Un arcobaleno sgargiante nel cielo di Ambaras

Si avvia verso la conclusione il progetto Yenege Tesfa finanziato dall’Otto per Mille della Chiesa Evangelica Valdese.
Due anni in cui è stata supportata la frequenza scolastica degli 800 bambini iscritti alla Scuola pubblica di Ambaras (Etiopia) garantendo loro materiale didattico, uniformi scolastiche e un servizio mensa per i bimbi più piccoli (circa 60 con un’età compresa tra 3 e 5 anni).

Recentemente è stata effettuata l’ultima consegna delle derrate alimentari per la mensa e delle uniformi scolastiche che, per i bambini più piccoli, sono state sostituita con tute in pile, più adatte al clima locale. Il villaggio si trova difatti all’interno del Parco Nazionale dei Monti Simien, a 3.200 m d’altitudine.

L’area dei Monti Simien è seguita con attenzione dal nostro partner locale, l’associazione Yenege Tesfa, perché è il punto di partenza di molti bambini dei strada che vivono a Gondar nonché un’area di origine di tratta dei minori. Gli interventi condotti in questi anni hanno permesso di garantire un servizio essenziale ai bambini, e indirettamente un supporto alle famiglie.

Le iniziative a favore degli studenti delle aree rurali di Debark continuano grazie al sostegno della Chiesa Valdese. Il progetto Girls in school, avviato a gennaio 2019, permetterà difatti di sostenere 150 ragazze orfane e in difficoltà socio-economiche che desiderano proseguire gli studi in istituti di istruzione superiore, presenti solo nella città di Debark.

Nel mondo, c’è ancora molto da fare per il rispetto dei diritti dei lavoratori

Photo by Norbu Gyachung on Unsplash

Diffusa l’indagine annuale dell’ITUC sulla violazione dei diritti sindacali

Saranno presentati oggi a Ginevra i risultati del Global Right Index stilato dalla Confederazione Internazionale dei Sindacati, una graduatoria dei 145 paesi esaminati sulla base di 97 indicatori che riguardano le violazioni, sia a livello legislativo che nella pratica, dei diritti fondamentali dei lavoratori, in particolare la libertà di associazione, il diritto alla contrattazione collettiva e il diritto di sciopero.

I 10 peggiori paesi per violazioni dei diritti dei lavoratori

Non ne emerge una bella immagine a livello globale:

  • In dieci paesi alcuni sindacalisti sono stati assassinati: Bangladesh, Brasile, Colombia, Guatemala, Honduras, Italia, Pakistan, Filippine, Turchia e Zimbabwe.
  • L’85% dei paesi ha violato il diritto di sciopero.
  • L’80% dei paesi nega la contrattazione collettiva di alcuni o tutti i lavoratori.
  • Il numero di paesi che impediscono ai lavoratori di costituire o di aderire a un sindacato è aumentato da 92 nel 2018 a 107 nel 2019.
  • Nel 72% dei paesi i lavoratori hanno un accesso limitato o nullo alla giustizia.
  • Il numero di paesi in cui i lavoratori sono arrestati e detenuti è aumentato da 59 nel 2018 a 64 nel 2019.
  • Più di 1/3 dei paesi esaminati negano o limitano la libertà di parola e libertà di riunione.
  • Le autorità hanno impedito la registrazione dei sindacati nel 59% dei paesi.
  • I lavoratori hanno subito violenze in 52 paesi.

Qui è possibile scaricare il rapporto completo

Solo insieme possiamo invertire queste tendenze e assicurare che i diritti di tutti i lavoratori siano rispettati, indipendentemente da dove vivono.
Aiutaci a diffondere i risultati di questo rapporto!

1919-2019: l’Organizzazione Internazionale del Lavoro compie 100 anni

Photo © Crozet / Pouteau

Si è aperta lunedì la 108° Sessione della Conferenza Internazionale del Lavoro, il più alto organo decisionale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO l’acronimo inglese). Dal 10 al 21 giugno sono attesi a Ginevra circa 5.700 tra rappresentanti di governo (tra cui 45 capi di Stato), datori di lavoro e delegati dei lavoratori dei 187 Stati membri dell’ILO.

