Ricchi e poveri, vecchie e nuove idee

Non è vero che l’interesse individuale muove il mondo, non è vero che non c’è altro mondo possibile. La road map di Kaushik Basu “oltre la mano invisibile, per una società giusta”
Di questi tempi, con l’Europa a testa in giù, c’è davvero bisogno di scrivere 369 pagine fitte fitte per dimostrare che il modello economico dominante è fallito? Kaushik Basu pensa di sì, e riempie pagine, librerie e conferenze come astro ormai affermato di quella galassia che è stata definita, con un po’ di ironia, degli economisti-guru. Gli economisti popolari, quelli come Krugman, Stiglitz, Sen, quelli che raccontano un’altra verità e finalmente possono gridarla ai quattro venti, ingaggiando anche epiche lotte accademiche contro la scuola di pensiero che tuttora domina università, centri di ricerca e cenacoli governativi. Nel raccontarla, spesso sono brillanti e anche spiritosi, non disdegnano il linguaggio semplice, strizzano l’occhio al coltissimo ma si fanno capire bene anche da chi si è tenuto sempre lontano dalle aule degli algoritmi dell’economia formalizzata. Così è Basu, economista indiano ben inserito nel mondo dell’ortodossia – docente alla Cornell University, senior vicepresident ed economista-capo della Banca mondiale -, autore di un libro eterodosso: Oltre la mano invisibile – ripensare l’economia per una società giusta. Un libro che dichiara nel titolo l’intento di “dimostrare che la scienza che ci ha donato Adam Smith si è fossilizzata in un’ideologia”. Per farlo, compie una dettagliata esplorazione e confutazione della teoria dominante, smantellando dall’interno l’individualismo metodologico che di tale teoria è base e cornice. Nella narrazione, intreccia continuamente logica, teoria economica, storielle popolari e letteratura (quanti sono gli economisti che citano Kafka?). Per arrivare infine a tre proposte concrete e un po’ eversive per affrontare quello che lui considera il problema economico n. 1: la povertà.
Tra la povertà e certe idee sbagliate dell’economia c’è un nesso per Basu evidente. “La povertà che esiste oggi nel mondo ha dimensioni inaccettabili. Se il mondo non esplode contro questa ingiustizia è per via degli smisurati sforzi intellettuali profusi per farla apparire accettabile”. E gran parte di tali smisurati sforzi intellettuali ruota attorno all’originario teorema della mano invisibile: quello per cui la somma dei comportamenti singoli spinti dall’interesse egoistico dell’individuo porterà al benessere maggiore per la società nel suo insieme. Ne sono derivati, con costruzioni teoriche via via più sofisticate, varie conseguenze normative tutte tra loro coerenti: che l’iniziativa individuale va limitata e condizionata il meno possibile; che è il mercato a permettere la sistemazione più efficiente delle risorse; che bisognerebbe evitare di intromettersi nei mercati; e che questo è il migliore dei mondi possibili, non essendoci la prova di altri funzionamenti altrettanto perfetti. Se dunque, per avere un’economia efficiente, dobbiamo sopportare un certo grado di diseguaglianza e povertà, rassegniamoci: altre strade sarebbero peggiori, alcune hanno già dimostrato di esserlo.
Senonché, esiste anche un’altra narrazione della mano invisibile. È quella del Processo di Kafka, quella che guida, da posizione occulta, le avventure di Joseph K. “Kafka concorda con Smith riguardo alle forze che possono essere scatenate dalle azioni individuali atomistiche, senza nessuna autorità centrale, ma – scrive Basu – allarga la nostra visione mostrandoci che possono essere non solo forze di efficienza, di organizzazione e di benevolenza, ma anche forze di oppressione e malevolenza”. E se la benevola mano invisibile di Smith può trasformarsi, passando dai modelli economici alla realtà, nella oppressiva mano invisibile di Kafka è perché quella teoria è difettosa, per tanti motivi che l’economista indiano va ad elencare, si può dire, “dall’interno”: confutando gli assiomi non dichiarati, rileggendo i teoremi e i nessi della teoria dei giochi, applicando all’estremo le stesse teorie e gli stessi modellini che contesta. Non è un libro facile, in questi passaggi. Ma il lettore viene condotto a scoprire, per varie strade, che “gli smisurati sforzi intellettuali” dell’economia hanno sistematicamente e dolosamente saltato un passaggio, un dettaglio, un dato della nostra realtà: siamo individui sociali, viviamo con altri, dentro una storia, e la rete delle nostre relazioni e costruzioni sociali determina il nostro comportamento tanto quanto la spinta ad avere la massima soddisfazione individuale possibile. “Ci sono prove a sufficienza, oltre che ragioni a priori, per credere che gli esseri umani siano capaci di non sfruttare ogni opportunità per il proprio guadagno personale”. E dunque ci sono “indizi a sufficienza per sostenere che una società migliore ed enormemente più equa è realizzabile”.
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Festival dell’informazione indipendente: quando l’Italia va

