Posso entrare? un gioco di ruolo per parlare di diritti umani

Si è concluso il 3 aprile il ciclo di 4 incontri rivolti agli studenti del Liceo Rinaldini di Ancona sulle tematiche dell’integrazione, diritto d’asilo e cooperazione internazionale e organizzati da ANOLF e ISCOS Marche.

Nel corso del secondo appuntamento, ai ragazzi è stato presentato un gioco di ruolo sul tema del diritto di asilo riadattato da COMPASS: Manual for human rights education with young people realizzato dal Consiglio d’Europa. L’attività, dal titolo Posso entrare?, ha permesso ai ragazzi di entrare nei panni di un gruppo di rifugiati che cercano di fuggire in un altro paese e in quelli degli ufficiali addetti ai controlli di frontiera: un modo insolito per cercare di comprendere il punto di vista altrui, riflettere sui diritti umani e alimentare un sentimento di solidarietà universale.

Per chiunque voglia riproporlo, è possibile scaricare le istruzioni e le schede gioco.

Inserisci il tuo nome e indirizzo e-mail per il download gratuito.


Il processo a Luiz Inácio Lula da Silva a un anno dalla sua incarcerazione

Il 7 aprile 2019 sarà trascorso un anno dall’incarcerazione dell’ex-presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva.

In coincidenza con tale data il Comitato nazionale e il Comitato internazionale Lula Livre promuovono iniziative per chiedere la liberazione di Lula. In Italia l’iniziativa è anticipata il 4 aprile 2019 a Roma, alle ore 18.00 presso la sede della CGIL nazionale.

Di seguito riportiamo un promemoria della vicenda giuridica e giudiziaria che ha portato all’arresto di Lula, testo  distribuito il 16 marzo in un incontro indetto a San Paolo per promuovere la moltiplicazione dei Comitati Lula Livre (traduzione di Teresa Isenburg).

Per quale motivo ci sono tanto processi giudiziari contro Lula?

Libero, Lula sarebbe stato di nuovo eletto presidente (a ottobre 2018). I suoi nemici hanno montato una farsa giudiziaria per arrestarlo. Quanto più numerosi sono i processi, maggiore è l’impressione che “dove c’è fumo, c’è fuoco”.

Quanti processi sono stati interamente conclusi?

Nessuno. Il più avanzato si riferisce a un appartamento a Guarujá, in seconda istanza. Poi viene il processo relativo al cascinale ad Atibaia, la cui sentenza di primo grado è stata pronunciata il 6 febbraio 2019.

Se nessun processo giudiziario è stato concluso, Lula non dovrebbe essere libero?

Secondo la Costituzione (brasiliana del 1988) Lula dovrebbe potere rispondere alla giustizia in libertà.

Dal momento che la sua incarcerazione è politica, sono state create regole speciali per mantenerlo in carcere. Anche il Supremo Tribunale Federale/STF, contraddicendo decisioni precedenti, ha rifiutato l’habeas corpus/libertà personale che impedirebbe l’incarcerazione.

Ma perché Lula è stato condannato in seconda istanza?

Perché i giudici di seconda istanza del 4° Tribunale Regionale Federale hanno accettato la sentenza scritta da un giudice di prima istanza, anche se essa non presentava nessuna prova contro Lula. Lula è stato condannato per “atti indeterminati”: non è mai stato provato che l’ex presidente avesse mai favorito qualche impresa in affari con la Petrobras.

Quale era il giudice di prima istanza?

Sérgio Moro, attuale ministro della giustizia di Bolsonaro, il principale avvantaggiato dalla prigione di Lula. Bolsonaro ha vinto le elezioni solo perché a Lula fu impedito di partecipare. E a Lula è stato impedito di partecipare alle elezioni grazie a Moro, che è diventato ministro di Bolsonaro.

Se Lula abita a San Paolo (per supposte situazioni di Guarujá che si trova nello Stato di San Paolo) per quale motivo egli è giudicato da un giudice dello Stato di Paraná?

Per un’altra frode del processo. Moro era responsabile di giudicare i processi concernenti la Petrobras. Il Ministero Pubblico ha inventato un collegamento fra le procedure giudiziarie contro Lula e le accuse concernenti la Petrobras affinché Moro giudicasse l’ex presidente.

Questo collegamento esisteva o non esisteva?

Non esisteva e non è mai esistito. Chi conferma ciò è lo stesso Moro. Nella sentenza di condanna di Lula ha scritto: “Questo giudizio mai ha affermato, nella sentenza o in alcun luogo, che i valori utilizzati dalla costruttrice nei contratti con la Petrobras siano stati utilizzati per pagamento di vantaggio indebito all’ex presidente”.

