresentate a questo incontro. Grazie per gli sforzi di tutti e di ciascuno per il bene dell’umanità.

Leggi qui: Papa Francesco all’Onu: il discorso integrale – Corriere.it

Info-cooperazione ha messo a confronto l’enciclica Laudato sii con gli Obiettivi:

L’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco è stato giudicato da più parti un documento sorprendente. Ma per apprezzare veramente il suo significato, vale la pena di metterla a paragone con un altro documento che affronta le stesse sfide: il documento finale degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (Sustainable Development Goals – SDG). Gli SDG sono il risultato di un lungo e complesso processo durato oltre quattro anni e si promettono di sradicare “tutte le povertà, in tutte le sue forme, in tutto il mondo” entro il 2030, e di farlo in un modo che ci si muove verso un’economia più sostenibile per l’ambiente. Ma mentre l’enciclica del papa ha suscitato grande scalpore in tutto il mondo, quasi nessuno è entusiasta degli SDG. Al contrario, questi ultimi sono conosciuti quasi esclusivamente dal mondo tecnocratico dello sviluppo internazionale nonostante le Nazioni Unite abbiano investito un sacco di soldi per cercare di suscitare un entusiasmo popolare su questi obiettivi.

SDGs Vs Laudato si, chi vince la sfida alla povertà? | Info cooperazione

 

ITUC

Per i sindacati internazionali ci sono luci ed ombre. In particolare sono evidenziati in positivo:

  • Porre fine alla povertà (ob. 1) e in particolare l’aspetto della protezione sociale (Ob. 1.3);
  • La qualità dell’educazione (ob. 4);
  • L’uguaglianza di genere (ob. 5) e in particolare i target per il lavoro domestico e di cura non pagato, e la leadership femminile;
  • Il lavoro dignitoso per tutti (ob. 8);
  • La disuguaglianza (ob. 10), con particolare enfasi sulle politiche fiscalli, del salario e di protezione sociale;
  • L’accesso alla giustizia e alla stato di diritto (ob. 16).

 
In negativo, invece, si nota la mancanza di ambizione nel realizzare gli obiettivi attraverso il finanziamento e il miglioramento delle politiche pubbliche, così come una cornice di trasparenza e responsabilità. Ci sarà nei prossimi anni confusione nei prossimi anni sui mezzi di implementazione.
Di seguito il documento completo:
[gview file=”http://iscosmarche.org/files/2015/10/tudcn_reaction_to_un_2030_agenda_final_en.pdf”]

Schiavitu' moderne: come si comportano le multinazionali?

Sfruttamento dei lavoratori, una piaga che continua e che amplia il fenomeno dello schiavismo nei nostri giorni, soprattutto nei confronti dei migranti. La crescita dell’economia globale ha portato ad un deficit sociale che schiaccia i più deboli. Come si stanno comportando le multinazionali?
L’Organizzazione Internazionale del Lavoro stima che quasi 21 milioni di persone sono attualmente coinvolte in qualche forma di lavoro forzato. Una circostanza che coinvolge 14,2 milioni di attività economiche, comprese agricoltura, edilizia, lavoro domestico e lavoro in fabbrica.
Molte vittime dello sfruttamento sul lavoro sono state coinvolte nel traffico umano tra confini nazionali, una vera e propria tratta illegale di esseri umani. Secondo le stime dell’ILO, il 44% di coloro che si trovano in una condizione di schiavismo sul lavoro sono anche vittime della tratta illegale.
Lo sfruttamento del lavoro minorile emerge come una questione determinante in questo secolo e non può essere tralasciata dalle parti interessate. Le multinazionali dovrebbero agire di più per arginare il fenomeno, a partire da maggiori controlli sulle sedi di approvvigionamento delle materie prime, dove il fenomeno è maggiore.
Le multinazionali dovrebbero pensare di più alla CSR. Le aziende negli ultimi decenni hanno fatto ben poco per arginare il fenomeno, di cui si sono invece occupate le associazioni di volontariato.
Ora sia l’Europa che gli Stati Uniti stanno iniziando a muoversi verso la trasparenza obbligatoria per le aziende e le multinazionali. Una trasparenza che riguarda tutte le pratiche: diritti umani, diritti dei lavoratori, impatti e politiche sociali.
Negli ultimi decenni le multinazionali sono cresciute in modo significativo in termini di guadagni, dimensioni, controllo delle risorse e influenza sociale. Il loro potere economico, nei casi delle maggiori reaktà, è simile a quello dei Governi statali.
Ecco allora che si rende necessario intervenire almeno con un salario minimo per le popolazioni che in alcune parti del mondo lavorano a favore delle multinazionali senza ricevere alcun beneficio economico. Purtroppo le regioni più povere del mondo, meno controllate per quanto riguarda le leggi sul lavoro, aprono la strada a pratiche disumane nel trattamento dei lavoratori.
La soluzione? Si parla di pratiche commerciali responsabili che vadano a beneficio non soltanto dei lavoratori, ma anche delle stesse aziende, accanto a regole di trasparenza da rispettare fino in fondo per quanto riguarda la catena di approvvigionamento. L’obiettivo finale è un’economia globale libera dal lavoro forzato, dallo sfruttamento, dal traffico di esseri umani e dagli abusi. Ma la scelta del percorso giusto da seguire sembra ancora ardua.