Quest’anno sarà anche l’evento conclusivo dell’iniziativa “Il futuro del lavoro”: una riflessione, avviata in occasione del Centenario dell’Organizzazione, sui grandi cambiamenti a cui è sottoposto il mondo del lavoro nella società attuale. Buona parte dei lavori della Conferenza saranno guidati dalle raccomandazioni pubblicate nel report della Commissione mondiale sul futuro del lavoro, Lavorare per un futuro migliore: come affrontare i cambiamenti senza precedenti e le attuali sfide nel mondo del lavoro affinché sia possibile un migliore futuro lavorativo per tutti?
Il documento, pubblicato lo scorso gennaio, esorta governi, delinea “un piano incentrato sulla persona, che si basa sugli investimenti nel potenziale umano, nelle istituzioni del mercato lavoro e nel lavoro dignitoso e sostenibile”

“I governi, i sindacati e i datori di lavoro devono collaborare per rendere più inclusive le economie e i mercati del lavoro. Tale dialogo sociale può contribuire a far funzionare la globalizzazione per tutti.”

– Stefan Löfven, Primo ministro svedese e presidente della Commissione mondiale sul futuro del lavoro

Si discuterà anche di violenza e molestie sul posto di lavoro, in vista dell’adozione di uno strumento internazionale per affrontare questa problematica che incide sulla salute, sicurezza e benessere dei lavoratori.

Il centenario si presenta come un’opportunità per riaffermare i principi e la mission dell’ILO, celebrare i risultati raggiunti, ma anche di impegni in vista del prossimo secolo di lavoro: al termine dei lavori dovrebbe essere sottoscritta una “Dichiarazione del Centenario” che stabilisca una strategia futura.

“C’è un cocktail di questioni che sta portando a una grande incertezza nel mondo del lavoro e che richiede risposte.”

Guy Ryder, direttore dell’ILO

Per approfondire la conoscenza dell’Organizzazione internazionale del lavoro, sono disponibili questo opuscolo in italiano e il sito ILO per il Centenario.

Posso entrare? un gioco di ruolo per parlare di diritti umani

Si è concluso il 3 aprile il ciclo di 4 incontri rivolti agli studenti del Liceo Rinaldini di Ancona sulle tematiche dell’integrazione, diritto d’asilo e cooperazione internazionale e organizzati da ANOLF e ISCOS Marche.

Nel corso del secondo appuntamento, ai ragazzi è stato presentato un gioco di ruolo sul tema del diritto di asilo riadattato da COMPASS: Manual for human rights education with young people realizzato dal Consiglio d’Europa. L’attività, dal titolo Posso entrare?, ha permesso ai ragazzi di entrare nei panni di un gruppo di rifugiati che cercano di fuggire in un altro paese e in quelli degli ufficiali addetti ai controlli di frontiera: un modo insolito per cercare di comprendere il punto di vista altrui, riflettere sui diritti umani e alimentare un sentimento di solidarietà universale.

Per chiunque voglia riproporlo, è possibile scaricare le istruzioni e le schede gioco.

Inserisci il tuo nome e indirizzo e-mail per il download gratuito.


Il processo a Luiz Inácio Lula da Silva a un anno dalla sua incarcerazione

Il 7 aprile 2019 sarà trascorso un anno dall’incarcerazione dell’ex-presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva.

In coincidenza con tale data il Comitato nazionale e il Comitato internazionale Lula Livre promuovono iniziative per chiedere la liberazione di Lula. In Italia l’iniziativa è anticipata il 4 aprile 2019 a Roma, alle ore 18.00 presso la sede della CGIL nazionale.

Di seguito riportiamo un promemoria della vicenda giuridica e giudiziaria che ha portato all’arresto di Lula, testo  distribuito il 16 marzo in un incontro indetto a San Paolo per promuovere la moltiplicazione dei Comitati Lula Livre (traduzione di Teresa Isenburg).

Per quale motivo ci sono tanto processi giudiziari contro Lula?

Libero, Lula sarebbe stato di nuovo eletto presidente (a ottobre 2018). I suoi nemici hanno montato una farsa giudiziaria per arrestarlo. Quanto più numerosi sono i processi, maggiore è l’impressione che “dove c’è fumo, c’è fuoco”.

Quanti processi sono stati interamente conclusi?

Nessuno. Il più avanzato si riferisce a un appartamento a Guarujá, in seconda istanza. Poi viene il processo relativo al cascinale ad Atibaia, la cui sentenza di primo grado è stata pronunciata il 6 febbraio 2019.

Se nessun processo giudiziario è stato concluso, Lula non dovrebbe essere libero?

Secondo la Costituzione (brasiliana del 1988) Lula dovrebbe potere rispondere alla giustizia in libertà.

Dal momento che la sua incarcerazione è politica, sono state create regole speciali per mantenerlo in carcere. Anche il Supremo Tribunale Federale/STF, contraddicendo decisioni precedenti, ha rifiutato l’habeas corpus/libertà personale che impedirebbe l’incarcerazione.

