Cristiani e musulmani, una sola mano. L'Egitto di Piazza Tahrir dal dialogo alla democrazia

Autore    Ferrero Elisa
A un anno dalla rivoluzione egiziana nata in piazza Tahrir, questo volume ripercorre una catena di avvenimenti che stanno cambiando un’ampia area del mondo arabo.
La base del libro è costituita da un diario che, oltre agli eventi finiti in prima pagina, racconta sentimenti, speranze e paure della genta comune. L’esito finale della rivoluzione è ancora incerto.
Il libro non contiene quindi un finale rassicurante ma ricostruisce in presa diretta un processo politico largamente inattesto. La “democrazia all’improvviso”, potremmo dire, pensando soprattutto ai sogni dei primi protagonisti della primavera egiziana: i giovani di Facebook e di Twitter, una generazione che ha messo da parte le vecchie ideologie – nazionalismo, fondamentalismo, socialismo – per misurarsi con la grande sfida di un radicale cambiamento nel mondo arabo.
Ma potremmo anche dire i “paradossi della democrazia”, pensando che i veri beneficiari delle lotte di piazza oggi appaiono partiti attraversati da ideologie che di democratico hanno ben poco. Questo è stato il vero tema di fondo della rivoluzione, molto più che le contrapposizioni tra cristiani e musulmani o tra “moderati” e “fondamentalisti”, tra filoccidentali e filoarabi. Abbiamo ora di fronte uno scenario instabile, nel quale diverse spinte culturali, politiche e religiose cercano nuovi equilibri. Anche in questa fase sarà utile continuare ad ascoltare le voci di piazza Tahrir.
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Tahrir. I giovani che hanno fatto la rivoluzione

C’è stato un tempo in cui eravamo uomini degni. Nella mente di Ahmed Maher riecheggiano le parole pronunciate dal padre quando lui era bambino, ora che è un capo rivoluzionario, ora che il mondo arabo è in fermento, ora che la Storia sembra chiamare i giovani a combattere le tirannie.
Anche noi, in Egitto, possiamo farcela, pensa Ahmed Maher, così com’è successo in Tunisia dopo il martirio di Mohamed Bouazizi. Riconquistiamo onore e libertà, subito. Tanti altri, al Cairo, la pensano come lui.
Sono Khaled el Sayed, Abdul Rahman Samir, Sally Toma, Zyad el Alaymi, Islam Lutti… Studenti, esperti informatici, avvocati. Membri di gruppi politici e religiosi differenti, uniti nella stessa causa: formare un fronte di resistenza attiva contro il governo di Hosni Mubarak, presidente-monarca in carica da trent’anni. Sono la prima generazione “social”.
Comunicano tramite Twitter, postano su YouTube i video degli scontri, si danno appuntamento dalle pagine Facebook in luoghi segreti della città, formano cortei di protesta che confluiscono in un’unica “marea vibrante” nel centro nevralgico di piazza Tahrir.
Nasce così, tra il 25 gennaio e l’11 febbraio 2011, quella rivolta che in breve tempo, “il tempo che impiega un’idea a diventare un sentimento”, porterà alla deposizione di Mubarak. Migliaia di voci unite in un grido: “Chi vuole cambiare venga a Tahrir!”. Prefazione di Gad Lerner.
Tahrir. I giovani che hanno fatto la rivoluzione
Autore    Vitelli Imma
Dati    2012, 254 p., brossura
Editore    Il Saggiatore  (collana Nuovi saggi)
Disponibile anche in ebook
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The Italianaire

The Italianaire è il principale prodotto del percorso di una ricerca partecipata: un video che mira a sensibilizzare i ragazzi in Egitto sui rischi della migrazione irregolare attraverso la parodia di un famoso gioco a quiz.

Egitto: i partiti promettono di cessare lo stato d'emergenza ma non prendono impegni sui diritti delle donne

La maggior parte dei principali partiti politici egiziani ha promesso ad Amnesty International di portare avanti ambiziose riforme nel campo dei diritti umani, ma ha al contempo dato risposte ambigue o ha rifiutato d’impegnarsi a porre fine alla discriminazione, a proteggere i diritti delle donne e ad abolire la pena di morte.

È questo il risultato dell’invito che Amnesty International ha rivolto ai partiti politici lo scorso novembre, prima dell’inizio delle elezioni parlamentari, chiedendo loro di sottoscrivere un “Manifesto per i diritti umani in Egitto”, contenente 10 misure-chiave, e di esprimere in questo modo la loro seria volontà di favorire riforme significative in materia di diritti umani.

Amnesty International ha scritto a 54 partiti politici e ha cercato d’incontrare 15 delle formazioni principali: di queste, nove hanno sottoscritto il “Manifesto per i diritti umani in Egitto”, in tutto o in parte, e tre hanno dato risposte a voce.

Il Partito della libertà e della giustizia, che ha ottenuto la maggioranza dei seggi nella nuova Assemblea del popolo, è stato uno dei tre partiti che sostanzialmente non hanno risposto, nonostante i considerevoli sforzi fatti da Amnesty International per conoscere il suo punto di vista.

E’ l’islam politico, bellezza…

In principio fu la vittoria di Hamas nel gennaio 2006. E non la vittoria del FIS algerino di 14 anni prima. Il (parziale) successo dei Fratelli Musulmani nel primo turno delle defatiganti e lunghe elezioni egiziane non va legato a quello che è successo nel 1991-92 in Algeria. Bensì a quella svolta partecipazionista dell’islam politico riformatore che si è realizzata soprattutto a partire dal 2005. Deve, cioè, essere inserito in un percorso che ha avuto la sua tappa più importante nell’inattesa vittoria del movimento islamista palestinese alle consultazioni politiche di cinque anni fa.

I mesi che hanno sconvolto il Mediterraneo

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Il concept di questo progetto (viaggio con video+mostra+blog) e le foto sono di Loris Savino. Le riprese per il video dal titolo M.A.R.E. (storie di Mediterraneo, Arabi, Rivolte ed Europa) – Episodio#1 – sono state realizzate da Marco di Noia, che ne è anche il regista e autore del montaggio (per l’Egitto ha collaborato Luca Quagliato). Al viaggio, durato complessivamente 5 settimane, che ha attraversato Egitto (Il Cairo e Alessandria), Tunisia (Tunisi, Zarzis e la frontiera di Ras Jadir), Libia (Bengasi, Tobruk e Ajdabiya) ho partecipato anche io in qualità di giornalista che si occupa di mondo arabo.

E’ la mattina del 2 febbraio di quest’anno quando mi precipito in Piazza Tahrir dove da qualche giorno una folla di egiziani chiedeva (come avevano fatto prima i tunisini) un cambiamento di regime. In piazza c’è anche il fotografo Loris Savino, che come me aveva deciso di raggiungere la capitale egiziana per raccontare la rivolta. A Tahrir ci accoglie un corteo che vomitava slogan anti-regime. La sera precedente, il presidente Hosni Mubarak aveva parlato alla nazione per dire che avrebbe guidato la transizione verso elezioni presidenziali libere. E magari non si sarebbe piu’ ricandidato (ma forse lo avrebbe fatto suo figlio). Per questo non ci è sembrato strano, quella mattina, vedere nella piazza della protesta anche gruppetti di lealisti che trasportavano cartelli con la scritta: “Sì a Mubarak”. Insieme a Loris, avevo seguito il discorso del rais in un piccolo caffè del centro dove avevamo notato alcuni anziani che apprezzavano le parole di quell’uomo, che si rivolgeva fiero al suo popolo in tv, e che forse era il padre dell’Egitto moderno.
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