Croazia: la grande lentezza

Una serie di dati e di analisi molto interessanti sulla Croazia.
di Rodolfo Toè
È una delle dieci peggiori economie al mondo, almeno per quanto riguarda la crescita, secondo la intelligence unit dell’Economist. Insieme a paesi come l’Ucraina, la Libia, il Venezuela o la Repubblica Centrafricana.
L’economia croata (2014-2019)
La Croazia, a un anno quasi dal proprio ingresso nell’Unione Europea, non riesce a risolvere i propri problemi strutturali e a mettere un argine al declino economico, che sembra inarrestabile. «L’economia è stagnante, la disoccupazione cresce e molti giovani croati si lasciano avvelenare dall’odio. Alcuni flirtano con il fascismo e la nazione è scossa da una generale ventata di intolleranza, verso chiunque pensi, preghi, scriva o parli in modo differente». Sono, queste, le parole del presidente croato, Ivo Josipović. Le ha pronunciate solo poco tempo fa.
Il bilancio della crisi europea, per Zagabria, è pesantissimo: quest’anno, probabilmente, la Croazia frenerà la sua caduta (si parla di crescita zero). Ma per cinque anni il paese è rimasto in recessione (la più lunga da quando la repubblica si è resa indipendente), perdendo qualcosa come il 13% del proprio Prodotto interno lordo.
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I dati sull'immigrazione nel mondo – report OCSE

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (in italiano OCSE) ha pubblicato a maggio un documento in cui si analizzano dimensioni, dinamiche e principali caratteristiche dei flussi migratori verso i 34 paesi che fanno parte dell’organizzazione, al 2012: «È necessario fornire delle prove per garantire un dibattito pubblico informato, costruttivo ed equilibrato», scrive l’OCSE nella premessa.

I flussi migratori sono in aumento?
I flussi migratori sono in aumento da decenni, soprattutto a partire dal 1960, anche se questa tendenza (proseguita anche nel primo decennio del nuovo secolo) è caratterizzata da forti fluttuazioni, spesso dovute a questioni economiche o geopolitiche. Dopo un forte aumento alla fine del millennio e un picco nel 2007, c’è stato un netto calo nel 2008 e nel 2009 in coincidenza con la crisi finanziaria globale, che è proseguito negli anni successivi.

Le conclusioni principali del documento, in breve
– I flussi migratori verso i paesi dell’OCSE sono rimasti costanti tra il 2011 e il 2012 a circa 4 milioni. Dal 2007 al 2012 sono però diminuiti del 14%.
– Tra il 2011 e il 2012 i flussi migratori verso l’Italia sono diminuiti del 19%, quelli verso la Spagna sono diminuiti del 22% – e le stesse quote sono dimezzate rispetto al 2007 – e quelli verso il Regno Unito sono diminuiti dell’11% e hanno raggiunto il livello più basso dal 2003.
– I flussi migratori verso la Germania sono aumentati di un terzo tra 2011 e 2012. La Germania ora è il secondo paese dell’OCSE con il più alto flusso di immigrazione, dopo gli Stati Uniti.
– La migrazione verso l’Unione Europea da paesi esterni all’Unione è calata del 12%, seguendo il trend di diminuzione iniziato nel 2008.
– I flussi migratori verso gli Stati Uniti, che sono il primo paese dell’OCSE per numero di immigrati, sono diminuiti del 3%.

Dietro la tendenza ad un aumento sul lungo periodo si trova inoltre una notevole diversità, sia per quanto riguarda i flussi verso i singoli paesi sia per quanto riguarda le diverse categorie di immigrazione: quelle legate alla manodopera, al ricongiungimento familiare e quella per motivi umanitari. «L’eterogeneità nelle tendenze migratorie non è mai stata così marcata come oggi», scrive l’OCSE. Nel complesso, nel corso del 2012, i flussi verso i paesi OCSE si sono mantenuti stabili rispetto all’anno precedente (4 milioni circa), risultando un terzo in più rispetto al 2000 ma inferiori del 14 per cento se rapportati ai dati del 2007.

