Giovani tunisini, politica? No, grazie

Che fine hanno fatto le decine di migliaia di giovani che, poco piu’ di due anni fa, scendendo in piazza e sfidando anche a costo della vita la repressione, costrinsero Zine el Abidine Ben Ali a fuggire dalla Tunisia, dopo un regime ultraventennale? Di certo, dopo avere ottenuto la cacciata del dittatore, i ragazzi di avenue Bourghiba non hanno proseguito nella loro attivita’ politica, anzi si sono sempre di piu’ allontanati dai partiti e dalle logiche che li caratterizzano.
A sottolineare questo distacco e’ il risultato di un sondaggio, realizzato dall’Osservatorio nazionale della gioventu’ insieme al Forum delle scienze sociali applicate, secondo il quale solo il 2,7 per cento dei giovani tunisini appartiene ad un partito, mentre l’81,4 per cento non ha delle preferenze verso formazioni politiche, Un quadro che si commenta da solo perche’, insieme, certifica che i giovani partecipano direttamente alla vita politica aderendo ad un partito solo in una microscopica percentuale, mentre la maggior parte di loro non si sente in sintonia con alcun partito, entrando quindi in uno stato di totale disaffezione nei confronti di chi dovrebbe rappresentare, nelle massime istanze del Paese, il popolo e le sue esigenze.
L’apparente distanza dei giovani rispetto alla galassia politica e’ certificato anche da come essi si pongono nei confronti della ”rivoluzione” e degli obiettivi che il movimento anti-Ben Ali si era posti. C’e’ chi (33,6%) pensa che gli obiettivi della rivoluzione si stiano raggiungendo, ma con troppa lentezza, mentre per la maggioranza dei ragazzi intervistati (65,1%) essi non sono stati invece ottenuti.
Con il risultato evidente che tutti i giovani guardano con rimpianto alle prospettive ed ai traguardi, anche minimi, che la rivoluzione si era prefissi e che oggi appaiono ancora troppo lontani dal divenire una realta’.
Ma il distacco dei giovani tunisini dalla vita reale del Paese e’ confermato da un altro dato, che riguarda il tasso di partecipazione all’azione civile e che interessa appena il 6,1 per cento di loro. Cosa che lascia pensare che i ragazzi di Tunisia non solo non hanno alcuna fiducia nei partiti, ma non intendono neanche impegnarsi direttamente nel sociale, quasi a volere marcare una distanza che non ha possibilita’ d’essere colmata. Un diverso appeal hanno invece le associazioni caritatevoli, cui da’ il suo contributo il 29% dei ragazzi tunisini.
viaTunisia: giovani tunisini, politica? No, grazie – Tunisia – ANSAMed.it.

Ferite di parole. Le donne arabe in rivoluzione. Mille fuochi di voci, di gesti e di storie di vita – Ben-Salah Leila; Trevisani Ivana – Libro – IBS – Poiesis (Alberobello) – I lapislazzuli

Ferite di parole. Le donne arabe in rivoluzione. Mille fuochi di voci, di gesti e di storie di vita
Autore Ben-Salah Leila; Trevisani Ivana
Prezzo
Sconto 15% € 13,60
(Prezzo di copertina € 16,00 Risparmio € 2,40)
Dati 2013, 187 p., brossura
Editore Poiesis (Alberobello) (collana I lapislazzuli)
“Ferite di parole” è uno dei libri più lucidi e determinati per entrare nel mondo delle società arabe dalla parte delle donne, senza pregiudizi e senza stereotipi, per ragionare sulle rivoluzioni in atto da due anni nel Mediterraneo.
viaFerite di parole. Le donne arabe in rivoluzione. Mille fuochi di voci, di gesti e di storie di vita – Ben-Salah Leila; Trevisani Ivana – Libro – IBS – Poiesis (Alberobello) – I lapislazzuli.

Egitto. Le mille e una atrocità dell'esercito durante la 'rivoluzione'

Da guardiani della rivoluzione a carnefici: questa la parabola dell’esercito egiziano documentata da un nuovo rapporto.
di Valentina Marconi
Il documento non è stato ancora divulgato tramite canali ufficiali ma – nella versione ridotta resa nota dal quotidiano inglese – ha fatto già il giro del mondo, provocando forti reazioni.
“Non si può sottovalutare l’importanza di questo rapporto […] Fino ad oggi, non c’è stato un riconoscimento ufficiale da parte dello Stato della forza eccessiva usata da polizia e militari. L’esercito ha sempre detto di essere stato dalla parte dei manifestanti e di non aver mai sparato contro i civili. Questa è la prima [..] condanna ufficiale delle sue responsabilità nei casi di tortura, sparizione forzata e uccisione”, ha dichiarato Heba Morayef, direttore di Human Rights Watch in Egitto.
Cronaca di una fuga di notizie
A compilare questo rapporto-shock è stata una commissione nominata dal presidente Morsi nel luglio del 2012 e formata da sedici membri. Fra questi, giudici e funzionari del ministero degli Interni, ma anche avvocati per i diritti umani e parenti di persone uccise o scomparse.
L’obiettivo di questa task force era raccogliere informazioni dettagliate su uccisioni e ferimenti di manifestanti (avvenuti fra il gennaio del 2011 e il giugno del 2012), esaminando le misure prese dal governo e la cooperazione fra potere esecutivo e giudiziario.
Lo scorso gennaio, la commissione ha chiuso i battenti, presentando i risultati del proprio lavoro a Morsi, che invece di pubblicare le “mille pagine di atrocità” contenute nel rapporto, ha preferito passarle direttamente alla Procura.
Tutto è quindi rimasto a tacere sino alla settimana scorsa, quando alcuni capitoli sono finiti sulle pagine del Guardian.
Dalla lettura degli estratti pubblicati, emergono chiaramente tre questioni: la responsabilità dei militari in relazione alla tragedia di quelli che potremmo definire i desaparecidos egiziani, gli abusi commessi nell’ospedale militare di Kobri al-Qoba nel giugno del 2012 e l’uso eccessivo della forza impiegato dalla polizia contro i manifestanti a Suez.
viaEgitto. Le mille e una atrocità dell’esercito durante la ‘rivoluzione’.