Ma perché Lula è stato condannato in seconda istanza?

Perché i giudici di seconda istanza del 4° Tribunale Regionale Federale hanno accettato la sentenza scritta da un giudice di prima istanza, anche se essa non presentava nessuna prova contro Lula. Lula è stato condannato per “atti indeterminati”: non è mai stato provato che l’ex presidente avesse mai favorito qualche impresa in affari con la Petrobras.

Quale era il giudice di prima istanza?

Sérgio Moro, attuale ministro della giustizia di Bolsonaro, il principale avvantaggiato dalla prigione di Lula. Bolsonaro ha vinto le elezioni solo perché a Lula fu impedito di partecipare. E a Lula è stato impedito di partecipare alle elezioni grazie a Moro, che è diventato ministro di Bolsonaro.

Se Lula abita a San Paolo (per supposte situazioni di Guarujá che si trova nello Stato di San Paolo) per quale motivo egli è giudicato da un giudice dello Stato di Paraná?

Per un’altra frode del processo. Moro era responsabile di giudicare i processi concernenti la Petrobras. Il Ministero Pubblico ha inventato un collegamento fra le procedure giudiziarie contro Lula e le accuse concernenti la Petrobras affinché Moro giudicasse l’ex presidente.

Questo collegamento esisteva o non esisteva?

Non esisteva e non è mai esistito. Chi conferma ciò è lo stesso Moro. Nella sentenza di condanna di Lula ha scritto: “Questo giudizio mai ha affermato, nella sentenza o in alcun luogo, che i valori utilizzati dalla costruttrice nei contratti con la Petrobras siano stati utilizzati per pagamento di vantaggio indebito all’ex presidente”.

Ma se lo stesso Moro ha riconosciuto che l’accusa contro Lula non coinvolgeva la Petrobras, non avrebbe dovuto trasferire il caso ad altro giudice?

Avrebbe dovuto. Se lo avesse fatto, la condanna non esisterebbe o almeno avrebbe richiesto più tempo per essere emessa. Ma loro dovevano condannare Lula rapidamente per impedire la sua candidatura nelle elezioni del 2018. Come di fatto è accaduto.

Lula ha mai ricevuto l’appartamento di Guarujá?

No. Lula non è mai stato proprietario di alcun appartamento a Guarujá. Non ha mai dormito neanche una notte in quell’appartamento.

Ma Moro ha affermato che l’appartamento era stato ristrutturato perché Lula potesse abitarci, vero?

Lo ha affermato. Un’altra manovra per condannarlo. L’equipe giornalistica della televisione UOL ha filmato l’appartamento, durante l’occupazione del MTST/Movimento dos Trabalhadores sem Teto, e ha mostrato che era una farsa inventata per pregiudicare Lula. Per questo Moro ha negato alla difesa il
diritto di produrre prove che confermavano la inesistenza della cosiddetta “ristrutturazione”.

Insomma, di chi è l’appartamento?

Secondo la documentazione del catasto, l’appartamento è della concessionaria OAS. L’impresa tra l’altro ha ipotecato l’immobile come garanzia per un prestito bancario.

Ma se le cose stanno così, in base a quali prove Moro ha condannato Lula?

Non c’è nessuna prova che Lula abbia comprato, usato, ricevuto, accettato o chiesto questo appartamento. L’unica persona che ha detto che l’appartamento era di Lula è stato proprio il presidente della OAS. Dopo essere stato condannato a 26 anni di prigione, ha cambiato la storia che raccontava da due anni e ha buttato la responsabilità sull’ex presidente Lula senza presentare alcuna prova, in cambio di una riduzione di pena.

E questa storia del cascinale di Atibaia?

È simile a quella dell’appartamento. Lula è accusato di essere stato avvantaggiato da ristrutturazioni fatte in un cascinale. Le ristrutturazioni sarebbero state fatte in cambio di supposti favori concessi a Lula.

E il cascinale è di Lula?

No. In questo caso neanche Moro ha avuto il coraggio di inventare una cosa del genere. Il cascinale è proprietà di un amico di Lula e della sua famiglia da oltre 40 anni.

Ma se il cascinale non era di Lula, e non è stato lui a ordinare la ristrutturazione, di che cosa Lula è accusato?

Di essere stato il beneficiario finale della ristrutturazione compiuta da due concessionarie, in un cascinale che non era di proprietà né sua né di nessun componente della sua famiglia.

Lula è stato condannato anche in questo processo del cascinale?