Da quali paesi?
Messico, Cina, Regno Unito e India sono i maggiori paesi di origine di flussi migratori verso paesi dell’OCSE. Il Messico ha 11 milioni di emigranti, seguito dalla Cina (3,8 milioni), dal Regno Unito (3,5 milioni) e dall’India (3,4 milioni). L’alto numero di emigranti dal Regno Unito ha a che fare anche con gli intensi rapporti con i paesi del Commonwealth e col ritorno ai propri paesi originari di cittadini britannici provenienti da quei paesi.

Verso quali paesi?
Il dato più rilevante è che la Germania, dopo gli Stati Uniti, è diventato il secondo paese per gli immigrati permanenti, superando il Regno Unito e il Canada: nel 2009 la Germania era all’ottavo posto. Gli “immigrati permanenti” sono coloro che si stabiliscono in un paese straniero dove hanno acquisito il diritto di soggiorno permanente. La quota maggiore di immigrati che si trasferisce in Germania (classificata come “altamente qualificata”) è passata dal 30 per cento del 2007 al 34 per cento del 2012. Nello stesso periodo è aumentato anche il tasso di occupazione tra gli immigrati passando dal 66 al 69 per cento. Nel 2012, rispetto al 2011, i flussi migratori verso la Germania sono aumentati di oltre un terzo: la crisi economica dell’Europa del sud ha alimentato gli spostamenti.

Flussi migratori verso la Germania tra il 2010 e il 2013
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Al primo posto come destinazione restano gli Stati Uniti nonostante un calo del 3 per cento nell’ultimo anno. Un aumento c’è stato invece in Australia (+ 12 per cento) e in Canada (+ 7 per cento). I Paesi europei dove si sono maggiormente concentrati gli arrivi, determinando un aumento, sono Svezia, Francia e Finlandia dove sono stati raggiunti i massimi storici (anche se i numeri in questione restano relativamente bassi). Al contrario, i flussi (sempre nel 2012) sono diminuiti sia in Spagna (-22 per cento) che in Italia (-19 per cento). In entrambi questi due paesi, i livelli erano più di due volte superiori nel 2007. In una tendenza costante che si è registrata a partire dal 2008, gli afflussi nell’Unione europea da paesi extra-UE sono diminuiti del 12 per cento.

La composizione dei flussi migratori
La composizione dei flussi migratori è variata molto negli ultimi anni: la migrazione familiare è rimasta più o meno la stessa, mentre la migrazione della manodopera è calata all’interno dei paesi OCSE del 10 per cento. Questo dato viene definito “sorprendente” dall’OCSE ma riflette principalmente la diminuzione in soli due paesi europei, Italia e Spagna, e non deve essere letta come tendenza generale. Altrove, la migrazione della manodopera è infatti prevalentemente stabile. La migrazione per lavoro in Italia è tornata al livello precedente al 2007, appena al di sotto di 60 mila, con un calo di oltre il 40 per cento rispetto al 2011. La migrazione tra paesi dell’Unione europea è cresciuta del 12 per cento ma anche questo dato è determinato dall’aumento che si è verificato non in modo omogeneo ma solo in pochi paesi di destinazione, in particolare la Germania.

Nel dato generale dei flussi, la migrazione familiare continua ad essere la principale motivazione dei flussi internazionali. Negli ultimi anni sono gli Stati Uniti ad aver ricevuto più della metà della migrazione familiare (nel 2012 680 mila persone hanno ricevuto lo status di cittadini americani o residenti permanenti). Un aumento del flusso appartenente a questa categoria si è verificato in Svezia (+26 per cento), in Svizzera (+16 per cento), in Canada (+ 15 per cento), in Australia e in Francia (entrambe +7 per cento). Una diminuzione, invece, c’è stata in Spagna, Belgio e Portogallo.

I dati sull’immigrazione nel mondo – Il Post.

