Dialogo sociale per la pace

Alcune foto da Amman. Progetto Solid, dialogo sociale nel sud mediterraneo. Iscos lavora con i sindacati, gli imprenditori, le associazioni per rendere più forti le istituzioni del dialogo sociale.
Oggi si incontrano i ministri, i rappresentanti dei lavoratori e della società civile di Marocco, Giordania, Tunisia per cercare la strada per la stabilità sociale attraverso il dialogo.

Agenzia Nova | Articolo | Tunisia: bassa crescita spinge il paese a indebitarsi con Fmi e monarchie del Golfo

Tunisi, 11 feb 15:10 – (Agenzia Nova) – La crisi economica sta spingendo le autorità della Tunisia fra le braccia dei creditori internazionali e delle monarchie del Golfo per evitare la bancarotta. Il crollo del turismo, sceso del 33,8 per cento nel 2015 dopo i clamorosi attentati terroristici che hanno colpito il Museo del Bardo e le spiagge di Susa (Sousse), ha portato la Tunisia a chiudere l’anno scorso con un tasso di crescita tra il 0,2 e il 0,3 per cento: un dato troppo basso per un paese in piena transizione democratica, che ha avuto gravi ripercussioni nelle regioni dell’entroterra – la “pancia” del paese dove la mancanza di lavoro ha spinto migliaia di giovani a organizzare nuove proteste, sfociate in alcuni casi in scontri con la polizia e atti di vandalismo -, ma anche nelle più ricche zone della fascia costiera. Il governatore della Banca centrale tunisina ha invitato a “porre fine alla demonizzazione del debito estero”, cercando di inviare segnali rassicuranti a pochi giorni dalla visita della delegazione del Fondo monetario internazionale (Fmi). Ma l’opposizione ha subito accusato il governo di voler cedere pezzi di sovranità in cambio dei prestiti internazionali. (segue) (
http://www.agenzianova.com/a/56bc9787744544.35234561/1296213/2016-02-11/tunisia-bassa-crescita-spinge-il-paese-a-indebitarsi-con-fmi-e-monarchie-del-golfo

Tunisia:a 5 anni cacciata Ben Ali, bilancio ancora incerto – Politica – ANSAMed.it

La rivoluzione tunisina celebra oggi il suo anniversario. Inevitabile non tentare di azzardare un bilancio a 5 anni esatti dalla cacciata del potente presidente Ben Alì, cominciata il 17 dicembre del 2010 con il gesto disperato di un giovane venditore ambulante a Sidi Bouzid, poi sfociata in insurrezione popolare. Se la Tunisia non ha subito le stesse sorti dei Paesi vicini, come Libia ed Egitto, o lontani come Siria e Yemen, ed è l’unico che a detta di molti può essere presentato come modello riuscito di ‘primavera araba’, non tutti i tunisini sono concordi su questa interpretazione. Ad ogni 14 gennaio, alcune voci si alzano per celebrare l’evento, altre per denigrare un complotto. Gli argomenti a favore dell’una o dell’altra tesi non mancano, ma sarà compito della Storia emettere su quegli avvenimenti un giudizio definitivo. Resta il fatto che questa rivoluzione è riuscita comunque a consentire lo svolgimento di elezioni libere e regolari, la promulgazione di una nuova Costituzione nel 2014, la creazione di istituzioni stabili e democratiche, per finire con l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a fine 2015 al Quartetto del Dialogo Nazionale tunisino, a consacrare in qualche modo la riuscita del modello

Sorgente: Tunisia:a 5 anni cacciata Ben Ali, bilancio ancora incerto – Politica – ANSAMed.it

Sostenere il rafforzamento della cooperazione e dell’integrazione regionale nel Maghreb

Segnaliamo la Comunicazione congiunta al parlamento europeo, al consiglio, al comitato economico e sociale europeo e al comitato delle regioni da parte della rappresentanza dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, del 17 dicembre 2012.
In allegato il documento completo in italiano.
 
I. INTRODUZIONE
1. I popoli del Maghreb sono stati i protagonisti degli avvenimenti storici del 2011. Più che in qualsiasi altra regione del mondo arabo, i paesi del Maghreb hanno intrapreso un lungo processo di cambiamenti e di riforme. L’esito positivo di questi processi di democratizzazione e di modernizzazione ha un’importanza capitale per l’Unione europea.

  1. Inoltre, nel corso dell’ ultimo anno, è emerso con rinnovato vigore il desiderio dei paesi del Maghreb di una più stretta cooperazione tra di essi. Questa tendenza – ancora incerta e che non si è ancora tradotta in misure organiche – emerge dal riconoscimento che gli obiettivi di promozione della prosperità, della stabilità e della trasformazione democratica a livello nazionale non possono essere pienamente realizzati in assenza di relazioni più profonde tra i paesi del Maghreb.

  2. Lo scopo principale della presente comunicazione è quello di definire i modi in cui l’Unione europea potrebbe – in quanto vicino e partner essenziale per i cinque paesi in questione – favorire una cooperazione più stretta tra i paesi del Maghreb, avvalendosi della sua vasta esperienza in materia di integrazione e alla luce del suo interesse per la regione. Così facendo la Commissione europea e l’alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (“l’alta rappresentante”) cercano di incoraggiare e accompagnare gli sforzi compiuti dai partner del Maghreb per approfondire la cooperazione nella regione. Un Maghreb più forte e più unito permetterà di affrontare le sfide comuni, quali l’instabilità nel Sahel, la sicurezza energetica, la necessità di creare posti di lavoro e la lotta contro i cambiamenti climatici, che rappresentano opportunità storiche per consolidare il nostro partenariato.

 
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Giovani tunisini, politica? No, grazie

Che fine hanno fatto le decine di migliaia di giovani che, poco piu’ di due anni fa, scendendo in piazza e sfidando anche a costo della vita la repressione, costrinsero Zine el Abidine Ben Ali a fuggire dalla Tunisia, dopo un regime ultraventennale? Di certo, dopo avere ottenuto la cacciata del dittatore, i ragazzi di avenue Bourghiba non hanno proseguito nella loro attivita’ politica, anzi si sono sempre di piu’ allontanati dai partiti e dalle logiche che li caratterizzano.
A sottolineare questo distacco e’ il risultato di un sondaggio, realizzato dall’Osservatorio nazionale della gioventu’ insieme al Forum delle scienze sociali applicate, secondo il quale solo il 2,7 per cento dei giovani tunisini appartiene ad un partito, mentre l’81,4 per cento non ha delle preferenze verso formazioni politiche, Un quadro che si commenta da solo perche’, insieme, certifica che i giovani partecipano direttamente alla vita politica aderendo ad un partito solo in una microscopica percentuale, mentre la maggior parte di loro non si sente in sintonia con alcun partito, entrando quindi in uno stato di totale disaffezione nei confronti di chi dovrebbe rappresentare, nelle massime istanze del Paese, il popolo e le sue esigenze.
L’apparente distanza dei giovani rispetto alla galassia politica e’ certificato anche da come essi si pongono nei confronti della ”rivoluzione” e degli obiettivi che il movimento anti-Ben Ali si era posti. C’e’ chi (33,6%) pensa che gli obiettivi della rivoluzione si stiano raggiungendo, ma con troppa lentezza, mentre per la maggioranza dei ragazzi intervistati (65,1%) essi non sono stati invece ottenuti.
Con il risultato evidente che tutti i giovani guardano con rimpianto alle prospettive ed ai traguardi, anche minimi, che la rivoluzione si era prefissi e che oggi appaiono ancora troppo lontani dal divenire una realta’.
Ma il distacco dei giovani tunisini dalla vita reale del Paese e’ confermato da un altro dato, che riguarda il tasso di partecipazione all’azione civile e che interessa appena il 6,1 per cento di loro. Cosa che lascia pensare che i ragazzi di Tunisia non solo non hanno alcuna fiducia nei partiti, ma non intendono neanche impegnarsi direttamente nel sociale, quasi a volere marcare una distanza che non ha possibilita’ d’essere colmata. Un diverso appeal hanno invece le associazioni caritatevoli, cui da’ il suo contributo il 29% dei ragazzi tunisini.
viaTunisia: giovani tunisini, politica? No, grazie – Tunisia – ANSAMed.it.