Ma se lo stesso Moro ha riconosciuto che l’accusa contro Lula non coinvolgeva la Petrobras, non avrebbe dovuto trasferire il caso ad altro giudice?

Avrebbe dovuto. Se lo avesse fatto, la condanna non esisterebbe o almeno avrebbe richiesto più tempo per essere emessa. Ma loro dovevano condannare Lula rapidamente per impedire la sua candidatura nelle elezioni del 2018. Come di fatto è accaduto.

Lula ha mai ricevuto l’appartamento di Guarujá?

No. Lula non è mai stato proprietario di alcun appartamento a Guarujá. Non ha mai dormito neanche una notte in quell’appartamento.

Ma Moro ha affermato che l’appartamento era stato ristrutturato perché Lula potesse abitarci, vero?

Lo ha affermato. Un’altra manovra per condannarlo. L’equipe giornalistica della televisione UOL ha filmato l’appartamento, durante l’occupazione del MTST/Movimento dos Trabalhadores sem Teto, e ha mostrato che era una farsa inventata per pregiudicare Lula. Per questo Moro ha negato alla difesa il
diritto di produrre prove che confermavano la inesistenza della cosiddetta “ristrutturazione”.

Insomma, di chi è l’appartamento?

Secondo la documentazione del catasto, l’appartamento è della concessionaria OAS. L’impresa tra l’altro ha ipotecato l’immobile come garanzia per un prestito bancario.

Ma se le cose stanno così, in base a quali prove Moro ha condannato Lula?

Non c’è nessuna prova che Lula abbia comprato, usato, ricevuto, accettato o chiesto questo appartamento. L’unica persona che ha detto che l’appartamento era di Lula è stato proprio il presidente della OAS. Dopo essere stato condannato a 26 anni di prigione, ha cambiato la storia che raccontava da due anni e ha buttato la responsabilità sull’ex presidente Lula senza presentare alcuna prova, in cambio di una riduzione di pena.

E questa storia del cascinale di Atibaia?

È simile a quella dell’appartamento. Lula è accusato di essere stato avvantaggiato da ristrutturazioni fatte in un cascinale. Le ristrutturazioni sarebbero state fatte in cambio di supposti favori concessi a Lula.

E il cascinale è di Lula?

No. In questo caso neanche Moro ha avuto il coraggio di inventare una cosa del genere. Il cascinale è proprietà di un amico di Lula e della sua famiglia da oltre 40 anni.

Ma se il cascinale non era di Lula, e non è stato lui a ordinare la ristrutturazione, di che cosa Lula è accusato?

Di essere stato il beneficiario finale della ristrutturazione compiuta da due concessionarie, in un cascinale che non era di proprietà né sua né di nessun componente della sua famiglia.

Lula è stato condannato anche in questo processo del cascinale?

Sì. La giudice Gabriela Hardt ha praticamente copiato la sentenza relativa all’appartamento di Guarujá e il 6 febbraio 2019 ha condannato Lula a 12 anni e 11 mesi di prigione. Anche in questo caso hanno usato gli stessi procedimenti di Guarujá, soprattutto delazioni premiate.

E perché molte persone affermano che Lula è innocente?

Chi ha la pazienza di leggere i processi vede che non esistono prove per condannare Lula. Non ci sono prove perché non ci sono crimini. La Costituzione afferma che tutti sono innocenti fino a quando non ci siano prove del contrario. E nel caso di Lula non ci sono prove di colpevolezza. E non ne verranno fuori. Ed è per questo che giuristi di vaglia del mondo intero protestano contro il modo in cui vengono condotti questi processi contro l’ex presidente.

Se non esiste nessuna prova e tuttavia Lula è stato condannato, allora chi ha calpestato la legge sono stati i pubblici ministeri e i giudici?

Esattamente. È per questo che Lula è un prigioniero politico. Lula è perseguitato e incarcerato per motivi politici. I suoi nemici non sono riusciti a sconfiggere Lula elettoralmente, e allora hanno scelto un’altra strada: hanno manipolato il potere giudiziario. Adesso vogliono mantenerlo in carcere ad ogni costo, perché non possa dirigere la resistenza contro il governo Bolsonaro e le sue riforme antipopolari.

