Gabriele Del Grande arriva ad Ancona per presentare il suo ultimo lavoro, Dawla

Del Grande, Dawla, Ancona

ISCOS Marche e ANOLF Marche organizzano Lunedì 21 maggio, alle 17:00, al Museo Omero di Ancona un incontro con l’autore Gabriele Del Grande in occasione dell’uscita del suo ultimo libro, Dawla.

Un’inchiesta nata da un progetto di crowdfunding che ha avuto l’appoggio anche di ISCOS e ANOLF, durata 18 mesi e segnata dall’arresto di Gabriele Del Grande in Turchia.

Il titolo significa “Stato” in arabo, ed è uno dei modi in cui gli affiliati dell’ISIS chiamano la propria organizzazione. Il libro ripercorre il conflitto siriano, dal 2005 ad oggi, attraverso le storie di tre uomini che si arruolano nello stato islamico, presentando quindi il punto di vista dei carnefici:

“Non per giustificare, non per umanizzare. Ma unicamente per raccontare e, attraverso una storia, cercare una risposta, ammesso che ve ne sia una, a quell’antica domanda sulla banalità del male che da sempre riecheggia nelle nostre teste dopo ogni guerra”,

per dirlo con le parole dell’autore.

Dialogherà con l’autore Fabio Turato, docente di Relazioni internazionali presso l’Università di Urbino, esperto di geopolitica, media e populismo.

Appuntamento lunedì 21 maggio presso il Museo Omero (all’interno della Mole Vanvitelliana) alle ore 17.

In collaborazione con la libreria Fogola di Ancona sarà possibile prenotare la propria copia del libro ad un prezzo speciale di 16,50 € (anziché 19€) accedendo a questo link: https://goo.gl/forms/1XyTy1byPk4WAL513

 

Scheda del libro: www.librimondadori.it/libri/dawla-gabriele-del-grande/

Qui l’indirizzo del Museo Omero: http://www.museoomero.it/main?p=informazioni_come_arrivare&idLang=3

Il volantino dell’evento (clicca per scaricare):

Per informazioni:
Iscos Marche, via dell’Industria 17/a, Ancona – tel 071 505228 – info@iscosmarche.it

Il disastro siriano, la via del ritorno e quell'occasione perduta. L'analisi di Fortress Europe sui nuovi sbarchi

La lucida analisi di Gabriele Del Grande, tra conferme delle tendenze in atto, e alcune novità: i profughi siriani, e il rientro massiccio degli immigrati nei propri paesi.
Le reti libiche ed egiziane del contrabbando sono tornate al lavoro, grazie soprattutto alla forte richiesta di mobilità dei profughi siriani in fuga dalla guerra e diretti in Europa.

Lo dicono i numeri. Dall’inizio dell’anno al 30 settembre 2013, secondo le Nazioni Unite, sono giunte via mare in Italia 30.100 persone, di cui 3.000 somali, 7.500 eritrei (fin qui niente di nuovo) e – soprattutto – 7.500 siriani.
È questo il principale elemento di novità. È il disastro siriano il principale volano delle nuove rotte del contrabbando verso l’Europa.
viaFortress Europe: Il disastro siriano, la via del ritorno e quell’occasione perduta. L’analisi di Fortress Europe sui nuovi sbarchi.

Le interviste di Una Città: BRUCIARE LA FRONTIERA

Dalla denuncia, che rischia sempre il vittimismo, al racconto delle storie, dalle storie alla Storia con la esse maiuscola; se una volta si emigrava per povertà e per sostenere la famiglia oggi lo si fa per “cercare se stessi”; una richiesta di libertà a cui si è risposto coi tiratori scelti e i proiettili dei tank. Intervista a Gabriele del Grande.
 
Ga­brie­le del Gran­de è il crea­to­re del blog fortresseurope.blogspot.com che da an­ni tie­ne me­mo­ria del­le vit­ti­me del Me­di­ter­ra­neo ed è or­mai un pun­to di ri­fe­ri­men­to per chi si oc­cu­pa di mi­gra­zio­ni. Ha pub­bli­ca­to tra gli al­tri Ma­ma­dou va a mo­ri­re e il Ma­re di Mez­zo In­fi­ni­to Edi­zio­ni.
Com’è na­to il blog For­tress Eu­ro­pe?
Ero a Ro­ma, do­ve fa­ce­vo un cor­so di gior­na­li­smo, e nel­la fa­se ini­zia­le di pre­ca­ria­to to­ta­le in cui bus­si a tut­te le por­te, ho scrit­to un pez­zo sui nau­fra­gi nel ca­na­le di Si­ci­lia, sen­za gran­di aspet­ta­ti­ve, sem­pli­ce­men­te per ven­de­re una no­ti­zia. Mi re­si con­to che non c’era­no sta­ti­sti­che, non c’era­no da­ti ge­ne­ra­li, co­sì mi mi­si a cer­ca­re e mi ac­cor­si che le no­ti­zie do­cu­men­ta­te dei nau­fra­gi era­no ve­ra­men­te tan­te. Ho pas­sa­to all’ini­zio set­ti­ma­ne e set­ti­ma­ne a fa­re no­io­sis­si­me ri­cer­che an­no per an­no, si­to per si­to nei va­ri ar­chi­vi dei gior­na­li, del­le ri­vi­ste, ten­tan­do di rac­co­glie­re que­sti da­ti e com­pi­lan­do que­sta ta­bel­li­na in word che non fi­ni­va più… Co­sì tut­to è na­to dal­la ne­ces­si­tà di uno spa­zio do­ve con­di­vi­de­re que­ste in­for­ma­zio­ni. La fru­stra­zio­ne di pub­bli­ca­re un ar­ti­co­lo su un’agen­zia stam­pa è che do­po do­di­ci ore è co­me se non l’aves­si mai fat­to, non ri­ma­ne nien­te, scom­pa­re dal­la re­te. Co­sì de­ci­si di crea­re un blog, il mo­do più ve­lo­ce, più fa­ci­le ed eco­no­mi­co per con­di­vi­de­re que­ste in­for­ma­zio­ni on­li­ne. Era il gen­na­io 2006.
viaLe interviste di Una Città: BRUCIARE LA FRONTIERA.