Sì. La giudice Gabriela Hardt ha praticamente copiato la sentenza relativa all’appartamento di Guarujá e il 6 febbraio 2019 ha condannato Lula a 12 anni e 11 mesi di prigione. Anche in questo caso hanno usato gli stessi procedimenti di Guarujá, soprattutto delazioni premiate.

E perché molte persone affermano che Lula è innocente?

Chi ha la pazienza di leggere i processi vede che non esistono prove per condannare Lula. Non ci sono prove perché non ci sono crimini. La Costituzione afferma che tutti sono innocenti fino a quando non ci siano prove del contrario. E nel caso di Lula non ci sono prove di colpevolezza. E non ne verranno fuori. Ed è per questo che giuristi di vaglia del mondo intero protestano contro il modo in cui vengono condotti questi processi contro l’ex presidente.

Se non esiste nessuna prova e tuttavia Lula è stato condannato, allora chi ha calpestato la legge sono stati i pubblici ministeri e i giudici?

Esattamente. È per questo che Lula è un prigioniero politico. Lula è perseguitato e incarcerato per motivi politici. I suoi nemici non sono riusciti a sconfiggere Lula elettoralmente, e allora hanno scelto un’altra strada: hanno manipolato il potere giudiziario. Adesso vogliono mantenerlo in carcere ad ogni costo, perché non possa dirigere la resistenza contro il governo Bolsonaro e le sue riforme antipopolari.

(Foto di copertina di Ricardo Stuckert)

Insieme alle lavoratrici ed ai lavoratori etiopi per migliorare le condizioni di lavoro nelle serre, nelle concerie e nelle aziende tessili dell’Oromia. Concluso a Mojo il primo Corso di formazione

29 lavoratori, di cui 15 di sesso maschile e 14 di sesso femminile, con mansioni e ruoli diversi, operai ma anche supervisori e team leader di concerie e vivai, hanno partecipato al Primo Corso di formazione su “Legge del lavoro e Contrattazione collettiva”, che si è tenuto a Mojo, nella regione etiopica dell’Oromia, dal 27 al 30 giugno 2016.

Il Corso, primo di una serie di 12 iniziative di formazione, rivolte a lavoratrici e lavoratori dei settori floricolo, tessile e della lavorazione del cuoio e del pellame si colloca all’interno del progetto “Decent work for Women Workers”, co-finanziato dall’Unione Europea e realizzato da CETU – la Confederazione etiopica dei Sindacati in collaborazione con ISCOS Marche ed ISCOS Emilia Romagna.
Il Corso, tenuto da formatori di CETU e delle Federazioni sindacali di riferimento, aveva lo scopo di:
· formare i lavoratori/trici su principi, concetti chiave e disposizioni della Legge sul lavoro 377/2003, sugli specifici contratti di settore, sui diritti riconosciuti dalla legge, sugli obblighi di lavoratori e datori di lavoro
· promuovere il Lavoro Dignitoso e la Contrattazione collettiva come strumenti per migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei dipendenti
· promuovere la conoscenza dei propri diritti come lavoratori e come persone
· rafforzare il sindacato nelle aziende
corso mojo 2016
Nella zona di Mojo sono presenti diverse concerie ed aziende florovivaistiche, anche di grandi dimensioni: i lavoratori partecipanti al corso sono infatti impiegati in aziende che contano da 60 sino a 1.350 dipendenti.
Nonostante l’Etiopia abbia ratificato ben 22 Convenzioni dell’OIL – Organizzazione Internazionale del Lavoro, tra cui le 8 Convenzioni fondamentali, il gap esistente tra i principi ivi dichiarati, le leggi ed i regolamenti e le effettive condizioni di lavoro in azienda è profondamente ampio. In particolare le donne lavoratrici denunciano una serie di problemi comuni come discriminazioni nelle assunzioni, nelle retribuzioni, nel mantenimento del posto di lavoro, nella perdita del lavoro a causa della maternità, per non parlare dei problemi di salute causati dalla insalubrità dei luoghi in cui operano e delle molestie che subiscono.
Per contrastare le violazioni e correggere questa situazione assai diffusa nel tessuto produttivo etiopico, il progetto CETU-ISCOS prevede una serie di attività rivolte ai lavoratori/trici, ai dirigenti-quadri e delegati di CETU, agli attori del Dialogo sociale. Tra queste, appunto, 12 Corsi di formazione su Legge del Lavoro/ Lavoro Decente e Contrattazione Collettiva, Salute e Sicurezza nel lavoro, promozione delle Politiche di Genere.
corso mojo 2016 2
Oltre ai Corsi, il progetto prevede una Ricerca sulle reali condizioni di lavoro delle donne lavoratrici in una ventina di aziende del settore agricolo e tessile, Giornate di formazione per i quadri sindacali di 3 Regioni su Lavoro Decente, Politiche di Genere e Salute e Sicurezza nel Lavoro, Assemblee aziendali sugli stessi temi, ed istituzione di Tavoli di contrattazione e concertazione a livello aziendale.
I risultati ottenuti nel Corso di Mojo sono incoraggianti: dalla elaborazione/ riscontro dei questionari di autovalutazione compilati dai partecipanti chiamati ad esprimere un voto compreso tra 1 e 4 in merito a contenuti del corso, metodologia , scelta pedagogica, aspetti logistici, gestionali ed organizzativi, è risultato un valore medio pari a 3,7: un buon viatico per continuare con determinazione ed entusiasmo l’azione intrapresa.