Tunisia: sciopero, prove generali d'opposizione al Governo

Lo sciopero generale indetto per giovedi’ prossimo dall’Ugtt, il piu’ importante sindacato della Tunisia, si sta trasformando in una prova di forza tra il governo e le forze dell’opposizione laica. Il Paese, che certamente non aveva bisogno di questa contrapposizione frontale tra esecutivo e sindacato, aspetta con il fiato sospeso, ricordando quanto accaduto la scorsa settimana, quando la sede centrale dell’Ugtt – nel cuore di Tunisi – fu presa d’assalto dai miliziani della Lega per la protezione della rivoluzione, dichiaratamente accanto al Governo e, per esso, ad Ennadha, il partito egemone che non intende indietreggiare d’un passo davanti alle richieste della centrale sindacale.
Lo sciopero generale, indetto come risposta alla violenza contro i sindacalisti (alcuni dei quali finiti in ospedale dopo essere stati aggrediti), sta diventando, giorno dopo giorno, il segno di come una parte consistente dei tunisini non intende sottostare al sistema di potere avviato da Ennahdha e chiedono che esso venga fermato.
Da parte loro, i nadhauisti affermano che quanto sta accadendo non e’ altro che un passo della strategia complessiva che intende indebolire il governo e la ”rivoluzione” di cui esso si considera figlio, per rimettere in pista i vecchi esponenti del regime di Ben Ali, quelli che facevano parte dell’Rcd, il braccio politico della dittatura e che, oggi, tenterebbero di rientrare in gioco della politica aderendo a questo o quel partito dichiaratamebnte di opposizione.
L’Ugtt ha comunque voluto che la popolazione, per lo sciopero generale, affronti disagi minimi e per questo l’astensione del lavoro sara’ parziale in alcuni settori strategici, come quelli energetici (gas e luce), della sanita’, dell’alimentare e dell’informazione, che sara’ ridotta al minimo. Ma tutto il resto ”rischia” di restare paralizzato, a partire dai trasporti, settore vitale soprattutto nelle grandi citta’, dove coprono non meno del 60 per cento degli spostamenti nel perimetro urbano.
C’e’ chi ha fatto i conti di quanto costera’ lo sciopero generale quantificando la perdite in non meno di 700 milioni di dinari, circa 350 milioni di euro. Troppo, ha commentato qualcuno, per un Paese povero.
viaTunisia: sciopero, prove generali d’opposizione al Governo – Politica – ANSAMed.it.

Donne e lavoro, Nord Africa-Medio Oriente in coda classifica

(di Luciana Borsatti) (ANSAmed) – ROMA, 26 OTT – Le donne sono solo il 22% della popolazione occupata nell’area Mena (Medio Oriente e Nord Africa), e il 27% in media in Egitto, Giordania, Libia, Marocco e Tunisia. Le quote piu’ basse a livello mondiale, dove il massimo impiego femminile si registra nell’area Estremo Oriente- Pacifico (il 70%) e dove l’area sub-sahariana presenta, grazie all’agricoltura, la stessa percentuale dell’Unione Europea (64%, contro il 46% dell’Italia). Parte da queste cifre – basate su dati di Ocse, Banca Mondiale, Unhcr e Ilo – uno studio sui Diritti economici della donna in Egitto, Giordania, Libia, Marocco e Tunisia che la consulente Ocse Serena Romano ha presentato a Roma, nell’ambito del soggiorno di sette imprenditrici libiche organizzato dalla associazione Pari o Dispare con il sostegno del Mae e dell’Eni. Epppure, osserva la consulente, un aumento dell’occupazione e dell’imprenditorialita’ femminile potrebbe far crescere in modo significativo il Pil dei Paesi meno sviluppati. Lo ha rilevato solo pochi giorni fa l’Economist, in un’interessante proiezione di quanto accadrebbe in Egitto se, entro il 2020, l’impiego delle donne (ora fermo al 24%) raggiungesse la stessa quota di quello dell’uomo: il Pil salirebbe del 34% – niente male per un’economia che ha risentito dei recenti rivolgimenti politici.
Eppure i cinque Paesi presi in esame garantiscono alla donna, sul piano normativo, tutti i diritti economici: dalla possibilita’ di avere un impiego, una proprieta’ o l’accesso al credito a quella di avviare un’ impresa. ”Il problema e’ che – osserva Serena Romano – il diritto di firmare un contratto mal si concilia con l’obbligo di obbedire al marito”.
Insomma, quanto riconosciuto dalle leggi dello Stato rischia di cozzare contro il diritto consuetudinario o lo statuto della persona come definito dalla religione, in particolare la legge islamica. In base alla quale, per esempio, una donna eredita dai genitori la meta’ del fratello, ha una potesta’ molto limitata sui figli e, se sposata, in Egitto e in Giordania puo’ avere un passaporto solo con l’accordo del marito.
E’ con limiti come questi che si scontra la reale possibilita’ per una donna di lavorare fuori casa o fare l’imprenditrice. Perche’, osserva ancora la consulente, e’ difficile avere un’azienda o un lavoro se non si puo’ viaggiare, dare la cittadinanza e l’accesso ai servizi pubblici ai figli in caso di soggiorno all’estero, discutere di affari o lavorare in fabbrica se non si puo’ uscire liberamente di casa o si deve rientrare prima di una certa ora. Diversa poi la situazione legislativa dei cinque Paesi su alcune questioni particolari come la parita’ di retribuzione con l’uomo (non formalmente assicurata in Tunisia), la non discriminazione sessuale (non garantita in Egitto e Giordania), la difesa dalle molestie sessuali sul lavoro (effettiva solo in Marocco), la possibilita’ di avviare iniziative giudiziarie (carente ancora in Egitto e Giordania).
Cortocircuiti e contraddizioni che si evidenziano anche in rapporto alla Cedaw, la Convenzione Onu per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne: ratificata da tutti i cinque Paesi in esame (come dall’Arabia Saudita, del resto) ma sempre con riserve (tranne nel caso del Marocco, ma solo dal 2011) legate alla statuto della persona e alla sharia. Insomma, sottolinea la studiosa, ”la legge consuetudinaria o la sharia spesso regolano le norme sullo statuto della persona, e possono cosi’ avere un impatto decisivo sui loro diritti economici e la possibilita’ di avere un’impresa o una carriera.
Ma l’eguaglianza puo’ solo essere una”.

Tunisia: ‘Non crediamo nella democrazia, ma senza appoggio del popolo niente jihad’

(limes) Intervista ad Hassan Ben Brik
La rivoluzione dei gelsomini ha tutt’altro che concluso il suo percorso di trasformazione della società tunisina. L’eco della primavera araba, che da Sidi Bouzid nel cuore della Tunisia rurale alle strade del Cairo, Tripoli e Damasco ha portato in strada migliaia di sostenitori della democrazia e dei diritti civili, ci costringe ancora una volta a ripensare i paradigmi e ridefinire gli scenari possibili.
Dal dicembre 2010 ad oggi la Tunisia ha fatto i conti con la disperazione di Mohammed Bouazizi, le proteste spontanee dei giovani delle aree marginalizzate del paese, i tumulti della capitale, le dimostrazioni pacifiche della borghesia delle grandi città, gli attacchi informatici e la solidarietà internazionale dell’antagonismo occidentale per i sostenitori del “dégagé”.
Il paese ha vissuto le sue prime elezioni democratiche (ovviamente non senza polemiche) e ha destato stupore nella comunità internazionale per la rapidità nel proporre nuove istituzioni credibili e capaci di lavorare subito dopo il voto per una nuova costituzione. Il successo del partito islamico moderato Nahda e l’apparente sicurezza di un uomo rispettato come Rached Ghannouchi sembravano inquadrarsi in un percorso d’ispirazione turca dove laicismo e islam potessero trovare una nuova sintesi. Il percorso politico e sociale che sta portando la Tunisia verso la promulgazione della nuova costituzione ed elezioni legislative (ottimisticamente entro la prossima estate) si arricchisce di attori nuovi, che in realtà nuovi non sono per niente. Soggetti che spaventano l’opinione pubblica internazionale, ma anche parte della società tunisina.
Il salafismo pretende spazio nel nuovo scenario politico e trova nel contatto con il popolo la sua naturale arma di proselitismo. Nella giornate infuocate di settembre, quando sono state prese di mira le ambasciate di molti paesi arabi oltre ai simboli del potere economico occidentale, anche la Tunisia ha fatto i conti con una piazza che al grido di “Allah Akbar” (“Allah è il più grande”) ripropone il tema centrale di tutta questa primavera. Che ruolo deve avere l’Islam nella costruzione dello Stato post-rivoluzionario?
La responsabilità degli atti di violenza delle scorse settimane, conseguenza della diffusione su Internet del peggiore porno soft di sempre (Innocence of Muslims di Nakoula Basseley Nakoula) e delle vignette di Maometto pubblicate dal settimanale francese Charlie Hebdo, è ricaduta sul gruppo salafita Ansar ash-Asharia (“i sostenitori della sharia”). Il gruppo jihadista tunisino condivide il nome e il progetto politico con altre realtà jihadiste nel mondo arabo, ma non ne rappresenta una costola, anzi rivendica la paternità del nome e si erge a modello per gli altri paesi.
In un incontro esclusivo con Hassan Ben Brik, responsabile Dawa (predicazione) di Ansar ash-Asharia, poco prima del suo arresto e da tutti considerato il secondo dopo Abou Iyadh, abbiamo avuto la possibilità di gettare luce sul progetto politico del gruppo salafita e sul ruolo che attualmente stanno giocando in Tunisia ed in tutta la regione. L’intervista si è svolta a settembre in una casa alle porte di Tunisi, dove siamo stati accolti e siamo rimasti per diverse ore a colloquio con Hassan; questi, dopo una prima fase di studio, si è aperto con naturalezza al confronto. Con me c’erano il ricercatore e giornalista Fabio Merone, la giovane free lance inglese Louisa Loveluck ed il fratello di Ben Brik, Karim Minissi, nostro contatto e facilitatore dell’incontro.
LIMES Qual è stato il vostro percorso, dove nasce Ansar ash-Asharia?
HASSAN BEN BRIK Il gruppo fondativo è attivo in Tunisia dal 2003, siamo tornati in Tunisia dopo aver intrapreso percorsi all’estero, ci siamo conosciuti in carcere e abbiamo iniziato il nostro lavoro da lì. Per anni in Tunisia l’insegnamento del Corano e la professione della fede islamica sono stati violentemente repressi. Qui non era possibile predicare liberamente: si rischiava il carcere o anche la morte.