Tunisia: ‘Non crediamo nella democrazia, ma senza appoggio del popolo niente jihad’

(limes) Intervista ad Hassan Ben Brik
La rivoluzione dei gelsomini ha tutt’altro che concluso il suo percorso di trasformazione della società tunisina. L’eco della primavera araba, che da Sidi Bouzid nel cuore della Tunisia rurale alle strade del Cairo, Tripoli e Damasco ha portato in strada migliaia di sostenitori della democrazia e dei diritti civili, ci costringe ancora una volta a ripensare i paradigmi e ridefinire gli scenari possibili.
Dal dicembre 2010 ad oggi la Tunisia ha fatto i conti con la disperazione di Mohammed Bouazizi, le proteste spontanee dei giovani delle aree marginalizzate del paese, i tumulti della capitale, le dimostrazioni pacifiche della borghesia delle grandi città, gli attacchi informatici e la solidarietà internazionale dell’antagonismo occidentale per i sostenitori del “dégagé”.
Il paese ha vissuto le sue prime elezioni democratiche (ovviamente non senza polemiche) e ha destato stupore nella comunità internazionale per la rapidità nel proporre nuove istituzioni credibili e capaci di lavorare subito dopo il voto per una nuova costituzione. Il successo del partito islamico moderato Nahda e l’apparente sicurezza di un uomo rispettato come Rached Ghannouchi sembravano inquadrarsi in un percorso d’ispirazione turca dove laicismo e islam potessero trovare una nuova sintesi. Il percorso politico e sociale che sta portando la Tunisia verso la promulgazione della nuova costituzione ed elezioni legislative (ottimisticamente entro la prossima estate) si arricchisce di attori nuovi, che in realtà nuovi non sono per niente. Soggetti che spaventano l’opinione pubblica internazionale, ma anche parte della società tunisina.
Il salafismo pretende spazio nel nuovo scenario politico e trova nel contatto con il popolo la sua naturale arma di proselitismo. Nella giornate infuocate di settembre, quando sono state prese di mira le ambasciate di molti paesi arabi oltre ai simboli del potere economico occidentale, anche la Tunisia ha fatto i conti con una piazza che al grido di “Allah Akbar” (“Allah è il più grande”) ripropone il tema centrale di tutta questa primavera. Che ruolo deve avere l’Islam nella costruzione dello Stato post-rivoluzionario?
La responsabilità degli atti di violenza delle scorse settimane, conseguenza della diffusione su Internet del peggiore porno soft di sempre (Innocence of Muslims di Nakoula Basseley Nakoula) e delle vignette di Maometto pubblicate dal settimanale francese Charlie Hebdo, è ricaduta sul gruppo salafita Ansar ash-Asharia (“i sostenitori della sharia”). Il gruppo jihadista tunisino condivide il nome e il progetto politico con altre realtà jihadiste nel mondo arabo, ma non ne rappresenta una costola, anzi rivendica la paternità del nome e si erge a modello per gli altri paesi.
In un incontro esclusivo con Hassan Ben Brik, responsabile Dawa (predicazione) di Ansar ash-Asharia, poco prima del suo arresto e da tutti considerato il secondo dopo Abou Iyadh, abbiamo avuto la possibilità di gettare luce sul progetto politico del gruppo salafita e sul ruolo che attualmente stanno giocando in Tunisia ed in tutta la regione. L’intervista si è svolta a settembre in una casa alle porte di Tunisi, dove siamo stati accolti e siamo rimasti per diverse ore a colloquio con Hassan; questi, dopo una prima fase di studio, si è aperto con naturalezza al confronto. Con me c’erano il ricercatore e giornalista Fabio Merone, la giovane free lance inglese Louisa Loveluck ed il fratello di Ben Brik, Karim Minissi, nostro contatto e facilitatore dell’incontro.
LIMES Qual è stato il vostro percorso, dove nasce Ansar ash-Asharia?
HASSAN BEN BRIK Il gruppo fondativo è attivo in Tunisia dal 2003, siamo tornati in Tunisia dopo aver intrapreso percorsi all’estero, ci siamo conosciuti in carcere e abbiamo iniziato il nostro lavoro da lì. Per anni in Tunisia l’insegnamento del Corano e la professione della fede islamica sono stati violentemente repressi. Qui non era possibile predicare liberamente: si rischiava il carcere o anche la morte.
LIMES Qual è il vostro progetto politico?
HASSAN BEN BRIK Il nostro nome è anche il nostro progetto politico, vogliamo portare la sharia in Tunisia e nel mondo arabo. Per raggiungere questo obiettivo bisogna parlare con il popolo e avere la possibilità d’insegnare l’islam e la legge coranica.
LIMES Rivendicate quindi un progetto indipendente rispetto ad altri gruppi che richiamano al tema della sharia e che si stanno muovendo in altri paesi?
HASSAN BEN BRIK Noi siamo nati molto prima e vogliamo essere un modello per il mondo arabo, condividiamo con altri gruppi il punto di arrivo, ma rivendichiamo una nostra peculiarità nel percorso e nel lavoro di diffusione dell’islam.
LIMES Siete quindi pronti per il jihad?
HASSAN BEN BRIK Il jihad è sicuramente parte del nostro progetto politico, ma non abbiamo alcun interesse attualmente a intraprendere iniziative violente o atti terroristici. La lotta per la creazione di uno Stato islamico ha bisogno dell’appoggio del popolo. Non esiste jihad, se il popolo tunisino non è con noi.
LIMES È vero che la vostra prima apparizione pubblica è nata come conseguenza di un messaggio arrivato direttamente da Osama bin Laden nelle settimane successive allo scoppio della rivoluzione?
HASSAN BEN BRIK Lo escludo categoricamente: abbiamo contatti internazionali, ma siamo nati da un’esperienza tutta interna alla Tunisia e ne rivendichiamo le specificità.
LIMES Qual è il suo ruolo nell’organizzazione e come si struttura Ansar ash-Asharia?
HASSAN BEN BRIK Io sono il responsabile della Dawa (la predicazione), il mio lavoro è quello di portare Ansar ash-Asharia in tutto il paese, per insegnare il Corano e parlare con il popolo tunisino. Anni di laicismo, prima con Bourguiba e poi con Ben-Alì, hanno allontanato la Tunisia dalle sue radici islamiche. Il nostro scopo è riportare l’islam in Tunisia ed arrivare alla costituzione di un governo islamico. Sulla struttura non posso dire nulla, tutti gli esponenti del Ansar ash-Asharia sono sotto il mirino del governo e della comunità internazionale e io preferisco parlare solo ed esclusivamente del mio ruolo nell’organizzazione.