(Foto di copertina di Ricardo Stuckert)

Insieme alle lavoratrici ed ai lavoratori etiopi per migliorare le condizioni di lavoro nelle serre, nelle concerie e nelle aziende tessili dell’Oromia. Concluso a Mojo il primo Corso di formazione

29 lavoratori, di cui 15 di sesso maschile e 14 di sesso femminile, con mansioni e ruoli diversi, operai ma anche supervisori e team leader di concerie e vivai, hanno partecipato al Primo Corso di formazione su “Legge del lavoro e Contrattazione collettiva”, che si è tenuto a Mojo, nella regione etiopica dell’Oromia, dal 27 al 30 giugno 2016.

Il Corso, primo di una serie di 12 iniziative di formazione, rivolte a lavoratrici e lavoratori dei settori floricolo, tessile e della lavorazione del cuoio e del pellame si colloca all’interno del progetto “Decent work for Women Workers”, co-finanziato dall’Unione Europea e realizzato da CETU – la Confederazione etiopica dei Sindacati in collaborazione con ISCOS Marche ed ISCOS Emilia Romagna.
Il Corso, tenuto da formatori di CETU e delle Federazioni sindacali di riferimento, aveva lo scopo di:
· formare i lavoratori/trici su principi, concetti chiave e disposizioni della Legge sul lavoro 377/2003, sugli specifici contratti di settore, sui diritti riconosciuti dalla legge, sugli obblighi di lavoratori e datori di lavoro
· promuovere il Lavoro Dignitoso e la Contrattazione collettiva come strumenti per migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei dipendenti
· promuovere la conoscenza dei propri diritti come lavoratori e come persone
· rafforzare il sindacato nelle aziende
corso mojo 2016
Nella zona di Mojo sono presenti diverse concerie ed aziende florovivaistiche, anche di grandi dimensioni: i lavoratori partecipanti al corso sono infatti impiegati in aziende che contano da 60 sino a 1.350 dipendenti.
Nonostante l’Etiopia abbia ratificato ben 22 Convenzioni dell’OIL – Organizzazione Internazionale del Lavoro, tra cui le 8 Convenzioni fondamentali, il gap esistente tra i principi ivi dichiarati, le leggi ed i regolamenti e le effettive condizioni di lavoro in azienda è profondamente ampio. In particolare le donne lavoratrici denunciano una serie di problemi comuni come discriminazioni nelle assunzioni, nelle retribuzioni, nel mantenimento del posto di lavoro, nella perdita del lavoro a causa della maternità, per non parlare dei problemi di salute causati dalla insalubrità dei luoghi in cui operano e delle molestie che subiscono.
Per contrastare le violazioni e correggere questa situazione assai diffusa nel tessuto produttivo etiopico, il progetto CETU-ISCOS prevede una serie di attività rivolte ai lavoratori/trici, ai dirigenti-quadri e delegati di CETU, agli attori del Dialogo sociale. Tra queste, appunto, 12 Corsi di formazione su Legge del Lavoro/ Lavoro Decente e Contrattazione Collettiva, Salute e Sicurezza nel lavoro, promozione delle Politiche di Genere.
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Oltre ai Corsi, il progetto prevede una Ricerca sulle reali condizioni di lavoro delle donne lavoratrici in una ventina di aziende del settore agricolo e tessile, Giornate di formazione per i quadri sindacali di 3 Regioni su Lavoro Decente, Politiche di Genere e Salute e Sicurezza nel Lavoro, Assemblee aziendali sugli stessi temi, ed istituzione di Tavoli di contrattazione e concertazione a livello aziendale.
I risultati ottenuti nel Corso di Mojo sono incoraggianti: dalla elaborazione/ riscontro dei questionari di autovalutazione compilati dai partecipanti chiamati ad esprimere un voto compreso tra 1 e 4 in merito a contenuti del corso, metodologia , scelta pedagogica, aspetti logistici, gestionali ed organizzativi, è risultato un valore medio pari a 3,7: un buon viatico per continuare con determinazione ed entusiasmo l’azione intrapresa.

La donna e il lavoro in Marocco

donna lavoro maroccoPubblicato il “RAPPORTO SULLA CONDIZIONE DELLA DONNA NEL MERCATO DEL LAVORO IN MAROCCO”.

La maggioranza delle lavoratrici del mondo è confinata nei settori meno produttivi e costretta a sopportare maggiori rischi economici rispetto agli uomini, in condizioni ancora lontane da quelle di un lavoro dignitoso.

Cristiana Ilari

Lo studio fornisce una panoramica sulle condizioni delle donne e delle ragazze nel mercato del lavoro marocchino, sui casi più gravi e più frequenti di violazione dei diritti e sulla partecipazione delle donne ai processi politici, economici e decisionali.
E’ stato condotto nell’ambito del progetto “Promozione e rafforzamento del ruolo e dell’attività dei sindacati e delle organizzazioni della società civile nella protezione dei lavoratori, delle donne, dei bambini e dei migranti in Marocco” iniziativa promossa da ISCOS Marche Onlus, e finanziata da Regione Marche, 5 per mille, Unione delle Chiese Valdesi.