LIMES Qual è il vostro progetto politico?
HASSAN BEN BRIK Il nostro nome è anche il nostro progetto politico, vogliamo portare la sharia in Tunisia e nel mondo arabo. Per raggiungere questo obiettivo bisogna parlare con il popolo e avere la possibilità d’insegnare l’islam e la legge coranica.
LIMES Rivendicate quindi un progetto indipendente rispetto ad altri gruppi che richiamano al tema della sharia e che si stanno muovendo in altri paesi?
HASSAN BEN BRIK Noi siamo nati molto prima e vogliamo essere un modello per il mondo arabo, condividiamo con altri gruppi il punto di arrivo, ma rivendichiamo una nostra peculiarità nel percorso e nel lavoro di diffusione dell’islam.
LIMES Siete quindi pronti per il jihad?
HASSAN BEN BRIK Il jihad è sicuramente parte del nostro progetto politico, ma non abbiamo alcun interesse attualmente a intraprendere iniziative violente o atti terroristici. La lotta per la creazione di uno Stato islamico ha bisogno dell’appoggio del popolo. Non esiste jihad, se il popolo tunisino non è con noi.
LIMES È vero che la vostra prima apparizione pubblica è nata come conseguenza di un messaggio arrivato direttamente da Osama bin Laden nelle settimane successive allo scoppio della rivoluzione?
HASSAN BEN BRIK Lo escludo categoricamente: abbiamo contatti internazionali, ma siamo nati da un’esperienza tutta interna alla Tunisia e ne rivendichiamo le specificità.
LIMES Qual è il suo ruolo nell’organizzazione e come si struttura Ansar ash-Asharia?
HASSAN BEN BRIK Io sono il responsabile della Dawa (la predicazione), il mio lavoro è quello di portare Ansar ash-Asharia in tutto il paese, per insegnare il Corano e parlare con il popolo tunisino. Anni di laicismo, prima con Bourguiba e poi con Ben-Alì, hanno allontanato la Tunisia dalle sue radici islamiche. Il nostro scopo è riportare l’islam in Tunisia ed arrivare alla costituzione di un governo islamico. Sulla struttura non posso dire nulla, tutti gli esponenti del Ansar ash-Asharia sono sotto il mirino del governo e della comunità internazionale e io preferisco parlare solo ed esclusivamente del mio ruolo nell’organizzazione.
LIMES Siete pronti a dialogare con le altre frange salafite e soprattutto con il Nahda?
HASSAN BEN BRIK Ci sono molti punti in comune con il Nahda, nel breve periodo la creazione di una coalizione e l’elezione di un leader unico che possa rappresentare i partiti islamici è un’ipotesi che c’interessa molto. Attualmente però il Nahda sta dimostrando di essere il servo dell’America e ci mette sotto pressione per costringerci all’isolamento; anche le ultime dichiarazioni di Gannouchi sono contraddittorie e non lasciano spazio al dialogo.
LIMES Come si concilia il jihad con il lavoro politico che state attualmente svolgendo?
HASSAN BEN BRIK Noi non crediamo nella democrazia, ma appoggiamo le elezioni. Sarà il popolo tunisino a decidere chi dovrà governare e noi vogliamo avere il nostro ruolo in questo processo. Tra i nostri obiettivi c’è anche la creazione di un sindacato dei lavoratori e uno per gli studenti islamici, il processo dovrà portare alla costituzione di un partito islamico unico che governi il paese.
LIMES Oltre al vostro progetto politico e alla Dawa, quali sono i punti di contatto che state stabilendo con il popolo, avete anche voi un ruolo sociale come i Fratelli musulmani o Hamas?
HASSAN BEN BRIK Essere vicini al popolo non è una scelta politica, è un insegnamento coranico. Alla fine del Ramadan il corano prevede che ogni famiglia devolva il 10% dei propri averi ai più bisognosi. Noi non abbiamo fatto altro che raccogliere parte di questi fondi e organizzarli in un programma di sostegno annuale. Noi prendiamo dal popolo per ridare al popolo. Ci siamo presentati ufficialmente al paese il 20 maggio e abbiamo portato a Keirouan (quarta città santa per i musulmani, 250 chilometri a sud di Tunisi) oltre 20 mila persone. In quell’occasione abbiamo spiegato il nostro progetto e abbiamo teso una mano al popolo tunisino; aspettiamo e lavoriamo perché la colgano.