Il futuro dell'Africa è nella piccola impresa

Secondo l’African Economic Outlook per inserirsi nell’economia internazionalizzata, i paesi africani devono partecipare alla manifattura dei prodotti che hanno lunghe catene di valore globali. E dotarsi di tecnologie.
La rivoluzione industriale in Africa passa per la creazione di piccole aziende che supportino la produzione delle grandi multinazionali interessate ad abbattere i costi delocalizzando nei paesi emergenti. Come per esempio è accaduto in Etiopia con svariate aziende locali che hanno iniziato a produrre vestiti per H&M creando 60mila posti di lavoro. È quanto scrive l’Ocse nel suo ultimo rapporto di previsioni economiche sull’Africa che si concentra sulle Global value chains (GVC), le catene globali di valore.
Fonte:
“Il futuro dell’Africa è nella piccola impresa” – Pagina99.it.

5 Report recenti sulla tecnologia africana da non perdere

Una presentazione di dati utili per capire lo stato delle nuove tecnologie in Africa.

1. Akamai “State of the Internet”  – Q3 2013

[Akamai Report – PDF Download]
Buone informazioni su uso globale e trend. Ecco un grafico sull’uso del wireless.

Mobile data vs voice growth globally – 2013

2. GSMA’s “Digital Entrepreneurship in Kenya” report 2014

[GSMA – Entrepreneurship in Kenya report 2014 – PDF Download]
GSMA raccoglie molti dati, in qualità di associazione, e i risultati si vedono in questo report.

3. Deloitte’s “Value of connectivity” report 2014

[Deloitte’s – Extending Internet Connectivity report 2014 – PDF Download]
L’ipotesi di questo studio è che una maggiore diffusione di internet potrebbe aumentare il pil del 72%, creando 140 milioni di posti di lavoro.

4. infoDev’s “The Business Models of mLabs and mHubs” report 2014

[The Business Models of mLabs and mHubs 2014 – PDF Download]
Dopo tre anni di attività, un bilancio su cosa funziona e cosa no, quanto è stato investito e le previsioni per il futuro

5. McKinsey’s “The Internet’s transformative potential in Africa” report 2013

[MGI Lions go digital_Full report_Nov 2013 – PDF Download]
Questo report interessa molto le grandi aziende e le banche. La tesi è che l’impatto maggiore di internet sarà concentrato in sei settori: finanza, educazione, salute, distribuzione, agricoltura e governo. Raccoglie un gran numero di dati da diverse fonti.

 
Fonte: 5 Good Recent Reports on African Tech – 2014 | WhiteAfrican.

L'OCSE denuncia l'ineguaglianza sempre più grande

Nel rapporto di ricerca pubblicato il 5 maggio 2014, l’OCSE pubblica raccomandazioni, in particolare tasse, pensate per ridurre il divario tra i ricchi e poveri.
Non bastano politiche per la crescita: bisogna dividere in maniera equa i frutti della crescita.
Ma il reddito non è tutto: la qualità del lavoro, l’accesso a cure sanitarie, l’educazione, i trasporti sono elementi fondamentali di una crescita inclusiva.
Bisogna rivedere il sistema fiscale e redistribuire le risorse.
Scarica il rapporto completo
Fonte:
European Trade Union Institute (ETUI) – The OECD denounces increasing inequality / News / Home.

"Questa economia uccide" – Papa Francesco

Non ha parlato a braccio questa volta. Papa Francesco ha scritto e tracciato i contorni del suo pontificato con l’Esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ pubblicata oggi. Il lungo documento sulla chiesa che verrà, è stato già consegnato simbolicamente a un vescovo, a un sacerdote e a un diacono, durante la messa conclusiva dell’Anno della fede. Una serie di puntualizzazioni, richieste. Sfide.

Quella che vuole di Bergolio è una chiesa aperta. Pronta a cambiare per prima: “Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato” postula nel paragrafo 32. “Siamo avanzati poco”, constata il Papa, nel senso richiesto da Wojtyla con la “Ut unum sint” del ’95. L’auspicio del Concilio sul contributo delle Conferenze episcopali e una collegialità concreta, “non si è pienamente realizzato”.
“Prudenza e audacia”, scrive Francesco e ribadisce quello che diceva a Buenos Aires: “Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti”.
viaPerlapace.