LIMES Siete pronti a dialogare con le altre frange salafite e soprattutto con il Nahda?
HASSAN BEN BRIK Ci sono molti punti in comune con il Nahda, nel breve periodo la creazione di una coalizione e l’elezione di un leader unico che possa rappresentare i partiti islamici è un’ipotesi che c’interessa molto. Attualmente però il Nahda sta dimostrando di essere il servo dell’America e ci mette sotto pressione per costringerci all’isolamento; anche le ultime dichiarazioni di Gannouchi sono contraddittorie e non lasciano spazio al dialogo.
LIMES Come si concilia il jihad con il lavoro politico che state attualmente svolgendo?
HASSAN BEN BRIK Noi non crediamo nella democrazia, ma appoggiamo le elezioni. Sarà il popolo tunisino a decidere chi dovrà governare e noi vogliamo avere il nostro ruolo in questo processo. Tra i nostri obiettivi c’è anche la creazione di un sindacato dei lavoratori e uno per gli studenti islamici, il processo dovrà portare alla costituzione di un partito islamico unico che governi il paese.
LIMES Oltre al vostro progetto politico e alla Dawa, quali sono i punti di contatto che state stabilendo con il popolo, avete anche voi un ruolo sociale come i Fratelli musulmani o Hamas?
HASSAN BEN BRIK Essere vicini al popolo non è una scelta politica, è un insegnamento coranico. Alla fine del Ramadan il corano prevede che ogni famiglia devolva il 10% dei propri averi ai più bisognosi. Noi non abbiamo fatto altro che raccogliere parte di questi fondi e organizzarli in un programma di sostegno annuale. Noi prendiamo dal popolo per ridare al popolo. Ci siamo presentati ufficialmente al paese il 20 maggio e abbiamo portato a Keirouan (quarta città santa per i musulmani, 250 chilometri a sud di Tunisi) oltre 20 mila persone. In quell’occasione abbiamo spiegato il nostro progetto e abbiamo teso una mano al popolo tunisino; aspettiamo e lavoriamo perché la colgano.
LIMES Passiamo ai recenti avvenimenti e alle accuse che vi vengono mosse. Qual è la vostra responsabilità nell’attacco all’ambasciata americana e nelle violenze degli ultimi giorni?
HASSAN BEN BRIK Le provocazioni giunte dall’Occidente hanno innescato un rabbia che noi stessi abbiamo cercato di controllare. La strategia dell’America è chiara, provocare il mondo arabo per costringerlo a scendere in piazza in maniere disorganizzata, spingendo verso il conflitto nel tentativo di rallentare il processo di strutturazione di solide realtà islamiche e jihadiste. Io stesso ho dovuto mediare con gli altri gruppi salafiti in più occasioni per evitare inutili scontri. Il nostro è un progetto che ha bisogno di muoversi alla luce del sole, nel lungo periodo; ogni provocazione non fa altro che rallentare tale processo.
LIMES Quindi a chi sono imputabili le violenze?
HASSAN BEN BRIK Il quadro degli scontri è molto più complesso di come lo vogliono dipingere i media. La nostra presenza nelle strade e nelle manifestazioni è accolta e sostenuta da migliaia di giovani delle periferie che vedono in noi un punto di riferimento e ci sostengono. Molti sono poi gruppi e singoli conosciuti negli anni del carcere, loro appoggiano le nostre iniziative anche se non prendono parte in maniera integrale al movimento. L’insieme di queste realtà sociali può provocare atti di violenza di cui non possiamo ritenerci direttamente responsabili. Come ho già detto il nostro progetto lavora sul lungo periodo, non accettiamo le provocazioni, ma non crediamo neanche sia utile cercare lo scontro a tutti i costi.
LIMES In conclusione, vi ritenete il nuovo modello per il mondo arabo?
HASSAN BEN BRIK In Tunisia, come negli altri paesi arabi e musulmani, il popolo è stanco di false promesse e del linguaggio ipocrita dei partiti attualmente al governo. Oggi, con la fine della dittatura, possiamo agire liberamente e dare progettualità al nostro lavoro d’insegnamento e diffusione della legge coranica. Siamo seguiti, veniamo ascoltati da migliaia di persone, molte più di quelle di tanti partiti che oggi occupano la scena politica. Dall’incontro di Keirouan il percorso è iniziato e siamo pronti a raccogliere le sfide che abbiamo davanti.
L’intervista, durata oltre due ore, pur non riuscendo a delineare in un quadro sistemico più ampio il ruolo di Ansar ash-Asharia, ci permette di cogliere le linee di tensione sulle quali si gioca il futuro della transizione in Tunisia e nella regione.
Prima di tutto l’atteggiamento del Nahda e quindi dell’islamismo moderato nel prendere una posizione decisa rispetto a una realtà ormai stabile e in crescita come quella dei gruppi salafiti d’ispirazione jihadista.
In secondo luogo la capacità dell’Occidente di leggere il nuovo volto della democrazia post rivoluzionaria nel Mediterraneo. La caduta delle dittature filo-occidentali come quelle di Ben-Ali o affaristiche come quella di Gheddafi non ha portato solo Youtube ed elezioni più o meno trasparenti, ma ha riacceso la speranza per quanti hanno dovuto nascondere le radici culturali e religiose e hanno oggi l’occasione di ripensare al loro ruolo nella società. Una società che vogliono libera, indipendente ed islamica.
Fotogalleria sulla primavera araba
Sergio Galasso è nato a Napoli nel 1983. Laureato in Relazioni Internazionali e Diplomatiche all’Orientale di Napoli e con un master in Cooperazione Internazionale presso l’ISPI di Milano. Dopo aver svolto una short mission di monitoraggio elettorale durante le elezioni di ottobre 2011 in Tunisia, ha creato con Fabio Merone e Laura Salomoni ‘Itinerari Paralleli’, un’associazione di promozione sociale che si propone di svolgere attività di Turismo sociale, politica per il territorio/cittadinanza attiva e cooperazione internazionale. Attualmente l’associazione è attiva in Tunisia, Bosnia e Italia.
(11/10/2012)