Il 9 settembre 2013 Daniel Tarozzi ha intrapreso, in collaborazione con “Il Fatto Quotidiano” (sul quale ha anche un blog), un lungo viaggio in quest’Italia che cambia. Ha scelto di attraversare la nostra penisola con un chiodo fisso in testa: stanare e raccontare quelle esperienze che raramente vediamo in tv e di cui non leggiamo spesso sui giornali. Perché “stanare”? Perché spesso le storie che meriterebbero di essere protagoniste sono quelle di chi in silenzio e con determinazione ha messo in moto le energie e ha cominciato a raddrizzare, rivoluzionare, correggere e rifare, senza eco né megafoni. Non solo l’Italia dell’associazionismo, ma anche l’Italia degli orti collettivi, delle transition town, dei progetti di co-housing… Quell’Italia che vale davvero la pena raccontare. Il viaggio, che si è concluso pochi giorni fa, lo ha portato a incontrare una penisola “sfaccettata, fatta di manager e di giovani “diversamente occupati”, di uomini e donne, di esperienze radicali e di politiche virtuose, di successi, ma anche di sconfitte, difficoltà, preoccupazioni”. Daniel ha fatto questo viaggio in camper, ma non è il solito tour elettorale, statene certi! Accompagnato dal suo pc e dalla telecamera, il suo è stato un “passaggio da nord a sud” attraverso storie, sguardi ed esperienze che saranno raccolte in un documentario, filo rosso una domanda: “Esiste davvero la possibilità di un mondo diverso o devo arrendermi alla decadenza raccontata quotidianamente dai mass media?”
Tutto ciò che ha visto e sentito Daniel l’ha raccontato anche in un libro che uscirà a luglio edito da Chiarelettere, ma sarà solo l’ultima in ordine di tempo di una serie di inchieste: da gli OGM in Italia, libro allegato al dvd “Il mondo secondo Monsanto“, ai documentari, tra cui “Primavere a Sarajevo” (con Andrea Boretti e Francesca Giomo), “Oltre Mumbai” (con Stefano Zoja e Silvia Tagliabue), “I sentieri della Memoria” (con Francesca Giomo), “Haiti l’isola spezzata”, “Sambiiga, Altro Fratello” (con Andrea Boretti e Michele Dotti).
Senza volerlo viene da canticchiare quella canzone di Francesco De Gregori, con la malinconia e allo stesso tempo la forza dell’ “Italia con le bandiere, l’Italia nuda come sempre / l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste, / viva l’Italia, l’Italia che resiste”. E ascoltando Daniel non possiamo non condividere che si tratta di un’Italia “fatta di movimenti, fatta di artigiani, di laureati, di contadini. Un’Italia fatta di giovani e di anziani, di donne e di uomini, di amministrazioni e di gruppi. Di esperienze radicali e di esperienze “integrate”. Di chi cerca di cambiare il mondo e di chi lotta per cambiare se stesso. Di chi ha detto basta al “lavoro” tradizionale, di chi ha detto basta alla politica tradizionale, di chi ha deciso di lasciare la città e di chi ha deciso di entrare in transizione. L’Italia dei “downshifter”, dei decrescenti, dei bioregionalisti, dei comuni virtuosi”.
L’Italia cui possiamo appartenere insomma. Che vive con poco e che cambia, senza miracoli sbandierati, ma spesso sottovoce e poco per volta.
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L'uomo è al mondo per essere felice

Per iniziare il nuovo anno proponiamo il video del discorso di José Mujica, dal 1 maggio 2010 presidente della repubblica uruguaiana, in cui afferma che l’uomo è nel mondo non per il profitto ma per la propria felicità. Dice che per essere felici dobbiamo rivedere il nostro modo di vivere, rimettendo al centro l’essere umano e non il profitto personale. Un vero politico non dovrebbe mettere al centro della propria politica il debito o la crisi, la crescita del PIL, ma la felicità dell’essere umano.

Il discorso di José Mujica, in questo mondo in cui le uniche cose che sembrano veramente importanti sono la crescita, lo sviluppo ed il profitto, considerate come unica via per la felicità personale, è una ventata di aria fresca e pulita!
 
Buona anno e buona visione!