Marta Albè

 
Schiavitu’ moderne: come si comportano le multinazionali? – GreenBiz.it.

Studio ILO-UNCTAD. "Trasformare le economie"

Il volume pubblicato da ILO e UNCTAD dimostra, a partire da diversi esempi, come le politiche industriali possono trasformare le economie per creare posti di lavoro di migliore qualità. (http://www.ilo.org/rome/risorse-informative/per-la-stampa/articles/WCMS_343180/lang–it/index.htm)
Negli ultimi dieci anni, i responsabili politici sia dei paesi sviluppati sia di quelli in via di sviluppo hanno operato un cambiamento di rotta. Il dibattito si è spostato dall’entità della crescita alla sua qualità, e dalla crescita stessa allo sviluppo economico e sociale.
Questa evoluzione si spiega in parte dal fatto che, in diversi paesi, la crescita non sempre si traduce in lavori di migliore qualità, in salari più alti, in un aumento della qualità della vita e in sviluppo; e in parte a causa delle devastanti conseguenze della crisi finanziaria e economica del 2008-2009 sul mercato del lavoro.
La trasformazione delle economie per realizzare una crescita economica sostenuta e inclusiva e per creare posti di lavoro più numerosi e di migliore qualità è quindi diventata un tema centrale nel dibattito politico a livello nazionale e internazionale. Il tema è anche centrale nella discussione sull’agenda post-2015 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile come pure nei dibattiti del G20.
Se esiste un ampio consenso sull’importanza della trasformazione della produzione, i punti di vista degli economisti divergono sul modo di dinamizzare un tale processo. Il termine «politica industriale» continua a suscitare il disagio nei dibattiti tra alcuni economisti e i responsabili politici.
Il volume dell’ILO e dell’UNCTAD Transforming Economies: Making industrial policies work for growth, jobs and development («Trasformare le economie: mettere le politiche industriale al servizio della crescita, dell’occupazione e dello sviluppo») fornisce una analisi approfondita del processo di cambiamento strutturale e tecnologico, e contiene anche insegnamenti e principi per stabilire politiche in grado di creare una crescita sostenuta e inclusiva con posti di lavoro di qualità. Il volume si basa su otto casi di studio (Costa Rica, Repubblica di Corea, Brasile, Cina, Sudafrica, Africa subsahariana, Stati Uniti e industria del software in India), come pure su studi transnazionali e regionali.
Una diversità di tradizioni economiche
Piuttosto che di concentrarsi su un quadro economico in particolare, lo studio analizza diversi approcci innovanti recentemente sviluppati in diverse tradizioni economiche, fra cui la teoria classica, strutturalista, evoluzionista e istituzionalista. Questi quadri vengono descritti come complementari piuttosto che come concorrenti, a partire dall’esame delle forze che determinano il cambiamento strutturale e tecnologico, e della complessità di tali processi.
Lo studio identifica le «capacità» produttive nazionali in quanto motore fondamentale della trasformazione della produzione, un fattore largamente trascurato dagli economisti della teoria economica dominante.
Le capacità risiedono nella base di conoscenza della manodopera, delle imprese e delle società — più è sofisticato e diversificato il mix delle conoscenze generali, culturali e tecniche e più sono «intelligenti» le routine organizzative e le istituzioni, più sarà dinamica l’economia nell’adottare tecnologie più complesse, nel diversificare i prodotti, nell’accelerare il passo della trasformazione produttiva e nel creare posti di lavoro.
Insegnamenti
Uno dei maggiori insegnamenti è che non è possibile ottenere una crescita inclusiva e una politica occupazionale di successo senza che esse siano radicate in una chiara strategia di sviluppo produttivo e di formazione per il rafforzamento delle capacità, che integri anche la trasformazione sociale e economica.
Le politiche pubbliche volontaristiche sono essenziali per stimolare il dinamismo dell’economia e per influenzare le strutture economiche. Dopo molti anni di consulenza politica che ha provocato importanti danni ai paesi in via di sviluppo, un ampio accordo su questo punto è una buona notizia.
Non esiste tuttavia un unico approccio politico valido per tutti i paesi. I responsabili politici devono sviluppare strategie adatte al paese, tenendo conto delle condizioni specifiche al paese, dei vantaggi comparati e delle capacità iniziali. Saranno allora in grado di formulare politiche di trasformazione produttiva alla luce degli obiettivi e delle aspirazioni di sviluppo del paese.
Dagli studi nazionali e regionali emergono quattro importanti insegnamenti relativi alla progettazione e all’attuazione delle politiche industriali:

  • Concentrarsi su alcune attività economiche, industrie e tecnologie è stato un elemento chiave di tutte le strategie che sono riuscite a promuovere la trasformazione produttiva. Secondo lo studio, la distinzione tra misure orizzontali e misure verticali tende a sfumare, poiché molte delle misure apparentemente «neutre» favoriscono infatti questo o quell’altro settore. La questione non è quindi se occorre concentrarsi su alcuni settori ma come operare la scelta più efficace possibile.
  • Soltanto un insieme integrato e coordinato di politiche e di istituzioni è in grado di rispondere adeguatamente alle numerose sfide della formazione e della trasformazione strutturale alle quali sono confrontati i paesi intenti a realizzare i propri obiettivi di crescita, di occupazione e di sviluppo. Un tale insieme deve prendere in considerazione la coerenza delle politiche in materia di investimenti, di commercio, di tecnologia, di educazione e di formazione, sostenute da politiche macroeconomiche, finanziarie e del mercato del lavoro. In particolare, le politiche commerciali e macroeconomiche devono essere in linea con le politiche industriali. Diverse economie di successo hanno utilizzato un mix intelligente tra apertura degli scambi, promozione delle esportazioni e sostegno alle nuove industrie, in combinazione con politiche di promozione degli investimenti e della competitività.
  • Fondamentalmente, le politiche industriali devono raccogliere la sfida di stimolare le capacità attraverso l’accelerazione di processi di apprendimento diversificati a secondo dell’individuo, delle aziende, delle società e della manodopera, e di trasformare la base delle conoscenze e i sistemi collettivi di acquisizione delle conoscenze che sono alla base delle routine e delle istituzioni. Ciò richiede una strategia integrata dell’apprendimento che ricopra le politiche dell’educazione, della formazione, della tecnologia, del commercio e degli investimenti. La strategia deve anche comprendere istituzioni in grado di promuovere l’apprendimento individuale e collettivo nelle scuole, nelle comunità e nei processi di produzione, come pure nelle reti sociali, professionali e organizzazionali o nelle catene di approvvigionamento.
  • Le politiche industriali dovrebbero mobilitare non solo gli imprenditori e i responsabili delle politiche pubbliche ma anche il mondo accademico, i sindacati e la società civile a livello municipale, regionale e nazionale. Tutti questi attori hanno un ruolo legittimo da svolgere e dovrebbero integrare i consigli nazionali di competitività, i consigli o i comitati settoriali, le reti informali di comunità di prassi e le partnership pubblico-privato. Sono tutti indispensabili per un efficace coordinamento e per la formazione di un consenso.