Morocco police disperse demo against 'king loyalty' ritual

(AFP)
RABAT — Moroccan riot police forcefully dispersed a protest outside parliament Wednesday, where activists had gathered to call for the abolition of a ceremony of loyalty to the king, AFP journalists reported.
Dozens of activists, most of them from the February 20 reform movement, demonstrated on the main boulevard in Rabat, chanting “Dignity, freedom and social justice!”
The police responded aggressively, beating some of the protesters and journalists, including an AFP reporter, as they tried to scatter the crowd.
The demonstration took place just a day after hundreds of government officials pledged their devotion to King Mohammed VI by bowing down before the monarch at an annual “Celebration of loyalty and allegiance” at the palace.
Activists called Wednesday’s protest, dubbed a “Celebration of loyalty to freedom and dignity,” to denounce the royal event, which some say perpetuates a “backwardness” and “servitude” in Morocco that is inappropriate for the 21st century.
“We are calling for the abolition of this ceremony, because it undermines the dignity and freedom of Moroccans, and people want it to finish,” said Montasser, a February 20 activist at the protest.
“Even pro-monarchy people acknowledge that this way of expressing allegiance to the king is in fact a display servitude,” he said.
Speaking to AFP, the ministry of communication Mustapha Khalfi said he regretted the incident, and that the interior ministry had called for an inquiry into what happened, to clarify who was responsible.
The February 20 movement was born out of the wave of protests which took hold in the kingdom last year after pro-democracy revolts in Tunisia and Egypt toppled long-standing regimes.
King Mohammed VI, who has been on the throne for 13 years, moved to stifle the protest movement by introducing significant reforms that would curb his near-absolute powers.
The Moroccan authorities remain highly sensitive to public criticism of the king.

