Lavoratori cercansi: una lettura della carestia di migranti

All’inizio di marzo del 2012 il “Nanfang Zhoumo” riportava come il comune di Xintang a Guangzhou, un luogo che alcuni conoscono come la “capitale dei jeans” (niuzaifu zhi du), ma che è noto ai più in quanto teatro di violenti scontri tra lavoratori migranti e forze di pubblica sicurezza, fosse paralizzato a causa dall’assenza di lavoratori migranti.

 

Alla fine di febbraio, quasi un mese dopo il capodanno lunare, le oltre quattromila aziende di abbigliamento e prodotti complementari che costituivano la spina dorsale di questa comunità erano in ginocchio, piegate da una scarsità di forza lavoro che arrivava fino al 70% della domanda.

 

Non solo le fabbriche di Xintang, già provate da un crollo del 30% negli ordini causato dalla crisi europea e da una contrazione dei margini di profitto a meno del 5%, avevano dovuto rinunciare a far fronte ai propri ordini, ma i commercianti avevano dovuto fermare i propri affari per l’assenza di merci da vendere e gli alberghi e i ristoranti avevano dovuto chiudere per mancanza di clienti e di personale.

 

La gente del posto dichiarava che anche negli anni precedenti c’erano stati problemi del genere nel periodo successivo alle feste, ma che la situazione non era mai stata così grave. La domanda sorgeva inevitabile: che la riluttanza dei lavoratori migranti a tornare a lavorare a Xintang fosse una strategia di resistenza di fronte alle violenze dell’anno precedente?

Dove mettiamo gli immigrati? – Gioco di ruolo

 

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Abbiamo realizzato un incontro di 3 ore in una scuola superiore di Osimo (AN).
L’obiettivo era di ragionare sui diritti e sul dialogo come metodo per favorire la tutela dei diritti e la composizione dei diversi interessi.
Abbiamo proposto un , dal titolo “Dove mettiamo gli immigrati?” (1 ora e 45 minuti)
Il gioco ha visto gli abitanti di due cittadine confinanti  decidere come accogliere i . Ognuno ha interpretato un ruolo con delle indicazioni (dai politici, ai commercianti, ai criminali) e alla fine si è votato per la soluzione migliore. Questo gioco è servito a portare alla luce alcuni stereotipi e a far emergere la complessità della situazione. La definizione dello stesso problema da diversi punti di vista, per arrivare a una definizione comune, è stato un esercizio di dibattito democratico.
Pubblichiamo qui il materiale utilizzato, sperando che possa essere utile.

I video della campagna LasciateCIEntrare

Ecco i link ai video realizzati in occasione della campagna promossa da LasciateCIEntrare, da diffondere il più possibile.

 

Ci sono due versioni:

Sei minuti più titoli di coda
http://www.youtube.com/watch?v=zNyab9hkImI

 

Due minuti e mezzo
http://www.youtube.com/watch?v=1g0—a-77EQ

 

Dal 23 al 27 aprile sarà attiva la mobilitazione promossa dal comitato LasciateCIEntrare, aderendo alla campagna europea OPEN ACCESS NOW, durante la quale parlamentari e operatori dell’informazione visiteranno i CIE, Centri di identificazione ed espulsione per stranieri per riportare l’attenzione pubblica su questo tema.

 

Si comincia lunedì 23 a Bologna (ore 11 con l’On. Sandra Zampa, la Senatrice Rita Ghedini e l’On. Donata Lenzi) e Trapani (Serraino Vulpitta, dalle ore 10) , per proseguire il 24 a Modena (dalle ore 9), il 25 a Milano e il 27 a Roma, Torino e Caltanissetta.

Mediterraneo mare chiuso – Elisabetta Povoledo

Un documentario di Stefano Liberti e Andrea Segre, scrive Elisabetta Povoledo su “The New York Times”, racconta i respingimenti dei migranti che arrivano in Italia.

Il video è molto coinvolgente, si può vedere su YouTube.

 

E’ fatto con un cellulare. Le immagini sono traballanti e confuse, ma forse un filmato professionale non avrebbe catturato in modo così autentico la gioia (e il sollievo) dei migranti eritrei ammucchiati sul barcone alla deriva nel Mediterraneo quando sono arrivati i soccorsi della marina italiana, dopo quattro giorni di atroce traversata. La felicità dei migranti, convinti che presto sbarcheranno in Italia, è evidente.

 

Ma la loro storia non ha un lieto fine. Gli ufficiali della Marina li rispediscono in Libia dove vengono rinchiusi nei campi di detenzione. Questa drammatica scena è il cuore di “Mare chiuso”, il documentario di Stefano Liberti e Andrea Segre. Nel film, uno dei migranti rispediti in Libia racconta come si è sentito quando ha capito che lo stavano rimandando in Africa. “Grazie italiani”, dice con voce rotta dall’amarezza. “Amiamo l’Italia e gli italiani. Grazie davvero”.

Italia, rimpatriato legato e imbavagliato: passeggero scatta foto shock – E – il mensile online


Era in volo per Tunisi e si è imbattuto in un cittadino tunisino rimpatriato dalle autorità italiane e ha visto in che condizioni veniva “riaccompagnato” a casa: legato e con la bocca sigillata da nastro adesivo.
 
Francesco Sperandeo è riuscito a fotografarlo.
Ha postato la foto su Facebook, denunciando il trattamento inumano e degradante che gli è stato riservato. Quello che segue è il testo del suo post, pubblicato sul suo profilo.Guardate cosa è accaduto oggi sul volo Roma-Tunisi delle 9,20 Alitalia. Due cittadini tunisini respinti dall’Italia e trattati in modo disumano.
 
Nastro marrone da pacchi attorno al viso per tappare la bocca ai due e fascette in plastica per bloccare i polsi. Questa è la civiltà e la democrazia europea. Ma la cosa più grave è stata che tutto è accaduto nella totale indifferenza dei passeggeri e alla mia accesa richiesta di trattare in modo umano i due mi è stato intimato in modo arrogante di tornare al mio posto perché si trattava di una normale operazione di polizia… Normale??? Sono riuscito comunque a rubate una foto! Fate girare e denunciate!

Dispersi: un audiodocumentario su Radio Rai Tre

Da lunedì 16 aprile sino a venerdì 20 su Radio Rai Tre andrà in onda “Dispersi. Sulle tracce di 236 ragazzi”, un audiodocumentario in cinque puntate a cura di Marzia Coronati e Elise Melot di AMISnet. Il lavoro sarà trasmesso dalle 19,45 alle 20,00, all’interno della trasmissione Tre soldi.

“Dispersi” racconta la storia di quattro barche, partite a marzo del 2011 dalle coste tunisine alla volta dell’Italia. I 236 ragazzi che vi viaggiavano si sono persi nel nulla e da oltre un anno i loro genitori chiedono insistentemente: “Dove sono i nostri figli?”. In quelle settimane concitate, il mare era ultra-sorvegliato: c’era la Nato, la guardia costiera italiana e tunisina, la polizia e la finanza, ma le autorità italiane e tunisine non hanno saputo rispondere alle domande delle famiglie.

Italia: venticinquemila richiedenti asilo aspettano una risposta, non Cie

Dopo il successo della campagna L’Italia sono anch’io che ha raccolto 109.268 firme per il diritto di cittadinanza e 106.329 per quello di voto dei migranti nati e residenti nel Belpaese, è in attesa di conoscere la data dell’incontro da parte del Viminale anche la campagna Diritto di scelta promossa da Progetto Melting Pot Europa per cercare di dare una risposta ai circa venticinquemila richiedenti asilo che nel corso del 2011 sono stati costretti a fuggire dalla Libia e ad approdare a Lampedusa.

 

“Purtroppo – ha fatto sapere Melting Pot – mentre prosegue la raccolta firme, da diverse città arrivano notizie di ulteriori dinieghi consegnati ai richiedenti asilo […] Negli ultimi due mesi abbiamo registrato centinaia di risposte negative da parte delle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale, che le Questure, in attesa di possibili imminenti provvedimenti dell’esecutivo, non procedono a notificare”.

 

Per Melting Pot lo stesso Tavolo asilo, il forum informale delle maggiori organizzazioni italiane attive nel campo dell’asilo e della protezione dei richiedenti asilo e rifugiati, coordinato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Italia (Unhcr), “ha presentato solo poche settimane fa un nuovo appello al governo affinché si trovino al più presto delle soluzioni per i migranti, richiedenti asilo e rifugiati di vari paesi giunti in Italia nel 2011 a causa del conflitto in Libia”.

Migranti dispersi: le foto e gli interventi

Ecco le foto e alcuni interventi dell’iniziativa del 7 marzo scorso

Intervento di Paolo Santini, segretario della Cisl di Ancona:

Per introdurre l’incontro di questa sera prenderò in prestito le parole che il sottosegretario del nuovo Ministero alle Migrazioni e dei tunisini all’estero, Ms Omeyya Seddik, ha utilizzato rivolgendosi al Governo Monti:
“Vogliamo intraprendere con l’Italia nuovi rapporti in tema di migrazioni e di cooperazione basati sui diritti di tutti: Partiamo dai migranti dispersi di marzo”.
Un vero stato democratico, dice Ms Omeyya, è uno stato capace di proteggere la vita e i diritti di tutti i suoi cittadini, ovunque essi si trovino, in patria e all’estero. E’ questo uno dei principi che ha animato la rivoluzione tunisina che ha dato il vita alle cosiddette Primavere arabe.
La Tunisia è un paese di emigrazione, più del 10% della sua popolazione vive all’estero; ma oggi è anche diventato un paese di immigrazione e di transito. Ecco perché non può più permettersi di non avere una politica indipendente, democratica ed equilibrata sulle migrazioni, né delle strategie coerenti per metterla in pratica. In effetti una politica indipendente non può essere dettata da pressioni subite in certi ambiti a scapito dell’interesse nazionale. Una politica democratica è quella che si elabora attraverso una concertazione tra istituzioni legittime e che tenga conto delle aspirazioni dei cittadini. E una politica delle migrazioni che si possa definire equilibrata è quella che non ignora gli interessi né dei paesi di accoglienza né di quelli di origine, né gli interessi dei migrati stessi. La nuova Tunisia punta sul fatto che una politica di questo tipo non solo è possibile, ma necessaria ed inevitabile.
L’Italia, con la Francia, è uno dei primi due partner economici della Tunisia ed uno dei due paesi più importanti per l’emigrazione tunisina. I comuni interessi tra Italia e Tunisia, siano essi legati alla produzione e agli investimenti, al turismo, all’energia, alla vicinanza geografica e o culturale o alle affinità storiche plurimillenarie non hanno bisogno di prove. Nonostante questo, la storia condivisa degli ultimi decenni è stata caratterizzata da rapporti che non possono essere definiti equilibrati, e da avvenimenti e drammi che non sono degni di due paesi che si dicono democratici. Questi eventi sono attribuibili a delle politiche irresponsabili attuate da dirigenti il cui principale interesse è stato il mantenimento di un potere anti-popolare e anti-democratico da parte tunisina, e la ricerca di risultati elettorali e populisti di breve termine da parte italiana.
Lo spettacolo indegno di cui è stata teatro l’isola di Lampedusa, suo malgrado, i problemi emersi nei vari Centri di Identificazione e di espulsione disseminati sul territorio italiano, le tragedie che hanno fatto del Canale di Sicilia un enorme cimitero ed infine le condizioni di vita di numerosi migranti nelle città e nelle campagne italiane, sono la dimostrazione più impressionante di questa deriva.
A partire da queste considerazioni Ms Omeyya propone al Governo italiano di intraprendere una nuova fase finalizzata alla costruzione di un prototipo di rapporti virtuosi sulle migrazioni, dei rapporti cioè basati sul rispetto, sul riconoscimento degli interessi reciproci e sulla difesa dei diritti di tutti. In questo senso il sottosegretario del nuovo Ministero alle Migrazioni e dei tunisini all’estero ha giudicato positivamente la posizione del Ministro italiano alla Cooperazione ed all’Integrazione, Andrea Riccardi, capace di guardare con un atteggiamento nuovo di realismo e di coraggio al tema delle migrazioni. Ms Omeyya ha concluso richiamando la necessità e l’urgenza di far luce sulla sorte di migliaia di giovani tunisini, egiziani e libici, che durante le insurrezioni in quei paesi hanno preso il mare alla ricerca della libertà e di condizioni di vita più dignitose e che sono scomparsi nel nulla. Molti sono morti, inghiottiti dal Mare nostrum; molti altri sono dispersi.
Le loro famiglie, i loro amici li aspettano: è un loro diritto poterli rivedere e riabbracciare o poterli piangere sapendoli certamente morti. Il nostro incontro di questa sera intende dare un contributo alla richiesta legittima di queste famiglie ed alla costruzione di nuovi rapporti più giusti e vantaggiosi tra l’Italia e la Tunisia.