Il Marocco in crisi economica. Arriva il Fondo monetario internazionale

di Jacopo Granci da Rabat
Nel lontano 1978, su domanda del Fondo monetario internazionale (FMI), il Marocco inaugurò un programma di riforme economiche basato sulla riduzione degli investimenti statali, l’aumento delle tasse e il blocco dei salari.
Le rivolte popolari scatenate dal provvedimento spinsero il governo al congelamento dell’iniziativa.
Tuttavia, solo due anni dopo, il FMI impose l’adozione di un nuovo Piano di aggiustamento strutturale (PAS) che prevedeva, tra le altre cose, la riduzione delle sovvenzioni sui prodotti alimentari.
I prezzi esplosero – ad esempio quello della farina, cresciuto in pochi giorni del 50% – e la popolazione, assieme ai sindacati, scese in piazza per chiedere la cancellazione degli aumenti.
Nel 1981, in molte città del regno, le contestazioni si trasformarono in tumulti e saccheggi. Nella sola Casablanca i morti si contarono a centinaia, come i feriti e le persone finite in arresto.
Da allora, nella memoria dei marocchini, il ‘Piano di aggiustamento strutturale’ è diventato sinonimo di restrizioni, sacrifici e repressione, oltre che di innalzamento del costo della vita, licenziamenti e disoccupazione.
Un ricordo doloroso.
Un passato, però, che sembra essere tornato di attualità da quando, il 3 agosto scorso, il consiglio di amministrazione del FMI ha deciso di concedere al regno alawita – alle prese con una profonda crisi economica, aggravatasi negli ultimi tempi – un finanziamento di 6,2 miliardi di dollari.
Una cifra ragguardevole, che rappresenta da sola più della metà del debito estero contratto dal paese maghrebino negli ultimi decenni.
L’intervento del Fondo monetario, che ha tutta l’aria di un’operazione di salvataggio, è stato presentato ai media come una semplice misura precauzionale.
“Una polizza assicurativa contro gli eventuali rischi che incombono sull’economia marocchina”, afferma la presidente del FMI Christine Lagarde, una “riserva di sicurezza” per rassicurare i mercati internazionali sulla buona salute finanziaria del Marocco, è il commento rilasciato dal ministro delle Finanze Nizar Baraka.
Ma, all’interno del regno, c’è chi la pensa diversamente.
L’economista Najib Akesbi tratteggia un quadro della condizione economica del paese molto più critico di quello che le autorità lasciano trapelare.
Secondo Akesbi, infatti, è “ridicolo” soltanto immaginare che il FMI abbia concesso un prestito di una tale rilevanza senza imporre condizioni, “almeno per assicurarsi che venga rimborsato”.
Rivolgersi alle istanze finanziarie internazionali – per l’economista – significa rinunciare alla propria sovranità.
La conferma – stando al parere di Akesbi – arriva con le ultime valutazioni, “apparentemente contraddittorie”, emesse sullo stato di salute del regno dopo la concessione del prestito e a pochi giorni dalla votazione della manovra economica per il 2013, una manovra “di austerità” come ha già annunciato il governo.
Mentre lo stesso FMI ha previsto, in una nota resa pubblica il 9 ottobre scorso, un tasso di crescita “generoso e poco credibile” del 5,5% (quello attuale supera di poco il 2%), l’agenzia di rating Standard and Poor’s (S&P) ha modificato in “negativa” la prospettiva di rimborsabilità del debito marocchino sul lungo periodo, specificando che “se la disoccupazione rimarrà ostinatamente elevata, il costo della vita aumenterà e se le riforme politiche si riveleranno deludenti per la popolazione, si correrà il rischio di disordini sociali su vasta scala”.
Secondo l’economista queste due valutazioni, a primo impatto discordanti, in realtà convergerebbero in un’unica strategia di condizionamento.
“S&P ci fa vedere il bastone e il FMI ci mostra la carota – senza contare che le loro previsioni nella maggior parte dei casi si sono rivelate sbagliate – ma il messaggio è lo stesso: ‘per risanare i vostri conti e per sfuggire al peggio dovrete applicare la politica che vi detteremo’. Il governo, di fatto, si trova già sotto tutela”.
Intervista a Najib Akesbi (Università Mohammed V, Rabat)
Da qualche mese in Marocco si è iniziato a parlare di crisi economica, in maniera sempre più insistente, smentendo così le rosee previsioni formulate negli anni precedenti dagli organismi economici nazionali e internazionali. Per molti si è trattato di un fulmine a ciel sereno.
Siamo di fronte ad una impasse. La situazione delle risorse budgetarie è catastrofica. Gli esponenti del governo stanno cercando di sdrammatizzare, ma il quadro è chiaro.
Da una parte le entrate (ricette fiscali essenzialmente) sono diminuite, dall’altra la spesa pubblica è in continuo aumento e va ad appesantire il deficit di bilancio (6,1% del PIL nel 2011), già condizionato da una bilancia commerciale costantemente in rosso negli ultimi anni.
Per fare un esempio, dando solo un’occhiata alla legge finanziaria del 2012 si vede come imposte e oneri fiscali in genere coprano solamente il 60% della manovra. Significa che il 40% mancante bisogna trovarlo da qualche altra parte.
Dove?
Il Marocco non possiede risorse in idrocarburi, abbiamo già esaurito – e senza particolari rientri – il ricorso alle privatizzazioni. Quale soluzione immediata a questo punto? L’indebitamento.
Tale impasse, tuttavia, è il risultato di una politica economica suicida – nella tassazione, nella scelta degli investimenti, nella gestione delle riserve di cambio – e non della casualità, come qualcuno vorrebbe far credere, o della congiuntura sfavorevole che stiamo attraversando con la crisi della zona euro, che io considero al massimo il detonatore di una situazione già di per sé esplosiva.
Perché la definisce una “politica suicida”?
Prima di tutto perché la politica fiscale degli ultimi venti anni ha ridotto le risorse dello Stato in maniera gratuita, concedendo privilegi ed esoneri alle fasce più agiate senza chiedere nulla in contropartita.
Mi riferisco all’abbassamento delle imposte dirette sulle fasce di reddito superiori – un regalo ai ricchi di cui certo non avevano bisogno – e alla riduzione della tassazione sulle aziende, ben sapendo che solo un numero ristretto di grandi imprese – peraltro già prospere – ne ha beneficiato per ampliare i propri profitti.
In questo modo lo Stato si è visto privato di risorse vitali senza che ad un simile sacrificio sia conseguito il minimo effetto benefico sull’economia del paese.
Dove sono finiti i miliardi di investimenti e le centinaia di migliaia di posti di lavoro promessi?
Dove sono le imprese dell’informale che avrebbero dovuto approfittare di questa ‘condizione favorevole’ per passare alla legalità?
In tutto questo la maggioranza della popolazione affonda sotto il peso delle imposte indirette e il grosso del carico fiscale continua a pesare sulle fasce medio-basse.