ENI vs SOCIETÀ CIVILE (inquinamento, corruzione, super stipendi…)

Le richieste delle associazioni ad ENI:

Nell’ambito delle attività di azionariato critico condotte nei confronti dell’azienda petrolifera italiana ENI, alcune associazioni della società civile sono intervenute lo scorso 10 maggio a Roma all’Assemblea generale degli azionisti portando le rispettive preoccupazioni e raccomandazioni. La direttrice generale di Amnesty International Italia, Carlotta Sami, intervenuta in merito ai casi d’impatto delle attività petrolifere sull’ambiente e i diritti umani della popolazione del delta del fiume Niger, in Nigeria, ha dichiarato di essere “ancora molto preoccupata per la policy dell’azienda italiana”. L’inquinamento causato dalle aziende petrolifere presenti sul territorio nigeriano tra cui Shell, Total e la stessa Eni “ha contaminato il suolo, l’acqua e l’aria del delta del Niger contribuendo alla violazione del diritto alla salute e a un ambiente sano, del diritto a condizioni di vita dignitose, inclusi il diritto al cibo e all’acqua, nonché a quello di guadagnarsi da vivere attraverso il lavoro” ha fatto presente la Sami.
viaENI vs SOCIETÀ CIVILE (inquinamento, corruzione, super stipendi…) / Notizie / Home – Unimondo.

Economia: Marocco, continua crescita deficit commerciale

(ANSAmed) – RABAT, 25 SET – Nonostante il rallentamento dell’aumento delle importazioni e la progressione delle esportazioni del 3,3 per cento in un anno, il deficit commerciale marocchino continua ad aumentare. Secondo i dati forniti da LaVieEco, sarebbe passato, a fine agosto, a 128,6 miliardi di dirham (oltre 11,5 miliardi di euro), aumentando del 6,1 per cento rispetto allo stesso periodo del 2011, corrispondente ad un tasso di copertura delle importazioni con le esportazioni del 48,3 per cento.
Anche se il governo si è posto come obiettivo prioritario la riduzione del deficit commerciale cercando di frenare le importazioni, il ritmo del loro rallentamento rimane inferiore all’aumento delle esportazioni. Le cause vanno ricercate principalmente negli approvvigionamenti energetici, essendo il Marocco un paese privo di petrolio, e nei beni di produzione.
Le importazioni dei prodotti energetici, arrivate a 64,7 miliardi di dirham (quasi 6 miliardi di euro), sono aumentate in un anno del 7,6 per cento e rappresentano attualmente il 26 per cento delle importazioni totali, mentre i beni di produzione importati (macchinari industriali e materiali edili in testa) hanno toccato i 49 miliardi di dirham (circa 4,5 miliardi di euro), aumentando in un anno del 9,5 per cento e rappresentando il 20 per cento delle importazioni.