The Arab Spring and Monarchies: Could Morocco Lead the Way?

(ISN Blog)
One year ago, on July 1st 2011, Moroccans went to the polls to vote on a constitutional reform proposed by their ruler, King Mohammed VI. Although not making headlines as often as its neighbors who also experienced uprisings, Morocco has undoubtedly entered a transitional period, albeit one that is influenced by its monarchical system of government. It appears that the consequences of the Arab Spring differ depending on the forms of government and political systems in place. While protesters have toppled governments in republics like Egypt, Tunisia, and Yemen, the Arab monarchies such as Morocco, Bahrain, and Saudi Arabia have remained intact. And as other monarchies contemplate what sort of reforms to undertake – as in Jordan and Kuwait, for example – Morocco has already embarked on democratic processes.
Although Morocco followed the pattern of the Arab Spring uprisings, its experience is nonetheless unique and worth exploring. In contrast to the demands of the Tunisians, Egyptians, Yemenis, and Libyans, Moroccans demanded reform instead of regime change. Whether the resulting reforms are a sufficient foundation for democracy and satisfactory to the populace remains to be seen.
Key Conclusions
A year after the adoption of the new constitution, the political situation in Morocco is still unfolding as the Islamist party is trying to govern under a monarchical system, while the main opposition party, the PAM, has been empowered by the new constitution. Morocco is without a doubt entering an important period in its history. Reforms were and still are necessary in order to bring an end to the years of tyranny Moroccans are unfortunately too familiar with. Whether this constitutional reform will be the only royal act towards change or the first of many reforms is the central question. This could be a major precedent towards establishing an exemplary Arab democratic state or a breakdown indicative of the monarchy’s unwavering control.
Morocco’s importance lies not only in the fact that the country is a close ally of the US and the West, but the Moroccan reforms could serve as an example for other countries with an Islamist party in power. Despite the major differences in, for example, the role of the army in Egypt, the Salafi presence in Tunisia, or the lack of security in Libya, a positive experience emanating from Morocco would be beneficial and be a good example for others to follow.
Analysis
Egyptians wanted the fall of Mubarak; Tunisians the fall of Ben Ali and his family-dominated regime; and Yemenis wanted an end to Saleh’s 33 years in power. Moroccans, on the other hand, have demanded reforms of the system.
Responding to the repression and oppression they have lived under since 1961, and inspired by the millions of people in the region who were brave enough to speak up, Moroccans took to the streets last year in protest. Along with the rest of the Arab population, people were angered by the overwhelming social inequality, corruption, unemployment, lack of basic freedoms, and most importantly, the makhzen – a Moroccan term used to describe the elitist group of individuals close to the establishment and monarchy who run the country. These shared frustrations sparked collaboration, ultimately tearing down the barrier of fear.
The mass protest movement was led by a youth group called the February 20th Movement for Change, named after the date planned for the first nation-wide protest. Armed with nothing but the will to change the face and fate of their country, desperate citizens tired of the status quo took to the streets in all major cities every Sunday and quickly grew to numbers in the thousands.
On March 9th 2011, King Mohammed VI responded to these protests by announcing the formation of a commission tasked with drafting a new constitution to be put to a referendum. According to the king, the new constitution would “consolidate the rule of law … promote all types of human rights … strengthen the principle of separation of powers …” It would also choose the prime minister from the party who wins the majority of legislative elections – a right previously belonging exclusively to the king. Though some were in favor of the king’s reform plan, his speech did not completely satisfy popular demands.
Political analysts as well as critics of the monarchy, such as Ahmed Benchemsi, currently a visiting scholar at Stanford University, reacted to the speech by saying: “Yes, Mohammed VI’s March 9 speech was indeed historic. But no, it is not because it announced a major constitutional reform.” In other words, the king’s speech was historic in context but not in content. Leaders of the February 20th Movement similarly deemed the king’s attempt to meet the needs of the protesters insufficient. They pointed out that the commission drafting the new constitution was chosen by the king himself, making it unrepresentative of the people it should be protecting. However, despite criticism, on July 1st Moroccans – both at home and abroad – voted on the newly drafted constitution. It passed with an overwhelming majority of 98% in favor of the change. Then, in response to the continuing protests and the calls for a new government, the prime minister at the time, Abbas al-Fassi, called for early legislative elections to take place immediately after the referendum.