Parlando di ricette fiscali e mancanza di redistribuzione della ricchezza, che fine a fatto la proposta di una “tassa sui grandi capitali” avanzata dalla maggioranza dei partiti solo un anno fa?
E’ finita rapidamente nel dimenticatoio, anche a seguito delle pressioni sul nuovo governo esercitate dalla CGEM (la Confindustria marocchina, nda) e nonostante la retorica sulla riduzione della povertà e del divario socio-economico che ha sempre caratterizzato il PJD (partito islamico vincitore delle ultime elezioni, nda).
Ma nel Marocco attuale, con le forti disuguaglianze e tensioni sociali che lo caratterizzano, non è possibile ipotizzare una riforma fiscale – come è nelle intenzioni dell’esecutivo – senza tener conto di una imposta sulle grandi fortune, dietro cui si nasconde la zavorra dell’economia di rendita.
Oppure senza attuare un ammodernamento della legislazione in materia di evasione, che possa bloccare – tra l’altro – la fuga di capitali all’estero stimata ad oltre 2 miliardi di dollari all’anno.
Quali altri fattori endogeni hanno contribuito ad affossare l’economia marocchina?
La crescita incontrollata della spesa pubblica, che peraltro non è riuscita a risolvere nessuno dei problemi socio-economici emersi nell’ultimo periodo.
Ad esempio i pensionamenti anticipati sovvenzionati dal governo nel 2005 per ridurre il volume della massa salariale (pubblica), un’operazione onerosa per le casse dello Stato che però non ha ridotto le uscite su questo versante e ha messo nei guai gli enti di previdenza sociale.
Non è stato risolto né il nodo della qualità né quello della quantità dei funzionari, dal momento che il reclutamento pubblico continua ad essere uno strumento politico, una valvola per allentare le pressioni sociali o, ancora peggio, per rispondere alle reti di clientela locali e nazionali.
C’è poi la questione della Caisse de compensation, mai riformata ed oggi divenuta un macigno sui conti dello Stato. Ma l’argomento merita una riflessione a parte.
Infine gli investimenti.
Continuano a ripeterci che sono aumentati negli ultimi anni, ma di quali investimenti parliamo? Sono produttivi?
Assicurano un reale impatto per lo sviluppo del territorio?
Prendiamo ad esempio le autostrade – che quasi nessuno percorre – gli hotel di lusso e i complessi immobiliari futuristici – destinati ad una manciata di magnati – per non parlare poi del TGV, un progetto dispendioso e inutile.
Il volume degli investimenti potrà anche essere cresciuto, ma nella maggior parte dei casi sono improduttivi e non assicurano un ritorno né allo Stato né alla popolazione.
Ciò non toglie che, stando almeno al dato sulla crescita macroeconomica, il Marocco era sembrato un paese in salute nel corso dell’ultimo decennio….
Il tasso di crescita macroeconomica non corrisponde ad un reale sviluppo del paese, non assicura la redistribuzione della ricchezza e non basta per poter considerare uno Stato in salute.
Senza contare che questo dato, in Marocco, è sempre stato estremamente fluttuante, e può variare dal 5 allo 0% in poco tempo.
Questo perché due tra i suoi fattori determinanti restano gli agenti atmosferici e l’oscillazione dei prezzi dei prodotti di base (cereali, zucchero, idrocarburi) sui mercati internazionali.
In altre parole la crescita in Marocco è soggetta al volere delle forze celesti – se piove o se c’è siccità, come successo nell’ultimo anno – o dei partner commerciali stranieri.
La produzione agricola quindi, nonostante gli investimenti del piano Maroc Vert, non è ancora in grado di assicurare un approvvigionamento alimentare di base?
Assolutamente no, quello agricolo è un settore esemplare per capire la miopia degli investimenti e l’errore strategico della politica di governo.
Si è preferito puntare sui prodotti da esportazione (pomodori, fragole, banane..) – come ci è stato “raccomandato” oltrefrontiera – su un compartimento che coinvolge solo il 2% delle aziende del settore e non sui prodotti di prima necessità (cereali) di cui riusciamo a coprire, mediamente, meno della metà del fabbisogno interno.
Si è deciso di esportare pomodori e importare grano ed oggi siamo arrivati al punto che non riusciamo a vendere tutti i nostri pomodori, mentre il grano (i cereali rappresentano attualmente circa il 70% dell’import agroalimentare, nda) lo paghiamo sempre più caro.
Il risultato è un’accresciuta dipendenza alimentare e un saldo pesantemente negativo nella bilancia commerciale di settore.
Pensi che negli ultimi tre decenni le esportazioni sono passate dal coprire il doppio delle importazioni ad un tasso inferiore al 50%.
Gli accordi di libero scambio dei prodotti agricoli sono stati una delle prime conseguenze dell’apertura economica imposta dagli organismi internazionali. In che modo questo genere di accordi ha influito nella crisi attraversata dal Marocco?
Fin dai primi accordi abbiamo assistito alla bella retorica sull’apertura e sulla promozione delle esportazioni come motore trainante dello sviluppo nazionale.
Cosa constatiamo oggi?
Uno dei principali ostacoli alla crescita e allo sviluppo è proprio il commercio estero, con l’aumento delle importazioni che intaccano le riserve di cambio in valuta straniera (dollari, euro).
Il Marocco ha voluto integrarsi nell’economia mondiale senza avere i mezzi e le competenze per poter essere competitivo sul mercato internazionale.
Abbiamo moltiplicato gli accordi di libero scambio (UE, USA, Turchia, Golfo..) e il risultato oggi è che siamo perdenti su tutti i fronti.
Quegli accordi contribuiscono all’affossamento dell’economia nazionale, dal momento che ci impongono parametri e condizioni a cui non siamo preparati.
Se le difficoltà della zona euro possono essere considerate un “detonatore”, un’aggravante della crisi marocchina, in che modo la recessione della sponda nord del Mediterraneo ha contribuito ad aggravare la situazione?
Ha avuto una ripercussione generale sull’intera economia, dal momento che i paesi della zona euro sono il principale fornitore e cliente del Marocco, e una conseguenza specifica sull’afflusso di valuta europea, attraverso i ‘canali di trasmissione della crisi’.
Quali sono questi canali?
Innanzi tutto la riduzione delle esportazioni (prodotti agricoli e tessili), il primo canale di trasmissione date le difficoltà finanziarie attraversate dal mercato europeo.
Poi le rimesse dei marocchini residenti all’estero, anch’esse in calo a seguito dell’innalzamento del costo della vita e della perdita dei posti di lavoro da parte di molti emigrati, che non inviano più nulla o quasi alle famiglie rimaste in patria. Bisogna inoltre considerare le ricadute sul turismo.
La gran parte dei turisti che negli ultimi anni hanno scelto come meta di villeggiatura il Marocco sono francesi e spagnoli, europei in generale, che in questa fase preferiscono restare a casa propria con un occhio al portafogli.
Infine, ultimo grande canale di trasmissione della crisi europea, la diminuzione registrata a livello di investimenti diretti stranieri sul territorio.
Fino ad ora ci siamo soffermati sulle origini e le caratteristiche della crisi marocchina. Parliamo ora di una delle sue prime evidenti conseguenze, la concessione del prestito di 6,2 miliardi di dollari da parte del FMI. Qual è la sua opinione in proposito?
Come accennavo all’inizio, il Marocco è condannato ad indebitarsi, in mancanza di vere riforme politico-economiche sul piano interno (di cui i risultati si vedrebbero comunque soltanto a lungo termine).
Per il governo, attingere ad un cospicuo stock di moneta in valuta straniera significa da una parte colmare il budget di spesa e dall’altra dare respiro alle riserve di cambio, scese sotto i minimi livelli di guardia.
Ma il credito erogato dall’FMI non è una manna dal cielo, non è la soluzione. E’ una misura d’urgenza, forse addirittura insufficiente, che rischia soltanto di accelerare il declino.
I 6 miliardi di dollari che dovrebbero aiutare il Marocco a liberarsi da una situazione di dipendenza, non faranno che mantenere il paese nella spirale dell’indebitamento, da cui a questo punto sarà difficile uscire.
Nella nota redatta dal FMI al momento del prestito viene utilizzato un linguaggio piuttosto soft. Si parla di “linea di precauzione e di liquidità”. Che cosa significa esattamente?
Che bisogna smettere di giocare con le parole. I piani di aggiustamento strutturale imposti negli anni Ottanta hanno lasciato un ricordo doloroso nella memoria della popolazione e soltanto a sentir parlare di un nuovo PAS l’opinione pubblica avrebbe una reazione negativa immediata.
Lo stesso FMI è consapevole che questo prodotto finanziario non è più “vendibile”, non è più ricevibile, ed è costretto a fare un’operazione di marketing. A trovare un escamotage.
In questo caso ha mascherato il suo vecchio prodotto, cambiandogli d’abito. Ha sostituito l’etichetta, parlando di “precauzione” piuttosto che di aggiustamento o condizionamento, di “razionalizzazione della spesa” piuttosto che di austerità e rigore, ma non ha mutato la sostanza del prodotto, che resta un vero e proprio PAS.
Questa mossa permette ai politici ed ai governi dei paesi in via di sviluppo, quelli che ricevono il prestito, di indorare la pillola di fronte alla propria opinione pubblica e costringerla ad accettare una politica economica che non vuol dire il suo vero nome.
Qualche polemica è scoppiata lo stesso e il governo si è difeso dicendo che quei fondi, probabilmente, non verranno utilizzati….
E’ un’altra bugia, un altro sistema per sviare l’attenzione. Se il Marocco non aveva bisogno di questo prestito, non si capisce perché lo abbia chiesto.
Che venga utilizzato o meno, il prestito – una volta erogato – matura interessi che vanno anch’essi a gravare sul bilancio. Quindi il governo ha tutto l’interesse, oltre alla necessità, di utilizzare i soldi ricevuti.
Ma allo stesso tempo l’FMI chiede garanzie. Non bisogna dimenticare che il FMI, come la Banca mondiale, è un organismo che deve vendere i propri prodotti finanziari deve assicurare il rientro dell’investimento.
E’ un’azienda, non un ente caritatevole internazionale. Ha mai conosciuto una banca pronta a prestarle denaro senza avere la massima condizione di sicurezza che lei possa effettivamente rimborsarlo? Suppongo di no.
Quali sono le garanzie chieste dall’FMI al Marocco?
Il controllo della politica economica e finanziaria, la ricetta è sempre la stessa anche se il nome è diverso. Per questo dico che ci troviamo già in piena logica di aggiustamento strutturale.
Solo un mese fa il governo di Rabat ha inviato una lettera (resa pubblica dalla stampa) al FMI con cui ribadiva il suo impegno nel perseguire le linee guida delle politiche neo-liberiste e nel recepire i “suggerimenti” del Fondo.
Una palese dichiarazione di intenti, i dettagli saranno noti in seguito, anche se è facile presumere che uno degli ambiti di influenza sarà per esempio la “riforma” del codice del lavoro.
In altre parole, nel momento in cui il Marocco comincerà ad utilizzare un solo euro o dollaro di questo prestito, entrerà nell’orbita stringente della condizionalità.
In un modo o nell’altro l’esecutivo sarà costretto ad applicare le misure economiche e finanziarie che verranno dettate dai suoi creditori, cedendo parte della propria sovranità. Posto che una sovranità in materia sia realmente esistita fino ad ora…
Torniamo alla Caisse de compensation. In merito alla legge finanziaria del 2013, ora al vaglio del governo e poi del Parlamento, si è già parlato di una drastica riduzione, se non addirittura della soppressione, di questo sistema di sovvenzione dei prodotti di base (farina, zucchero, benzina, gas..). E’ un primo riflesso di quella “condizionalità” a cui faceva prima riferimento?
Gli impegni assunti dal Marocco con il WTO e il FMI nei decenni passati avevano già imposto la soppressione delle sovvenzioni statali, poiché definite anti-concorrenziali in una logica di libero mercato.
Sulla matrice neo-liberista del provvedimento, quindi, non ci sono dubbi, anche se una simile decisione non è dettata solo dalle nuove pressioni esterne, ma anche dall’insostenibilità interna.
La sua incidenza sul budget di governo ha raggiunto record storici nel 2011 (7-8% del PIL), quando l’esecutivo ha deciso di servirsene a dismisura – pur sapendo di andare incontro al fallimento – per “acquistare” la pace sociale durante i mesi della contestazione politica promossa dal Movimento 20 febbraio e ridurre il seguito dei manifestanti.
Inoltre, non ho difficoltà ad ammettere che la Caisse de compensation così come è stata concepita è un sistema di protezione inefficace, che per di più non è basato su parametri di equità.
Perché non è equo? Perché non fa la differenza tra colui che compra il prodotto sovvenzionato avendone un reale bisogno e colui che non ne ha necessità.
E’ un sistema altamente dispendioso in cui il ricco e il povero godono della stessa sovvenzione. Un fatto inaccettabile.
Sarebbe molto più giusto e conveniente proporre un sistema di aiuto diretto al cittadino in base alla fascia di reddito.
Ma anche in questo caso ho paura che la parola riforma sarà semplicemente sinonimo di tagli, con l’unica conseguenza di un aumento indiscriminato del costo della vita di fronte al congelamento dei salari.
Il rischio è che a pagare il prezzo saranno ancora gli strati più indigenti della popolazione, vale a dire la sua larga maggioranza, mentre nulla sarà fatto per apportare nuove regole di trasparenza e per lottare contro la corruzione, gli oligopoli e gli abusi dei gruppi più influenti che hanno contribuito a mettere in ginocchio l’economia del paese.