Islamic banking may enter Morocco

By Siham Ali for Magharebia in Rabat
Islamic banks may soon gain a foothold in Morocco. The move has been expected since the Justice and Development Party (PJD), advocates of Islamic finance, came to power.
The parliament is set to vote on the new draft banking law in September. The bill will include a special chapter dealing with Islamic banking, according to Central Bank Governor Abdellatif Jouahri.
The central bank has already received two foreign requests for permission to invest in the sector. The applications will be studied after the law is passed.
A day after Abdelilah Benkirane was officially appointed as prime minister by the king, he hosted the leader of Qatar’s international Islamic bank. The head of government received proposals for two schemes: an Islamic bank and an Islamic insurance company.
Once the banks are set up, a national committee of ulemas will be created with the purpose of ensuring that bank transactions are conducted in line with the laws of Islam.
Under the concept of Islamic finance, loans cannot be a source of profit, and interest charges are banned. Lending cannot be used as a form of commerce. Money can be used as capital funding to support commerce but cannot be the object of commerce. The finance awarded by the bank therefore implies that the bank itself will share in both the profits and the losses.
The minister delegate responsible for the budget, Driss Azami El Idrissi of the PJD, appears optimistic. He stressed that Islamic banks have managed to inject financial dynamism into the countries where they are established.
According to economist Mohamed Cherrafi, Islamic banking can be a good alternative, provided that a certain amount of fiscal neutrality is ensured and double taxation removed.
Islamic finance has a promising future, given that the total amount of money circulating in the sector worldwide was estimated to reach around a trillion dollars last year, he said, which was 50% higher than in 2008 and 21% higher than in 2010.
The introduction of Islamic banking will encourage saving and increase the proportion of the population with bank accounts, according to sociologist Samira Kassimi.
“It’s time to set up financial tools to meet the needs of all Moroccans,” she said. “We have to instil a new spirit of economic competition which fits both their culture and religion.”
While some people don’t see the value of setting up Islamic banks, others are anxious to see them open.
Religion should not be used as the basis when considering banking products, opined managerial assistant Souad Bourji. The world has moved on, and the public must choose the products most suited to them, be they Islamic or traditional, she said.
Teacher Rabiae Chennaoui, who has been following developments in Islamic finance in Morocco for years, holds a different opinion. “My religious convictions do not allow me to take out a loan. And the alternative products being offered by the banks are too expensive. I’m waiting for Islamic banks to be set up so that I can put my plans into action,” he said.
This content was commissioned for Magharebia.com.