La donna e il lavoro in Marocco

donna lavoro maroccoPubblicato il “RAPPORTO SULLA CONDIZIONE DELLA DONNA NEL MERCATO DEL LAVORO IN MAROCCO”.

La maggioranza delle lavoratrici del mondo è confinata nei settori meno produttivi e costretta a sopportare maggiori rischi economici rispetto agli uomini, in condizioni ancora lontane da quelle di un lavoro dignitoso.

Cristiana Ilari

Lo studio fornisce una panoramica sulle condizioni delle donne e delle ragazze nel mercato del lavoro marocchino, sui casi più gravi e più frequenti di violazione dei diritti e sulla partecipazione delle donne ai processi politici, economici e decisionali.
E’ stato condotto nell’ambito del progetto “Promozione e rafforzamento del ruolo e dell’attività dei sindacati e delle organizzazioni della società civile nella protezione dei lavoratori, delle donne, dei bambini e dei migranti in Marocco” iniziativa promossa da ISCOS Marche Onlus, e finanziata da Regione Marche, 5 per mille, Unione delle Chiese Valdesi.

SDGs, serve un piano nazionale di attuazione

Il 2015 è stato l’anno degli accordi globali. Con l’Agenda 2030 i governi di tutto il mondo promettono di “trasformare il mondo” e per questo si sono dati degli obiettivi universali, gli SDGs appunto.

La sfida è quella di concretizzare questi 17 obiettivi in politiche realmente “trasformative” nell’interesse di tutti, politiche che sfidino il concetto di crescita macroeconomica, che si prendono cura delle nostre risorse naturali con una prospettiva a lungo termine, politiche che rafforzano i diritti umani con l’obiettivo di non lasciare nessuno indietro.

E’ partita le sfida al “business as usual”, che nel frattempo sembra essere l’approccio dominante, soprattutto in Italia dove, al netto della partecipazione all’assemblea ONU di scorso settembre, nulla sembra muoversi su questo fronte. La sfida degli obiettivi universaliLa vera novità degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) è il concetto di universalità.

Non ci troviamo più davanti a obiettivi di riduzione della povertà o della mortalità infantile da raggiungere solo nei così detti paesi poveri, non si parla più di un’azione di aiuto dei paesi ricchi a beneficio dei paesi poveri, gli obiettivi e i target identificati sono universali e riguardano anche casa nostra, i nostri poveri, il nostro ambiente, la nostra salute.

Certo, è legittimo chiedersi se un programma universale abbia davvero lo stesso senso in tutti i paesi del mondo, quelli ad alto, medio e basso reddito. E i paesi “ricchi”, come il nostro, sono pronti per questo cambiamento di paradigma globale in cui lo sviluppo non è più qualcosa da portare “laggiù” ma qualcosa che deve concretizzarsi anche a casa nostra?

Sorgente: SDGs, serve un piano nazionale di attuazione | Info cooperazione

Iscos alla Biennale di Venezia, per i diritti dei lavoratori in Cina


L’artista tailandese Rirkrit Tiravanija alla Biennale di Venezia presenta l’installazione l “Untitled 2015 (14,086)” che consiste nella produzione di 14.086 mattoni – “necessari a costruire una casa semplice per una piccola famiglia in Cina” – che recano impressa la scritta 别干了 “Non lavorate più”.
Produzione che avviene live alle Artiglierie dell’Arsenale e alla quale il pubblico può partecipare: con una offerta minima di 10 euro si può portare via un mattone.
I soldi raccollti andranno a finanziare le attività ISCOS che sostiene organizzazioni cinesi impegnate nella difesa dei .
L’esposizione è aperta fino al 22 novembre.
Il video dell’installazione è qui: