Alle Olimpiadi, atleti senza bandiere


Alle Olimpiadi di Londra 2012, quattro atleti in gara non rappresentano nessuna nazione. Il Comitato olimpico internazionale li ha omaggiati di completi a cinque cerchi per farli partecipare come “indipendenti”. Si chiamano Guor Marial (maratona), Churandy Martina (sprinter), Philip Elhage (tiro) e Rodion Davelaar (nuoto).
 
Il primo viene dal Sud Sudan, lo Stato più giovane del mondo. Nato nel 2011 con la secessione da Khartoum, il suo paese è già in guerra con il Nord e non ha fatto in tempo a creare un Comitato olimpico. Così Guor Marial – che per allenarsi si è rifugiato negli Stati Uniti – è stato lasciato a piedi. Lui, da buon maratoneta, ha continuato per la sua strada, e si è rifiutato di correre con la vecchia bandiera del Sudan. Il Cio l’ha autorizzato a partecipare come indipendente, ma non saranno in molti a tifare per lui durante la gara: la sua famiglia vive ancora in Sud Sudan, in un villaggio dove non arriva l’elettricità, e dovranno camminare 40 km per trovare una televisione.
viaAlle Olimpiadi, atleti senza bandiere – rivista italiana di geopolitica – Limes.

Abiti puliti? I jeans continuano ad uccidere e le Olimpiadi a vincere sui diritti

Dopo la condanna ufficiale del sandblasting come tecnica di schiaritura dei jeans da parte di molti marchi internazionali del mondo della moda, la Campagna Abiti Puliti ha deciso di verificare sul campo le promesse delle imprese mandando alcuni ricercatori dell’Alternative Movement for ReFontes and Freedom Society (Amrf) in 7 fabbriche bengalesi per intervistare 73 lavoratori, di cui oltre la metà addetti alla sabbiatura.

 

I risultati dell’inchiesta sono allarmanti: in nessuno dei 7 stabilimenti la sabbiatura è stata definitivamente abolita e spesso viene eseguita di notte in modo da non dare nell’occhio. Non va meglio nelle fabbriche impegnate nella produzione di merchandise olimpico per Londra 2012. Un altro grande business costruito sulla pelle dei lavoratori denunciato da PlayFair 2012. Ma andiamo con ordine.

 

Per quanto riguarda il sandblasting si potrebbe parlare di “Deadly denim” (jeans letali) come ha fatto il rapporto di Clean Clothes Campaign, rappresentata in Italia proprio da Abiti Puliti, per denunciare l’assurdo binomio esistente tra una moda, quella dei jeans resi artificialmente rovinati e le vite dei lavoratori costretti a soddisfarla.

 

“La situazione è molto grave – ha dichiarato Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti – al contrario di quanto sostengono pubblicamente, l’indagine ha rivelato che i più noti brand della moda non sono disposti a modificare lo stile dei loro prodotti o a modificare i tempi e costi di produzione per permettere ai fornitori di adottare metodi alternativi che comportano lavorazioni più sicure, con il risultato di continuare a incentivare l’uso, clandestino o alla luce del sole, della sabbiatura”.