In nome del Popolo Italiano

Padri di famiglia, lavoratrici, ragazzi e ragazze nati in Italia. Al centro di identificazione e espulsione (CIE) di Roma ne arrivano ogni giorno. Non hanno commesso alcun reato, eppure rischiano di passare 18 mesi dietro le sbarre in attesa di essere espulsi. La loro detenzione è convalidata da un giudice di pace. In nome del popolo italiano. Basta un permesso di soggiorno scaduto. Lo dice la legge e questo basta a tranquillizzare l’opinione pubblica e a rimuovere il problema. Noi però abbiamo deciso di andare a vedere. Ne è nato un documentario breve, un viaggio per immagini e storie nel CIE di Roma. Perché siamo convinti che mostrare quei luoghi e ascoltare quelle voci significa rompere una definizione. E ribadire che nessun essere umano è illegale. Nemmeno quando lo dice una legge.
viaIn nome del Popolo Italiano | zaLab.

La fortuna mi salverà


A Torino il centro di identificazione e espulsione (Cie) non passa inosservato.
É piantato in mezzo a un perimetro di condomini. Centinaia di torinesi ogni mattina si affacciano dai loro balconi sulle gabbie e maledicono il giorno in cui la prigione ha rovinato la reputazione del quartiere. Abderrahim sui balconi invece ci sale per salutare dall’alto gli ex compagni di cella. Dopo essersi fatto cinque mesi al Cie, gli sono rimasti più amici dentro che fuori. E per loro cerca di fare il possibile.
Li intervista dai microfoni di una radio locale, gli porta la spesa, partecipa ai presidi contro il Cie. Nella speranza che non vengano espulsi, ma che come Amir, Hassan e Mahmoud siano rilasciati, aspettando tempi migliori.
Durata: 18 minuti
Regia e riprese: Alexandra D’Onofrio
Montaggio: Antonio Augugliaro
Post produzione audio: Tommaso Barbaro (Redrum Murder)
Realizzato con il contributo di Open Society Foundation
“La fortuna mi salverà” fa parte della raccolta “La vita che non CIE. Tre corti sui centri di identificazione e espulsione” prodotta da Fortress Europe nel 2012.
Prossima proiezione del film
ROMA, 27 marzo 2012 alle 21,00 al circolo Arci Forte Fanfulla, via Fanfulla da Lodi, 5
CALENDARIO DELLE PROIEZIONI
Per organizzare una proiezione del film nella tua città: gabriele_delgrande@yahoo.it

No voi andare Italia in barca

segnaliamo da Fortress Europe
La foto è di Ainara Makalilo. Su Rebelion potete vedere gli altri suoi scatti e leggere la preziosa analisi di Alma Allende, in spagnolo. L’ha scattata martedì nella piazza della kasbah di Tunisi, dove da ormai cinque giorni, ventiquattr’ore su ventiquattro, i giovani delle regioni più povere del paese presidiano la sede del governo per chiedere le dimissioni degli uomini vicini al regime del deposto di Ben Ali, supportati da scioperi e manifestazioni in tutto il paese.
Nella foto si vede un manifesto appeso al muro della sede del primo ministro, su cui c’è scritto in italiano: “No voi andare Italia in barca“. È un messaggio per la nostra ipocrita Europa, che ama riempirsi la bocca di retorica sui diritti umani, ma che per 23 anni ha appoggiato uno stato di polizia che ha represso ogni forma di libertà in questo paese, in nome della lotta al terrorismo. I ragazzi oggi in piazza sono gli stessi che fino all’anno scorso prendevano il largo per Lampedusa. Ed è lo stesso il loro coraggio. Quello di chi rischia la vita in mare o sfida i fucili dei cecchini del regime nelle proteste di piazza con uno stesso rivoluzionario obiettivo: cambiare il proprio destino. Un concetto che evidentemente sfugge a un reazionario come il vicesindaco di Milano, che nelle rivolte del sud del Mediterraneo legge soltanto il pericolo di un’invasione di ladri e accattoni.
[…]
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Del Grande: mobilità umana e giustizia sociale

Pubblichiamo la seconda di quattro interviste realizzate da Matteo Finco e Alessandro Andrenacci, durante la Summer school dell’Università Cattolica “Confini. Mobilità umana e giustizia sociale”.