After the government’s resignation, legislative elections took place on November 25, 2011. Political groups such as the Independence Party (Istiqlal) or the Socialist Union of Popular Forces (USFP), as well as individuals close to the regime who have been sharing the power for the past few decades, were natural losers in this wave of reform. In peoples’ eyes, they symbolized the need for change. This left two polar opposite parties: the moderate-appearing Islamist Justice and Development Party touting the Turkish model, and known by its French acronym PJD, and the newly-formed (and close to the king) Authenticity and Modernity Party, known by its French acronym PAM.
As in most nations in post-Arab Spring elections, the previously-oppressed Islamist parties were seen as agents of change and ultimately the PJD won 27% of the votes, while the PAM came in fourth with only 12%. For the first time in Moroccan history, the king was forced by the people to choose a prime minister from the winning party – the PJD – as stated in the new constitution, setting Morocco apart from the rest of the monarchies. This was a source of optimism not only for Morocco, but for Arab countries emerging from post-revolutionary period and transitioning towards a democratic state.
Meanwhile, the rest of the Arab monarchies are grappling with the paths to reform as they are in the process of identifying what these reforms will be, as opposed to Morocco, which is already implementing a reform process.
Saudi Arabia has been trying to save the species of Arab monarchies by reinforcing them in the Gulf. The decision to include both Morocco and Jordan in the Gulf Cooperation Council (GCC) was consistent with this policy – which, however, failed because of objection by other GCC members.
In Jordan, King Abdullah announced a series of reforms and has already replaced the prime minister three times in the past 18 months. Elections are due this year, although the exact date has not been confirmed. The Islamist parties are boycotting these elections, though King Abdullah recently urged them to take part in the process. The protest movement has certainly been small compared to the mass uprisings across the region, but so far King Abdullah has made some constitutional changes in order to satisfy public demands while keeping the monarchy intact.
Moreover, the complex situation in Syria is dividing the Jordanian elite. Some argue that supporting the Syrian opposition will indirectly help the main opposition groups: the Islamist parties, particularly the Muslim Brotherhood. Jordan is fearful of Islamist parties gaining support and momentum ahead of the elections, if they end up taking part in the process. On the other hand, others argue that not supporting the opposition movement in Syria will be a major issue between the Jordanian Kingdom and its friends and allies in the GCC, including Saudi Arabia, who are economically supporting Jordan.
In Bahrain, the crackdown on protesters was the harshest amongst the monarchies, as the Shi’a majority strove to follow the Tunisian and Egyptian examples. The Shiite’s peaceful protests were met with violent oppression, and their revolution lacked support, mainly due to its strategic location; it’s home to the US 5th fleet and a close ally to Saudi Arabia, who quickly provided troops to save the ruling family.
Bahrain is of particularly vital interest to the Saudi monarchy for three main reasons. First of all, a regime change in the country would set a precedent for a Gulf monarchy, which would naturally be a a reason for concern. Second, the Bahraini Shi’a majority could have a strong influence on the eastern part of Saudi Arabia, which is a Shi’a-dominated area where protests have already taken place, and where two people were killed last week. Finally, a collapse of the Bahraini monarchy would be a strategic victory for Saudi Arabia’s rival – Iran – who could then use Bahrain to influence developments in the eastern part of the Saudi kingdom, heavily rich in oil.
Just as troublesome for the Saudi monarchy is the political situation in Kuwait. Kuwait’s Constitutional Court recently declared the February parliamentary elections null and void and replaced the Islamist-dominated Parliament with the previous government-friendly one. The cabinet has submitted its resignation in protest, and opposition members have in turn called the court’s decision “null and void.” Protests took place as thousands of civilians denounced what they considered a “coup.”
An Arab uprising in Kuwait or Bahrain, Saudi Arabia’s backyard, would pose a real threat to the aging Saudi monarchy, as those are rich, close allies to the Saudi family whose stability is a key factor in their ability to rule freely. The Saudi monarchy considers Kuwait a very close ally in the area; they are both members of OPEC and GCC. If Arab monarchies started crumbling as did the Mubarak, Ben-Ali, or Saleh regimes, the Arab Spring could truly become a bigger threat for any leader in the Arab world, and possibly beyond its borders.
This piece was oringally published on the blog, Global Observatory

Le Maroc s’est engagé très tôt dans un processus de réformes étalé sur des décennies

(L’Opinion)
Le Maroc s’est engagé très tôt dans un processus de réformes qui s’est étalé sur des décennies, a indiqué M. Lahcen Abdelkhalek, ambassadeur du Maroc en Jordanie.
Invité de l’émission “Hiwar” diffusée mercredi soir sur la chaîne de télévision jordanienne “Seven Stars”, le diplomate marocain a affirmé que le mouvement de réformes au Maroc a été lancé dès l’aube de l’indépendance avec la consécration du multipartisme. Le royaume s’est engagé, ainsi, avec fermeté dans le processus démocratique à travers les amendements apportés à la constitution et l’organisation d’élections parlementaires et locales, a-t-il dit, soulignant que “ce processus de réformes n’a jamais été interrompu et s’est poursuivi tout au long des dernières décennies”.
Depuis son intronisation, SM le Roi Mohammed VI a donné un nouveau souffle à ce processus en engageant le Maroc dans une série de réformes profondes (loi sur les partis, code de la famille, loi sur la nationalité, libéralisation du secteur audio-visuel et promotion de la participation des femmes dans les institutions), a poursuivi M. Adelkhalek, relevant que ces réformes “ne sont pas le résultat de circonstances imprévues ou du hasard, mais s’inscrivent plutôt dans une dynamique continue”.
Le diplomate marocain a souligné, en ce sens, que le discours royal historique de mars 2011 annonçant la révision de la constitution, est l’aboutissement d’un processus de réformes entamé depuis des années, précisant que les amendements constitutionnels approuvés par une écrasante majorité ont été bien accueillis et très appréciés par la communauté internationale.
L’adoption de la nouvelle loi fondamentale a été suivie par l’organisation des élections législatives du 25 novembre dernier qui ont engendré un nouveau gouvernement conduit par le Parti de la Justice et du Développement (PJD) qui a remporté le plus grand nombre de sièges au Parlement, a-t-il dit rappelant les dispositions de la nouvelle constitution, relatives à la mise en place de nombreuses institutions dans le cadre de la consécration de l’Etat de droit et de la bonne gouvernance.
Parallèlement à ces réformes, qui reflètent la capacité du Royaume à gérer son présent et son avenir avec sagesse et perspicacité, SM le Roi, soucieux de promouvoir les conditions économiques et sociales, a lancé de nombreuses initiatives sectorielles stratégiques (Maroc Vert, Vision 2020 dans le secteur du tourisme, plan Halieutis pour promouvoir le secteur de la pêche…), a poursuivi M. Adelkhalek, faisant état notamment de l’Initiative Nationale pour le Développement Humain (INDH) qui a contribué, depuis son lancement en 2005, à la lutte contre la vulnérabilité et la précarité et à la création de projets générateurs de revenus, a-t-il dit.
Cette dynamique a érigé le Maroc en modèle à suivre aux niveaux arabe et africain, a-t-il ajouté précisant que le royaume qui s’est engagé activement sur la voie des réformes a pu se prémunir des implications de l’évolution politique qu’a connue la région arabe.
Au niveau régional, M. Abdelkhalek a abordé le conflit artificiel autour du Sahara marocain, rappelant la dynamique enclenchée par la proposition marocaine d’autonomie au Sahara dans le cadre de la souveraineté du Royaume et de la préservation de son intégrité territoriale.

Morocco’s Islamists: In Power Without Power

David Ottaway
Seven months after an Islamist became prime minister for the first time in Morocco’s history, it remains as nebulous here as in Tunisia and Egypt what the Islamists coming to power really portends. It is a conundrum that Islamist-wary Western capitals and independent analysts are all struggling to fathom.
In Morocco, King Mohammed VI has yet to yield any real authority under a new constitution, which requires him to pick the prime minister from the winning party of parliamentary elections won last November by the moderate Islamist Justice and Development Party (PJD).
Its leader, Abdelilah Benkirane, now heads the government but is doing everything to avoid confrontation with the king. As a result, nothing of real substance has changed so far nor is it expected to anytime soon.
“In Morocco, everything appears to change so that nothing really changes,” commented a prominent Moroccan news analyst, who asked to remain anonymous because of his current falling out with the king. In his view, Benkirane has served to “stop the Arab Spring in Morocco” and his party has played the role of the king’s “shock absorber” from pressures for real political reform.
A common prediction is that Benkirane (an Islamist) will prove no more successful in turning Morocco to the right than was Abderrahmane Youssoufi (a socialist) in shifting it to the left after being called back from political exile in France by the late King Hassan to become prime minister in 1998.
If Benkirane’s PJD does fail, the likely outcome is the rise of more militant Islamists already mobilizing in anticipation.
King Mohammed VI has proven the most agile of the Arab world’s eight monarchs in responding to reform pressures generated by the popular uprisings of last year that toppled the three long-ruling autocratic leaders in Tunisia, Egypt, and Libya. He stopped a widening protest movement in its tracks by rushing through a new constitution in four months, which was overwhelmingly approved in a referendum last July. He committed himself to appointing the prime minister from the winning party in national elections, widening parliament’s powers, and creating an independent judiciary.
But the king still remains “supreme arbiter” in all spheres; he is head of the armed forces and the highest religious authority in the land bearing the title “Commander of the Faithful.” Whether he is a true reformer or just a master manipulator is yet to be seen.
The new constitution requires, in theory, a lot of power-sharing between the king and prime minister; how this will work out, in practice, is the question of the day. Right now, there is a sense of calculated gamesmanship by both sides as they discuss new government appointments, Islamic measures for the media, and reform of the judiciary. Many of the constitution’s provisions still require “organic laws” that both the prime minister and the king must approve to take effect.
“We are developing cooperation with the king step by step,” said Benkirane’s Minister of Communication Mustapha El Khalfi. “People think democracy will come as a result of conflict between the monarchy and the government. They are completely wrong. Democracy will be the result of cooperation between the two.”
The PJD has a tenuous foothold in power. It holds only 107 out of 395 seats in the lower elected house of parliament and 11 out of 31 cabinet posts. The upper house, indirectly elected by municipal notables, is still dominated by the king’s supporters; new local elections will not be held until 2013. The PJD is also constrained by leading a coalition government that includes both ex-communists and pro-royalists.
Still, unlike previous prime ministers, Benkirane has quickly proven a popular, telegenic figure. He makes monthly televised appearances before parliament, not only to answer questions but to defend and build support for his government, even its unpopular decisions. As a result, a recent 20 percent increase for a liter of gasoline provoked no street protests. Nor has a bill to assure amnesty to military personnel for abuses committed while on duty.
El Khalfi pointed to some early PJD accomplishments in forging cooperation with the king starting with agreement on the appointment of senior government officials. The monarch would continue to name his choices for 40-odd “strategic positions,” but the PJD now has the right to fill 1,140 others. Together, they had also launched a new national health services program, benefiting 8.5 million poor Moroccans and financed by a one percent surtax on private companies’ earnings. There had also been agreement on cuts in operating budgets for all ministries that would help reduce the government’s deficit from 8.5 to 6 percent of GDP.
The minister made no mention, however, of one embarrassing faux pas—his own attempt to change guidelines for state TV channels requiring notification of prayer time and more programs in Arabic at the expense of French and Spanish programs. When the king heard of the proposed changes, he reproached El Khalfi by appointing a new commission headed by a leftist minister unlikely to approve such changes.
Meanwhile, more militant Islamist groups that have refused so far to participate in parliamentary elections are waiting to see this unprecedented experiment in royal-Islamist “cohabitation” fail. They are deemed by Moroccan and outside analysts a far more serious threat to the king than the youth-led, secular, pro-democracy February 20 Movement, whose widening street protests in early 2011 provoked the new constitution.
Already, the Al-Adl wal-Ihsan (Justice and Spirituality) movement that rejects the king as Commander of the Faithful and hints at a “republic” to replace the monarchy is preparing for its entry into politics. Led by the reclusive, 83-year-old Sheikh Abdul Salam Yassin, the group mixes elements of Sufi mysticism, Salafi fundamentalism, and Muslim Brotherhood-style social activism. It is widely believed to have considerably more followers than Benkirane’s PJD but has eschewed any participation in the monarchy.
This may be about to change.

“We are ready. It’s just a question of conditions,” said Omar Iharchane, head of the movement’s research center.
Though al-Adl wal-Ihsan is officially outlawed, it was already a registered “political association,” according to Iharchane. It had internal structures in place ready to launch a political party and had demonstrated its political bent by quickly becoming the mainstay of the February 20 Movement. Al-Adl wal-Ihsan’s political clout was made clear last December when it withdrew from the pro-democracy movement and its momentum fizzled.
Iharchane predicted Morocco was headed for a second uprising because of its “dire social and economic problems,” adding “we also see problems in the implementation of the new constitution in reality.” He implied that another outbreak of mass protests and PJD’s failure were the “conditions” al-Adl wal-Ihsan was awaiting to make its bid for power.
Even more stridently ultra-fundamentalist Islamists, former “Salafi jihadists,” have begun reappearing in public wearing their singular long beards and short white robes. Another of King Mohammed’s gestures to the Arab Spring was the release from prison in April 2011 of three of their sheikhs. They had been implicated in the May 2003 bombings of five sites in Casablanca that killed 45 people, including 12 suicide bombers. Over 1,000 Salafis were subsequently arrested, and 700 are still in prison. One of the released sheikhs, Mohammed Fizazi, has talked openly of forming a Salafi party as has already happened in Egypt and Tunisia.
But Anas Haloui, spokesman for the remaining Salafi detainees, doubted such a move was imminent. He noted there was no agreement among Morocco’s Salafi leaders about recognition of the king’s political or religious authority. Those who followed the Wahhabi traditions of Saudi Arabia, where the king is viewed as prime protector of the religious establishment, accepted Mohammed VI as “Commander of the Faithful.” Others did not, and some rejected the king in any role.
Several Moroccan analysts said the Salafis were badly fragmented into as many as six groupings. “Maybe they will form a non-governmental organization first,” said Sanaa Karim, a religious affairs reporter for the PJD newspaper Attajdid. In any case, their numbers were only “some hundreds” and they had no hope of matching the success of Egypt’s Salafis, who won a surprising 28 percent of the vote in last year’s elections.
“They have no common leader and no common ground,” she remarked. But this was also true of Egyptian Salafis.
David Ottaway is a senior scholar at the Wilson Center who has recently returned from Morocco. This piece is an overview of his observations on Morocco’s Islamists.

Morocco to assist Syrian refugees in Jordan

Morocco plans to send “substantial humanitarian aid” to help Jordan handle the influx of Syrian refugees fleeing the deadly unrest in their country, official sources in Rabat said on Friday.
King Mohammad VI has decided to dispatch an “expert Moroccan mission equipped with substantial logistical and humanitarian aid,” notably food, tents and medical supplies, the palace said in a statement.
Specialist doctors will accompany the relief mission, which the kingdom will provide with its own airplanes, according to a government source.
Jordan is currently hosting more than 145,000 people who have fled the 16-month conflict in neighboring Syria, which activists say has claimed more than 20,000 lives.
The Moroccan monarch and his Jordanian counterpart, King Abdullah II, spoke by phone on Friday, with Mohammad VI expressing his country’s “full solidarity” with Jordan in dealing with the refugee crisis, the palace said.
-AFP
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