Intervento di Fausto Mazzieri, direttore ISCOS Marche

Anche io saluto e ringrazio a nome dell’ISCOS Marche tutte le persone che hanno raccolto il nostro invito ad essere qui presenti questa sera, ricordando che il nostro Istituto di Cooperazione internazionale è impegnato da circa 30 anni in attività e progetti di sostegno allo sviluppo e in aiuti d’emergenza alle popolazioni del Sud del mondo e che pertanto la Campagna “Da una sponda all’altra – vite che contano” non poteva lasciarci indifferenti.
Circa un anno fa il gesto estremo di Mohammed Bouazizi il giovane tunisino che si era dato fuoco per protesta ed era morto dopo tre settimane di atroce agonia, dava inizio alla cosiddetta Primavera Araba scatenando una serie di rivolte in Tunisia, e a seguire in Egitto, Libia, Siria e molti altri paesi arabi, che da lì a poco avrebbero provocato la caduta di molti dittatori al potere da decenni.
Il mondo intero fu affascinato da quella rivolta popolare che come un’onda sembrava propagarsi senza fine in un unico anelito di libertà.
Oggi, ad un anno di distanza, sembrano emergere soprattutto le contraddizioni.
“La primavera araba è ormai finita ma”, come affermano molti (come il sociologo Zymunt Bauman), “non si è ancora vista l’estate”. Non fa difetto a questo giudizio la Tunisia.
Il paese dopo la destituzione di Ben Ali, è entrato in una specie di anno zero, con vendette private velate da motivazioni politiche, ben 531 scioperi in un anno (secondo il governo di Tunisi), l’industria del turismo – la maggiore fonte di introiti – in caduta libera (-50%), un aumento vertiginoso della disoccupazione, la fuga in massa delle imprese, solo per fare qualche esempio.
Finalmente il 23 ottobre scorso la Tunisia ha affrontato le sue prime libere elezioni per nominare l’Assemblea che avrà il compito di scrivere la nuova Costituzione e formare il governo ad interim che guiderà il paese sino al 2013. Questi i numeri dell’e elezioni 110 partiti, 11mila candidati, 7,5 milioni di elettori. Ha vinto, secondo le previsioni, il partito d’ispirazione islamica Ennahda, che ha raccolto circa il 42% delle preferenze.
Queste elezioni che hanno rappresentato sicuramente un esempio di democrazia non hanno però risolto il dilemma tra chi guarda all’Europa ed alla modernità come modello di riferimento e teme uno stato teocratico, da quanti invece hanno in mente un modello d’islamismo moderato come quello di Erdogan in Turchia.
In una intervista rilasciata poco tempo ad un giornale italiano, Rashid al Gannouchi, leader di Ennahda ha tra l’altro dichiarato: “Ennahda riconosce il multipartitismo, la libertà d’espressione, le elezioni democratiche” – “Non c’è alcuna contraddizione tra Islam, democrazia e modernità” – “L’islam attinge i suoi valori dai testi sacri: ciò non toglie che qualsiasi legge debba passare attraverso il Parlamento” – “Siamo legati da accordi importanti con l’Europa e li vogliamo portare a livelli senza precedenti”.
All’Europa che teme la perdita della laicità della Tunisia, la sua trasformazione in uno stato teocratico e la mancata separazione tra potere civile e potere religioso, il leader di Ennahda risponde che si tratta di preoccupazioni infondate, che in Occidente spesso l’Islam è erroneamente identificato con il terrorismo e che Ennahda intende essere simile a quei partiti che in Italia ed altri paesi europei si ispirano al cristianesimo.
Basteranno queste dichiarazioni a tranquillizzare l’Europa, l’Italia e a porre le basi per la costruzioni di nuovi rapporti basati sulla collaborazione, sullo scambio, sul rispetto reciproco dove la Tunisia è finalmente considerata un paese libero ed indipendente e sono affermati i principi di democrazia, di libertà, di diritto?
Difficile crederlo quando accade, come qualche tempo fa, che l’Università di Manouba venga assediata da attivisti salafiti per protestare contro il divieto alle studentesse d’indossare il velo, che si organizzino ronde anti-peccatori come nella città di Sejnane, che Souad Abdessalum, unica donna capolista di Ennadha, svelata, che incantava i giornalisti occidentali per la sua visione progressista, ha inveito contro le madri nubili, definendole «una infamia», e che molti giovani si siano visti costretti a tornare in piazza a Tunisi al grido di “non rubateci la rivoluzione”. Solo per fare qualche esempio.
Di certo l’Europa non può limitarsi a guardare e a sottrarsi alle nuove responsabilità e alle sfide che la mutata situazione geo-politica del Maghreb e del Medio Oriente pone.
Essa è di fronte all’occasione unica di sanare le storiche ferite che la dividono dai Paesi arabi sostenendo le transizioni democratiche in atto, esprimendo una politica estera e di sicurezza al servizio della pace, della democrazia, della giustizia e della solidarietà a livello internazionale, definendo quindi una nuova strategia europea di vicinato per i paesi del Maghreb e Mashrek e di co-sviluppo equo per l’intera regione del Mediterraneo.
Tutto questo deve necessariamente includere la tutela dei diritti umani, civili, politici e sociali a partire dai migranti e dai richiedenti asilo.
Il vento di cambiamento che soffia sul Mediterraneo ci riguarda tutti e riguarda le nostre società e il loro futuro. Questo processo che sarà inevitabilmente lungo ed irto di ostacoli va aiutato soprattutto sostenendo le organizzazioni della società civile che possono e debbono essere protagoniste anche sul piano delle relazioni internazionali. Ognuno deve fare la sua parte.
In questo senso colgo l’occasione per comunicarvi che alla fine di marzo la CISL inaugurerà a Tunisi una sede per assistere i migranti tunisini negli aspetti relativi ai visti, ai permessi, ai rapporti con i datori di lavoro, alla formazione professionale, alle questioni previdenziali, etc, mentre l’ISCOS ha già allacciato rapporti con la UGTT – L’Unione Generale dei Lavoratori della Tunisia per individuare iniziative di cooperazione finalizzate a promuovere e rafforzare i diritti dei lavoratori.