SDGs, serve un piano nazionale di attuazione

Il 2015 è stato l’anno degli accordi globali. Con l’Agenda 2030 i governi di tutto il mondo promettono di “trasformare il mondo” e per questo si sono dati degli obiettivi universali, gli SDGs appunto.

La sfida è quella di concretizzare questi 17 obiettivi in politiche realmente “trasformative” nell’interesse di tutti, politiche che sfidino il concetto di crescita macroeconomica, che si prendono cura delle nostre risorse naturali con una prospettiva a lungo termine, politiche che rafforzano i diritti umani con l’obiettivo di non lasciare nessuno indietro.

E’ partita le sfida al “business as usual”, che nel frattempo sembra essere l’approccio dominante, soprattutto in Italia dove, al netto della partecipazione all’assemblea ONU di scorso settembre, nulla sembra muoversi su questo fronte. La sfida degli obiettivi universaliLa vera novità degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) è il concetto di universalità.

Non ci troviamo più davanti a obiettivi di riduzione della povertà o della mortalità infantile da raggiungere solo nei così detti paesi poveri, non si parla più di un’azione di aiuto dei paesi ricchi a beneficio dei paesi poveri, gli obiettivi e i target identificati sono universali e riguardano anche casa nostra, i nostri poveri, il nostro ambiente, la nostra salute.

Certo, è legittimo chiedersi se un programma universale abbia davvero lo stesso senso in tutti i paesi del mondo, quelli ad alto, medio e basso reddito. E i paesi “ricchi”, come il nostro, sono pronti per questo cambiamento di paradigma globale in cui lo sviluppo non è più qualcosa da portare “laggiù” ma qualcosa che deve concretizzarsi anche a casa nostra?

Sorgente: SDGs, serve un piano nazionale di attuazione | Info cooperazione

Iscos alla Biennale di Venezia, per i diritti dei lavoratori in Cina


L’artista tailandese Rirkrit Tiravanija alla Biennale di Venezia presenta l’installazione l “Untitled 2015 (14,086)” che consiste nella produzione di 14.086 mattoni – “necessari a costruire una casa semplice per una piccola famiglia in Cina” – che recano impressa la scritta 别干了 “Non lavorate più”.
Produzione che avviene live alle Artiglierie dell’Arsenale e alla quale il pubblico può partecipare: con una offerta minima di 10 euro si può portare via un mattone.
I soldi raccollti andranno a finanziare le attività ISCOS che sostiene organizzazioni cinesi impegnate nella difesa dei .
L’esposizione è aperta fino al 22 novembre.
Il video dell’installazione è qui:

Quasi duemila bambini stranieri spariti in Italia

Sono quasi duemila, al 31 gennaio 2015, i minori non accompagnati arrivati nel nostro Paese e di cui non si sa più nulla. È uno dei dati emerso nel corso del Forum su ‘Flussi migratori, tratta e sfruttamento’ organizzato, all’Istituto penale per i minorenni di Palermo, dall’Istituto Don Calabria con la collaborazione del Ciss.
Dal 1 gennaio al 31 luglio 2014, sono stati 13956 i minori arrivati in Italia via mare e di questi 8591 erano non accompagnati. Al 31 gennaio 2015 sono 7824 i minori non accompagnati segnalati e di questi solo 5586 si trovano nelle strutture di accoglienza, degli altri
“La tratta – dice Concetta Sole, presidente del Tribunale dei Minori di Palermo – è un fenomeno quasi invisibile, soprattutto al Sud, nonostante sappiamo benissimo che è uno dei fenomeni che porta in Italia migliaia di ragazzi provenienti da terre disagiate e in guerra”.
“Molti di questi minori vengono reclutati nei loro paesi d’origine e trasportati in Italia contro la loro volontà – dice Amalia Settineri, procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Palermo -. I dati di cui disponiamo sulla tratta sono talmente esigui da farci cogliere la distanza dalla realtà. È un fenomeno che ci sta sfuggendo di mano e ho il sospetto che anche i minori accompagnati potrebbero esserne oggetto. Non siamo certi che quelli che li accompagnano siano realmente i loro genitori e questi minori potrebbero essere ‘seguiti’ sin dall’inizio del loro viaggio e essere vittime di tratta”.
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Lo sfruttamento sessuale, quello lavorativo e l’impiego in attività illegali sono le tipologie più diffuse di sfruttamento connesso con la tratta. “Molto spesso – spiega Valeria Lo Bello, dirigente della sezione Polizia Anticrimine della Questura di Palermo – i minori vittime di tratta non sono consapevoli della loro condizione. Sono convinti di lavorare e percepiscono lo sfruttamento come normale”.
Nel 2014, in Italia sono state assistite 1451 vittime di tratta di cui 88 minori. È uno dei dati (fonte Save The Children) emerso durante il Forum. Un fenomeno in crescita “che però – spiega Elio Lo Cascio dell’Istituto Don Calabria – fa i conti con una difficoltà oggettiva nel quantificare il reale numero di soggetti coinvolti”. Per l’Italia infatti non è al momento disponibile un archivio statistico sulle vittime di tratta. “Nel 2014, in Italia – sottolinea nel suo intervento Valeria Lo Bello, dirigente Polizia Anticrimine della Questura di Palermo – sono stati rilasciati 500 permessi di soggiorno per vittime di tratta, di cui la maggior parte a ragazze nigeriane”.
Secondo i dati di Eurostat, nel triennio 2010-2012, nel nostro Paese, sono state identificate 6572 vittime di tratta, pari al 22% del totale nell’Unione Europea. L’Italia si configura come il primo Stato membro per numero di vittime identificate, seguito da Regno Unito (4474) e dall’Olanda (3926). La tratta riguarda soprattutto le donne e i minori, impiegati per attività illegali, sfruttamento sessuale e lavorativo. Secondo Save The Children, sono circa 340mila i minori tra i 7 e i 15 anni coinvolti in lavoro minorile in Italia e l’11% dei 14-15enni che lavorano (circa 28mila minori) sono “a rischio sfruttamento”. A livello comunitario, secondo il “Rapporto 2014 sulla tratta nell’Ue”,nel periodo 2010-2012, delle 30146 vittime di tratta identificate in 28 Stati membri l’80% sono donne e il 16% minori, di cui il 13% ragazze e il 3% ragazzi. Oltre mille minori sono vittime di tratta per sfruttamento sessuale. Contrariamente all’opinione comune, la maggior parte di vittime (65%) sono cittadini comunitari provenienti da Romania, Bulgaria, Olanda, Ungheria e Polonia. Le prime cinque nazionalità non comunitarie sono invece Nigeria, Brasile, Cina, Vietnam e Russia.
Minori clandestini spariti in Italia.

Colf, badanti e babysitter. Ilo: "Sfruttamento inaccettabile".

La campagna per la ratifica della Convenzione sul lavoro dignitoso. “Solo una piccola parte dei 53 milioni di lavoratori domestici nel mondo sono tutelati”
Roma – 29 gennaio 2015 – Segregate in casa, private dei documenti, costrette a lavorare tutti i giorni a qualunque ora per un tozzo di pane e pochi spiccioli, maltrattate, picchiate. É la condizione in cui versano tante lavoratrici domestiche nel mondo, una condizione “inaccettabile”.

A gridarlo è un video appena pubblicato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro per promuovere la Convenzione 189, dedicata al “lavoro dignitoso per le lavoratrici e i lavoratori domestici”. L’Italia, per prima tra i Paesi occidentali, l’ha ratificata nel 2013.
“Solo una piccola parte dei 53 milioni di lavoratori domestici nel mondo – ricorda l’Ilo – sono tutelati dalle leggi sul lavoro. Nel 2011, gli stati membri dell’Ilo hanno adottato la convenzione dei lavoratori domestici per proteggere i loro diritti, promuovere l’uguaglianza di opportunità e trattamento e migliorare le loro condizioni di lavoro e di vita. Finora 17 Paesi hanno ratificato questa convenzione. Manteniamo lo slancio!”
viaColf, badanti e babysitter. Ilo: “Sfruttamento inaccettabile”. Video – Stranieri in Italia.

Marocco, più di 800 migranti sub-sahariani detenuti in tutto il Paese

E’ in corso una vasta operazione di detenzione di migranti d’origine sub-sahariana: al di fuori di tutte le procedure legali, in violazione alla legge marocchina e contro tutte le convenzioni internazionali. La denuncia del GADEM (Gruppo antirazzista di difesa e d’accompagnamento degli stranieri e dei migranti) e del CCSM (Consiglio dei Migranti Sub-sahariani in Marocco). Tra i migranti detenuti ci sono minori, richiedenti asilo e persone in attesa di regolarizzazione. Sono trattenuti in diversi centri di detenzione
di SARA CRETA
viaMarocco, più di 800 migranti sub-sahariani detenuti in tutto il Paese – Repubblica.it.