LIMES Passiamo ai recenti avvenimenti e alle accuse che vi vengono mosse. Qual è la vostra responsabilità nell’attacco all’ambasciata americana e nelle violenze degli ultimi giorni?
HASSAN BEN BRIK Le provocazioni giunte dall’Occidente hanno innescato un rabbia che noi stessi abbiamo cercato di controllare. La strategia dell’America è chiara, provocare il mondo arabo per costringerlo a scendere in piazza in maniere disorganizzata, spingendo verso il conflitto nel tentativo di rallentare il processo di strutturazione di solide realtà islamiche e jihadiste. Io stesso ho dovuto mediare con gli altri gruppi salafiti in più occasioni per evitare inutili scontri. Il nostro è un progetto che ha bisogno di muoversi alla luce del sole, nel lungo periodo; ogni provocazione non fa altro che rallentare tale processo.
LIMES Quindi a chi sono imputabili le violenze?
HASSAN BEN BRIK Il quadro degli scontri è molto più complesso di come lo vogliono dipingere i media. La nostra presenza nelle strade e nelle manifestazioni è accolta e sostenuta da migliaia di giovani delle periferie che vedono in noi un punto di riferimento e ci sostengono. Molti sono poi gruppi e singoli conosciuti negli anni del carcere, loro appoggiano le nostre iniziative anche se non prendono parte in maniera integrale al movimento. L’insieme di queste realtà sociali può provocare atti di violenza di cui non possiamo ritenerci direttamente responsabili. Come ho già detto il nostro progetto lavora sul lungo periodo, non accettiamo le provocazioni, ma non crediamo neanche sia utile cercare lo scontro a tutti i costi.
LIMES In conclusione, vi ritenete il nuovo modello per il mondo arabo?
HASSAN BEN BRIK In Tunisia, come negli altri paesi arabi e musulmani, il popolo è stanco di false promesse e del linguaggio ipocrita dei partiti attualmente al governo. Oggi, con la fine della dittatura, possiamo agire liberamente e dare progettualità al nostro lavoro d’insegnamento e diffusione della legge coranica. Siamo seguiti, veniamo ascoltati da migliaia di persone, molte più di quelle di tanti partiti che oggi occupano la scena politica. Dall’incontro di Keirouan il percorso è iniziato e siamo pronti a raccogliere le sfide che abbiamo davanti.
L’intervista, durata oltre due ore, pur non riuscendo a delineare in un quadro sistemico più ampio il ruolo di Ansar ash-Asharia, ci permette di cogliere le linee di tensione sulle quali si gioca il futuro della transizione in Tunisia e nella regione.
Prima di tutto l’atteggiamento del Nahda e quindi dell’islamismo moderato nel prendere una posizione decisa rispetto a una realtà ormai stabile e in crescita come quella dei gruppi salafiti d’ispirazione jihadista.
In secondo luogo la capacità dell’Occidente di leggere il nuovo volto della democrazia post rivoluzionaria nel Mediterraneo. La caduta delle dittature filo-occidentali come quelle di Ben-Ali o affaristiche come quella di Gheddafi non ha portato solo Youtube ed elezioni più o meno trasparenti, ma ha riacceso la speranza per quanti hanno dovuto nascondere le radici culturali e religiose e hanno oggi l’occasione di ripensare al loro ruolo nella società. Una società che vogliono libera, indipendente ed islamica.
Fotogalleria sulla primavera araba
Sergio Galasso è nato a Napoli nel 1983. Laureato in Relazioni Internazionali e Diplomatiche all’Orientale di Napoli e con un master in Cooperazione Internazionale presso l’ISPI di Milano. Dopo aver svolto una short mission di monitoraggio elettorale durante le elezioni di ottobre 2011 in Tunisia, ha creato con Fabio Merone e Laura Salomoni ‘Itinerari Paralleli’, un’associazione di promozione sociale che si propone di svolgere attività di Turismo sociale, politica per il territorio/cittadinanza attiva e cooperazione internazionale. Attualmente l’associazione è attiva in Tunisia, Bosnia e Italia.
(11/10/2012)