 
Fonte: ILO – International Labour Organization
viaStudio ILO-UNCTAD. “Trasformare le economie”.

Colf, badanti e babysitter. Ilo: "Sfruttamento inaccettabile".

La campagna per la ratifica della Convenzione sul lavoro dignitoso. “Solo una piccola parte dei 53 milioni di lavoratori domestici nel mondo sono tutelati”
Roma – 29 gennaio 2015 – Segregate in casa, private dei documenti, costrette a lavorare tutti i giorni a qualunque ora per un tozzo di pane e pochi spiccioli, maltrattate, picchiate. É la condizione in cui versano tante lavoratrici domestiche nel mondo, una condizione “inaccettabile”.

A gridarlo è un video appena pubblicato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro per promuovere la Convenzione 189, dedicata al “lavoro dignitoso per le lavoratrici e i lavoratori domestici”. L’Italia, per prima tra i Paesi occidentali, l’ha ratificata nel 2013.
“Solo una piccola parte dei 53 milioni di lavoratori domestici nel mondo – ricorda l’Ilo – sono tutelati dalle leggi sul lavoro. Nel 2011, gli stati membri dell’Ilo hanno adottato la convenzione dei lavoratori domestici per proteggere i loro diritti, promuovere l’uguaglianza di opportunità e trattamento e migliorare le loro condizioni di lavoro e di vita. Finora 17 Paesi hanno ratificato questa convenzione. Manteniamo lo slancio!”
viaColf, badanti e babysitter. Ilo: “Sfruttamento inaccettabile”. Video – Stranieri in Italia.

Ue: Eurostat, Bulgaria paese con salario minimo più basso

ll salario minimo mensile in Europa varia dai 184 euro della Bulgaria ai 1.923 del Lussemburgo. Lo comunica Eurostat, a cui manca però il dato italiano.
A gennaio 2015, spiega Eurostat, dieci Stati europei avevano un salario minimo sotto i 500 euro: Bulgaria (184), Romania (218), Lituania (300), Repubblica Ceca (332), Ungheria (333), Lettonia (360), Slovacchia (380) ed Estonia (390).
In cinque paesi lo stipendio mensile minimo è compreso tra 500 e 1000 euro: Portogallo (589), Grecia (684), Malta (720), Spagna (757) e Slovenia (791). In altri sette Stati, si sale sopra i 1000: Regno Unito (1.379), Francia (1.458), Irlanda (1.462), Germania (1.473), Belgio e Olanda (1.502), e Lussemburgo (1.923).
Lo stipendio minimo negli Usa, ricorda Eurostat, è di 1.035 euro.
viaUe: Eurostat, Bulgaria paese con salario minimo più basso | Giornale del Popolo.

Centinaia di operai sono morti preparando i Mondiali del 2022 in Qatar

Secondo un’inchiesta del Daily Mirror, dal 2010 in Qatar sono morti 1.200 operai immigrati che lavoravano nei cantieri aperti per preparare i Mondiali del 2022.
Kevin Maguire ha visitato i cantieri e le case dei migranti (che sono più di un milione su due milioni di qatarioti), denunciando le terribili condizioni di vita degli operai, che sono pagati poco più di un euro all’ora. Solo nel 2014 sono morti almeno 195 cittadini nepalesi: una decina si sono suicidati, 22 sono morti sul luogo di lavoro, 38 in un incidente stradale e 123 per infarto, nonostante la giovane età. Daily Mirror
 
 
viaCentinaia di operai sono morti preparando i Mondiali del 2022 in Qatar – Internazionale.