S&P place le Maroc en perspective négative

(econostrum.info)
MAROC. Si elle décide de maintenir la note souveraine du Maroc à BBB-, l’agence de notation Standard & Poor’s l’assortit de perspective négative.
Pour justifier ce passage d’une perspective stable à négative, S&P pointe du doigt, dans un communiqué publié jeudi 11 octobre 2012, “la prospérité relativement faible du pays et la pression sociale qui a augmenté depuis le printemps arabe” ainsi que la nécessité de “prendre d’autres mesures pour rétablir la stabilité financière traditionnelle du Maroc.”
L’agence attend effectivement une réduction des dépenses et notamment des subventions aux carburants.
S&P menace d’abaisser la note si les déficits budgétaires et courants ne sont pas “réduits significativement et durablement ou si la pression sociale augmente au point de compromettre la stabilité politique ou des réformes cohérentes, si les performances économiques sont affectées par un environnement économique externe affaibli.”

Morocco secures $300m World Bank loan to fight unemployment

(Ventures-Africa)
High-spending Morocco secured a $300 million World Bank loan to tackle youth unemployment and boost gender equality, extending a run of international borrowing as it battles fallout from the euro zone crisis.
The finance ministry said on Wednesday the funds would feed into a social development plan that aims to fight uneven access to basic amenities and the marginalisation of women and the country’s youth.
Youth unemployment stands at over 30 percent while illiteracy among women is above the national average and rises to as high as 80 percent in rural areas. Close to a quarter of the 33 million population live in poverty, according to state planning authority HCP.
The country’s central bank expects the North African state’s economy to grow by just 2-3 percent this year, one of the lowest rates of the past decade. The government is also struggling to tame a budget deficit that last year hit its highest level since the 1990s.
The well-being of the $95-billion economy is closely linked to the euro zone. The debt turmoil there has hit Morocco’s tourism revenues, remittances from workers abroad and foreign investments this year, raising concerns about the country’s current account balance.
On Tuesday, the Abu-Dhabi based Arab Monetary Fund (AMF) said it was arranging a $127 million credit facility for Morocco, a loan which officials in Rabat said would help cushion a rising trade deficit.
Earlier this month, the African Development Bank (AfdB) approved $800 million in loans to support Morocco’s renewable energy programmes.
Investment grade-rated Morocco also plans to sell a sovereign bond worth $1 billion in October to help finance budgeted investments.
In August, the International Monetary Fund (IMF) awarded Rabat a $6.2 billion precautionary credit line to support the current account balance when needed.
Morocco has budgeted 20 billion dirhams of foreign borrowing needs for 2012 in addition to 40 billion dirhams to be borrowed from the domestic market.
The country closed 2011 with a public debt to Gross Domestic Product (GDP) ratio of 52.9 percent.