Gabriele Del Grande
Gabriele Del Grande

Gabriele Del Grande ha 28 anni e una significativa esperienza in materia di immigrazione verso l’Europa. É un giornalista indipendente che negli ultimi anni ha girato in lungo e in largo il Mediterraneo, per raccontare le storie di chi tenta di raggiungere il nostro continente nella speranza di un avvenire migliore. Ha già scritto tre libri, l’ultimo dei quali, Il mare di mezzo. Al tempo dei respingimenti (edizioni Infinito), sta presentando in questo periodo in giro per l’Italia. Il suo sito internet (http://fortresseurope.blogspot.com) è un importante punto di riferimento per chi voglia rendersi conto di cosa realmente accade nelle acque del Mediterraneo: i servizi dei telegiornali dedicano spazi ristretti alle storie dell’immigrazione, spesso limitandosi a dei ‘bollettini’ infarciti di cifre e con scarsa attenzione all’uso dei termini appropriati.
“Dell’immigrazione si parla, ma non nel modo giusto”, dice Gabriele, arrivato a Loreto per raccontare la sua esperienza ai partecipanti della summer school dell’Università Cattolica Confini. Mobilità umana e giustizia globale. “Le persone nei servizi sono spersonalizzate, disumanizzate. Vengono usate immagini d’archivio. I racconti sono fatti attraverso cifre, statistiche, parole neutre, come ‘clandestini’, ‘profughi’, ‘rifugiati’, contenitori che non hanno niente d’umano, perché le persone non hanno voce. Anche le immagini non sono neutre: per anni ci hanno mostrato corpo stanchi, sfiniti, disidratati, al loro arrivo. Non vengono mai raccontati però il giorno prima di partire o la settimana successiva. Questo accade non perché ci sia un grande censore, ma a causa dell’organizzazione del lavoro nelle redazioni: i servizi si fanno da Roma, non da Lampedusa. Vengo usate immagini d’archivio e le agenzie di stampa. Le persone non sono mai soggetto, ma oggetto di un discorso. Il problema grosso è l’autocensura, il modo di lavorare e di organizzarsi dei giornalisti: ci sono ottimi professionisti, ma se viene loro richiesto di mantenere standard elevati, di produrre molto in poco tempo, non si ha il tempo di approfondire, di indagare”.
Chiaccherando con lui non si può fare a meno di pensare che non ha ancora 30 anni. Viene da chiedersi se l’età sarà stata un freno o un incentivo a spingerlo verso un’attività così particolare.
“É un lavoro che faccio proprio a causa della mia giovane età – risponde ­– perché sei giovane, sei entusiasta e vuoi lavorare. L’età è uno svantaggio nella misura in cui spesso se non hai 50 anni nessuno investe su di te. Il mio sito è riconosciuto, citato, ma nessuno decide di investire su questo tipo di lavoro. Io ho cominciato nel 2005 per l’agenzia stampa Redattore Sociale di Capodarco (Fm). Proposi un approfondimento sui naufragi nel canale di Sicilia. Quel pezzo è diventato una ricerca, con molti documenti. Non sapevo che farne ed è diventato un blog. Alla fine del 2006 sono partito per un viaggio, e non mi sono più fermato”.
Di storie da raccontare ne avrebbe moltissime. Risaltano alcuni particolari, le sensazioni e i ricordi, ma anche le difficoltà che incontra lavorando in  alcuni Paesi spesso poco trasparenti.
“A causa di alcuni pezzi che ho scritto non sono il benvenuto. In Libia, in Tunisia, dove l’ultima volta che ci sono stato mi hanno espulso. In Libia sono riuscito a visitare le carceri, autorizzato dal governo. La Libia in questo momento è in fase di apertura, vuole mostrarsi come un Paese aperto, democratico, dove c’è libertà di stampa, anche se poi non è così. Ovviamente ci hanno fatto vedere solo i centri più nuovi, quelli finanziati dall’Europa. Li hanno un po’ ripuliti e svuotati, sperando che ci bevessimo la loro storiella, come hanno fatto altri colleghi. Noi però siamo rimasti 20 giorni, a Tripoli siamo riusciti a lavorare in maniera indipendente, incontrando altri testimoni, facendoci raccontare cosa accadeva in realtà, al di là delle apparenze”.

Lavori in corso


I. I lavoratori socio sanitari, le richieste dei sindacati per una categoria che cerca di dare risposte alle esigenze della società.
II. Gli operatori del settore sanitario raccontano il loro mondo lavorativo: un universo poco conosciuto.
III. Tra le righe: Il libro “Il mare di mezzo” che, nato dall’esperienza di Fortress Europe, ci racconta l’universo dei migranti.
IV. Cisl Anolf e Iscos, l’impegno per i migranti che da sempre caratterizza il sindacato.
V. La storia di Ylbere, giovane immigrata di seconda generazione