La più grande migrazione della storia

Tra il 1990 e il 2005 circa 80 milioni di persone si sono spostate da una provincia all’altra della Cina, secondo una ricerca dell’Università di Washington di cui ha parlato pochi giorni fa l’Economist. Se a chi si sposta da una provincia all’altra si aggiungono quelli che si trasferiscono restando all’interno della stessa provincia, possiamo dire che circa 230 milioni di cinesi passano gran parte dell’anno lontano dai luoghi dove sono nati e dove si trovano i loro parenti stretti.Nella maggior parte dei casi si tratta di giovani con meno di trent’anni che lasciano i villaggi rurali dell’interno, dove le condizioni di vita e la povertà diffusa rendono la vita difficile, per spostarsi verso le città industriali della costa, a centinaia di chilometri di distanza. Oltre 150 milioni di persone, il 12 per cento della popolazione del paese, hanno lasciato i villaggi agricoli dell’interno per lavorare altrove.

Le zone di emigrazione principali sono le grandi province dell’interno, come la provincia meridionale del Sichuan, decisamente più povere rispetto alle zone costiere: se il Sichuan fosse inserito nella classifica dei paesi del mondo per PIL pro capite (a parità di potere di acquisto) sarebbe intorno al 110° posto, una sessantina di posizioni più in basso rispetto a Shangai.

Le destinazioni principali sono le città di Shangai e Pechino, ma soprattutto le province costiere come Guangdong e Zhejiang (entrambe nella Cina sudorientale), che hanno un enorme apparato industriale orientato all’esportazione. Nel Guangdong, per ricordare solo uno dei tanti primati della spettacolare crescita economica cinese, è stata assemblata circa la metà di tutti i telefoni cellulari prodotti nel mondo nel corso del 2011, circa 900 milioni di pezzi.