Maroc : la Banque Mondiale s’inquiète sérieusement du chômage des jeunes

La Banque Mondiale appuie une nouvelle fois là où ça fait mal. Après une visite de deux jours au Maroc, Inger Andersen, la vice-présidente de la BM pour la région MENA s’est déclarée sérieusement préoccupée par les chiffres du chômage des jeunes marocains qui ne s’améliorent pas, rapporte l’AFP. Pour rappel, au mois de juin dernier, l’institution bancaire avait publié un rapport dans lequel elle soulignait que 30% des jeunes marocains âgés de 15 à 29 ans étaient au chômage.
Fatalisme des jeunes Marocains
Pour mieux enfoncer le clou, elle a ajouté lors de cette visite qu’en plus de ces chiffres élevés, bon nombre de jeunes marocains étaient découragés et démoralisés par l’idée de trouver un emploi. Ils ont tellement perdu espoir de travailler un jour qu’ils ne font plus les efforts pour tenter de trouver une activité professionnelle. Une caractéristique qui n’est pas seulement propre au Maroc mais qui a été également constatée dans d’autres pays de la région balayés par les protestations du printemps arabe, notamment en Egypte et en Tunisie.
Carburant et produits alimentaires en hausse
Même si les évènements n’ont pas connu la même ampleur au Maroc que dans les autres pays de la région, grâce notamment à l’adoption par le roi Mohammed VI d’une nouvelle constitution et à la présence du PJD au gouvernement après sa victoire lors des élections législatives, la représentante de la BM tire néanmoins la sonnette d’alarme. Elle met en garde le pays sur le fait qu’il existe toujours au royaume des mouvements sporadiques de protestation sociale, notamment provenant de la jeunesse qui en a assez d’être exclu du système d’emploi. La BM achève le Maroc en le mettant face à ces objectifs de croissance en baisse. Le royaume devrait connaitre en 2012 un ralentissement de sa croissance économique passant de 4.9% en 2011 à 3% en 2012 et prévient qu’avec l’augmentation des prix des produits alimentaires et des produits pétroliers, la grogne sociale ne fera que s’amplifier dans les semaines à venir.
De son côté, le ministre de l’Economie et des Finances a repris du poil de la bête après les vacances. Celui-ci démarre sa rentrée politique sur les chapeaux de roue. Ambitieux et se voulant rassurant Nizar Baraka a déclaré mercredi, selon la MAP que sa priorité était de faire diminuer le déficit budgétaire du pays en le faisant passer de 6.1% en 2011 à 5% d’ici la fin de cette année. Soit dans 3 mois.

Marocco. 'Bracconaggio' del litorale minaccia ecosistema marino

Rabat, 21 ago. (TMNews) – Migliaia di disoccupati si riversano ogni mattina sulla costa atlantica del Marocco, in particolare tra Rabat e Casablanca, per raccogliere tonnellate di cozze, un ‘sovrasfruttamento’ che minaccia l’ecosistema marino di questa regione molto urbanizzata. E’ l’allarme lanciato dagli esperti. Questi disoccupati arrivano dalle baraccopoli, scrutano ogni giorno il mare e aspettano la bassa marea al mattino presto. Il loro obiettivo è la vegetazione marina, nel dettaglio le cozze. Ammassati sul bordo del mare, i banchi di cozze sono rimossi dal loro ambiente naturale con sbarre di ferro da questo piccolo esercito di pescatori illegali che invade quotidianamente le coste. Bracconieri che agiscono nell’impunità e con le autorità che chiudono gli occhi sulla loro attività che minaccia gravemente l’ecosistema marino. “Non possiamo fermare questa attività perché non abbiamo nulla da offrire come contropartita a questi pescatori”, ha ammesso una fonte del comune di Harhoura, località balneare vicino a Rabat. Le cozze contribuiscono a preservare l’ambiente marino: filtrano alcuni organismi acquatici, depurano l’acqua e migliorano l’offerta di plancton, pesci e vita marina. Ogni pescatore improvvisato raccoglie circa 200 chili di cozze che rivende al consumatore, una volta pulite, a 4,5 euro al chilo; il guadagno medio è di 13 euro al giorno. Il numero di pescatori che opera quotidianamente tra Rabat e Bouznika (50 chilometri a sud) non è ufficialmente registrato dalle autorità, ma secondo una fonte della prefettura di Rabat ammonterebbe a più di 2mila persone. In bassa stagione, il numero si dimezza. TM News

Maroc – Benkirane défend sa politique économique devant la Chambre des représentants

(Maghrebemergent.info)
Pour contenir le déficit budgétaire à 5%, le gouvernement a procédé à l’application partielle du système d’indexation des prix de certains produits énergétiques, a déclaré lundi le Premier ministre marocain, Abdelilah Benkirane, devant la Chambre des représentants. Cette mesure, a-t-il expliqué, permettra d’économiser 5,7 milliards de dirhams. Afin préserver les avoirs extérieurs du pays, a-t-il ajouté, environ 1 milliard de dollars seront levés sur le marché financier international.
Le chef de gouvernement, Abdelilah Benkirane, a présenté, lundi devant la Chambre des représentants, les mesures, immédiates et structurelles, préparées par le gouvernement pour faire face aux effets externes sur l’économie nationale.
Lors de la séance mensuelle consacrée à la réponse du chef du gouvernement et à la politique générale, Benkirane a indiqué que pour contenir le déficit budgétaire à 5%, comme prévu dans la loi de Finances 2012, le gouvernement a procédé à l’application partielle, à partir du mois de juin dernier, du système d’indexation des prix de certains produits énergétiques.
Cette mesure permettra d’économiser 5,7 milliards de dirhams et de renforcer le rôle des services fiscaux et de douanes dans le recouvrement du « reliquat à payer », ce qui se traduira par des recettes supplémentaires d’environ 2,8 milliards de dirhams, a précisé Bekirane.
Le gouvernement a pris également des mesures visant à réaliser des économies dans les dépenses en rationnalisant les dépenses de fonctionnement et en liant les transferts des établissements publics à leurs capacités de caisse et au rythme de réalisation de leurs projets ce qui permettra une économie de 10 milliards de dirhams, a expliqué Benkirane.
Recours prévu aux financements extérieurs
Ces mesures viennent s’ajouter aux réformes structurelles lancées ou en cours de lancement par le gouvernement, a-t-il souligné, citant notamment dans ce cadre la réforme de la Caisse de compensation, la réforme fiscale et la réforme de la loi organique de la loi de Finances pour promouvoir la bonne gouvernance, la gestion basée sur les résultats et la programmation des investissements selon la capacité de réalisation.
Pour préserver les avoirs extérieurs, Benkirane a indiqué qu’il a été procédé à des mesures à court terme visant la mobilisation des financements extérieurs possibles dans la limite de 20 milliards de dirhams comme prévu dans la loi de Finances de l’année en cours.
S’inscrivent dans ce cadre, le recours au marché financier international pour lever environ 1 milliard de dollars et l’étude de la possibilité de couvrir les risques de la hausse des prix des carburants afin de limiter son impact sur le déficit budgétaire, a-t-il noté.
Les mesures prises sur le moyen terme visent à améliorer l’offre exportable et sa compétitivité à travers le lancement d’un modèle de développement qui place l’industrialisation parmi les priorités de la politique économique par le biais de la promotion de l’investissement industriel et le développement de nouveaux secteurs industriels à forte valeur ajoutée en termes d’exportation.
« Réduire la part des importations dans les projets d’investissement de l’Etat »
Il s’agit aussi de l’accélération de la cadence des plans sectoriels notamment ceux destinés pour l’exportation et de la réalisation et de l’exploitation des pôles agricoles et des zones industrielles intégrées ainsi que l’encouragement des nouveaux métiers mondiaux du Maroc.
Ces mesures ambitionnent également d’améliorer la compétitivité du produit marocain à travers la réduction du coût de production et la mise à niveau des ressources humaines et l’appui ainsi que la promotion des produits marocains en vue de développer la part du Maroc sur les marchés extérieurs et l’entrée à de nouveaux marchés notamment maghrébins et africains.
Ces mesures consistent aussi en le développement du système marocain d’assurance à l’exportation et la mise en place de nouveaux mécanismes pour assurer les investissements afin d’accéder aux nouveaux marchés notamment africains.
Pour limiter la hausse des importations, poursuit Benkirane, nombre de mesures ont été adoptées pour réduire la part des importations dans les projets d’investissement de l’Etat et des achats publics, et ce à travers l’instauration de clauses y afférentes dans les cahiers de charges lors des appels d’offres.
Il s’agit aussi de poursuivre les efforts des autorités publiques en termes de renforcement des critères appliqués sur les marchandises importées et la mise en œuvre des mesures de protection commerciale à même de limiter l’accroissement des importations qui inondent le marché local et portent atteinte aux produits nationaux. Il a, de même, insisté sur la nécessité d’accélérer l’application du programme de l’efficacité énergétique et le développement des énergies renouvelables.

Hit by euro crisis, Morocco tightening belts

(Arabnews.com)
RABAT: Morocco has become the latest victim of Europe’s debt crisis, as a slump in business with its main export partner and the costs of buying social peace amid Arab world uprisings are forcing the country to impose austerity measures in order to receive international financial assistance.
Long a model of relative prosperity in northern Africa, Morocco had to seek help from the International Monetary Fund this month, winning a $ 6.2 billion precautionary credit line.
The IMF says it offered the loan to help Morocco cope with fluctuating energy prices and the effects of Europe’s economic troubles.
In exchange, the government promised to reform the pension system and a costly program of state subsidies for energy and staples, according to a letter published on the IMF website this week.
Morocco’s state spending is at record highs, the deficit is soaring and its No. 1 trading partner — Europe — is flailing.
The latest economic figures show that Europe is edging closer to recession, dragged down by the crippling debt problems of the 17 countries that use the euro. Europe’s stumbling economy is making it harder for other economies around the world to recover and policymakers are trying to reach agreement on more decisive action to deal with the debt crisis.
Morocco’s tourism income is down 6.9 percent so far this year compared to last.
Remittances from Moroccans abroad are down 2.5 percent, according to government figures.
A drought and bad harvest this year, along with high oil prices, hurt this country that depends largely on imported energy.
State reserves are only enough to buy 4 months’ worth of imports — down from 11 months’ worth in 2005, according to the central bank.
Morocco’s government promises to “rationalize spending” and “optimize revenues,” the letter says.
It includes measures such as linking public sector salaries to performance, targeting subsidies more efficiently and improving tax collection.
Budget Minister Idriss Al Azami Al Idrissi tried to play down worries of major structural cuts.
The credit line “is a protection against unpredictable shocks from the international situation, and obtaining it proves the solidity of the national economy,” he said in an interview with the Associated Press.
The government pledges to bring deficit to 3 percent of GDP by 2016, compared to an expected 7 percent this year.
That will be a challenge.
Imposing spending cuts on a populace that saw nationwide protests last year poses social risks. After an uprising in Tunisia set off protests across the Arab world last year, Moroccans too took to the streets and demanded democratic reforms. King Mohamed VI called early elections and made changes to the constitution — and the government spent billions to raise public sector salaries and on subsidies for staples.
Then the eurozone debt crisis made things worse.
Economist Najib Akesbi says the IMF credit line is prompting long-needed structural reforms.
Morocco’s revenues have been covering barely 60 percent of spending, he says.
“The trade deficit and the drop in transfers by Moroccans abroad and in tourism oblige Morocco to borrow on international markets,” he said, when in the past the country could rely on domestic sources to raise money.
He criticized recent policies of lowering taxes on business, seen as a sop to powerful special interests. “It’s a masochistic policy. Difficult times await Moroccans.”
After winning the IMF loan, Morocco announced it will seek $1 billion in a bond issue in September.
The finance minister told The AP that the country is tapping dollar bond markets for the first time because Europe’s markets look too risky.
“We chose the dollar because we feel that there is a depth on these markets, and the interest rates are more attractive, at a moment when euro markets are preoccupied with the sovereign debt of eurozone countries,” Finance Minister Nizar Baraka said.
“Thanks to the IMF precautionary credit line, Morocco is well placed to obtain financing in good conditions,” he added.