Est-ce la fin du modèle économique marocain ? | Jeune Afrique Economie |

« On doit tenir aux Marocains un discours de vérité, recommande Ahmed Lahlimi Alami, le haut-commissaire au Plan (HCP). Les réformes seront difficiles à faire passer et nécessitent un consensus national de tous les acteurs (politiques, syndicats, société civile).
Contre-performances en série, aggravation du déficit public et de la balance courante… Le Maroc risque un retour forcé au plan d’ajustement structurel façon années 1980.
« On fonce droit sur l’iceberg », résume un spécialiste marocain de la finance. Engagé dans une crise profonde inhérente à la dégradation de ses comptes publics, le royaume est en effet dans une passe décisive, où la capacité de son économie à calculer juste, à anticiper et à manoeuvrer assez tôt sera déterminante s’il veut amortir le choc et éviter le naufrage.
Avant la crise financière de 2008, le Maroc faisait figure de bon élève, avec un endettement maîtrisé, un faible déficit budgétaire et un équilibre de sa balance courante. Ce n’est plus le cas. Aujourd’hui, le prix du baril plombe la balance commerciale, les recettes touristiques s’érodent, les réserves de change s’amenuisent, la dette publique augmente, les déficits courants et budgétaires se creusent… Pour achever le tableau, la baraka n’est même plus là. La mauvaise pluviométrie va entraîner cette année une baisse de 42,8 % de la production céréalière.
Revue à la baisse, la croissance ne devrait pas dépasser les 2,4 % (au lieu des 3,4 % annoncés fin mai et des 4,2 % de la loi de finances, en mars) contre une moyenne de 5 % ces dix dernières années. Elle est essentiellement dopée par les investissements publics, les aides étrangères (Union européenne et pays du Golfe) et la consommation intérieure, avec une forte politique d’incitation au crédit… Un modèle qui a fonctionné avec un prix du baril à 40 dollars alors que ce dernier tourne, en moyenne, autour des 80 dollars depuis trois ans.
Contexte difficile
Le pays va donc être obligé d’engager des réformes audacieuses et de se serrer la ceinture. Déjà, la Banque centrale marocaine intervient pour refinancer les établissements bancaires privés. Le royaume pourrait également emprunter auprès des bailleurs de fonds ou sur le marché international afin de faire face aux dépenses urgentes. C’est dans ce contexte particulièrement difficile que le Parti de la justice et du développement (PJD) et ses alliés ont pris les rênes du gouvernement en janvier. Arrivés au pouvoir en surfant sur les thèmes des valeurs religieuses, de la bonne gouvernance et de la lutte contre la corruption, les islamistes ont commencé à faire sauter quelques verrous en publiant la liste des agréments de transport (celles des carrières de sable et des licences de pêche pourraient suivre), autrefois cachés.
Ils ont aussi décidé d’augmenter les prix des carburants pour être en phase avec le marché international, ce que les gouvernements précédents n’avaient pas osé faire. Des mesures certes audacieuses, mais qui ne permettront pas de donner les marges financières suffisantes pour honorer les promesses de campagne (hausse des salaires, aides aux plus démunis).
La mise en oeuvre de la régionalisation demandera également des investissements lourds. « On attend une feuille de route pour assainir les finances publiques et mettre fin aux situations de rente », explique Driss Ksikes, directeur du Centre d’études sociales, économiques et managériales (Cesem) à Rabat. Les investisseurs souhaitent que l’on améliore l’environnement des affaires en s’attaquant au système de corruption et de clientélisme pratiqué par nombre de dirigeants qui se partagent des rentes comme le foncier, l’habitat, le régime des licences et agréments divers.
Rigueur
Autre problème à résoudre, la question des retraites. Sous-financées pendant des décennies, elles doivent être profondément réformées. Rien n’est arrêté, mais les autorités devront probablement augmenter les cotisations, l’âge du départ, et élargir la base des personnes cotisantes.
Jusqu’où ira ce gouvernement ? « Je ne peux pas régler les problèmes de cinquante ans en cinq mois », déclarait en mai Abdelilah Benkirane, le chef du gouvernement. À court terme, le défi est de garantir la stabilité macro­économique en modérant les dépenses et en imposant la rigueur. Pour l’instant, les autorités ne veulent pas prononcer le mot « austérité » et ont tendance à minimiser, voire à nier, les réelles difficultés du pays. Beaucoup craignent un retour forcé au plan d’ajustement structurel (PAS) des années 1980, une période douloureuse.
À son accession au trône, en juillet 1999, Mohammed VI avait pourtant trouvé une situation assainie. Ce qui lui a permis de lancer de grands chantiers portés par de nouveaux ministres – quadras dynamiques aux têtes bien faites – dans les infrastructures, le tourisme, l’industrie, l’immobilier, les banques et les services. Une politique dépensière mais qui a donné des résultats. En dix ans, le pouvoir d’achat des Marocains a doublé. Le pays a fait une entrée de plain-pied dans le monde de la consommation, dont les grandes enseignes (McDonald’s, Carrefour, Metro) sont les vitrines.
Nouveaux débouchés
Aujourd’hui, ce modèle, calqué sur celui de l’Espagne, s’essouffle. « Il faut réorienter la politique économique vers l’industrie, un secteur à forte valeur ajoutée qui, au Maroc, ne pèse que 15 % du PIB, contre plus de 22 % en moyenne dans les pays émergents », précise un industriel français. Il s’agit donc d’attirer de grands groupes, comme Renault à Tanger, Safran, Bombardier ou Airbus à Casa, qui créent dans leur sillage une multitude d’opportunités pour des sous-traitants. Mais pour être vraiment attrayant, il faudra que le royaume gagne en compétitivité. Le coût du travail et les charges sociales sont élevés pour un pays émergent, l’acquisition de foncier est compliquée et onéreuse.
Pour trouver un nouveau souffle, nombreux sont ceux qui appellent aussi à accélérer la réforme agricole, avec la mise en place de pôles agro-industriels, et à poursuivre les politiques de diversification des partenariats économiques vers l’Afrique subsaharienne et les pays du Golfe. La crise européenne doit être l’occasion de chercher de nouveaux débouchés. En une décennie, les échanges avec le Vieux Continent ont baissé de dix points.
« On doit tenir aux Marocains un discours de vérité, recommande Ahmed Lahlimi Alami, le haut-commissaire au Plan (HCP). Les réformes seront difficiles à faire passer et nécessitent un consensus national de tous les acteurs (politiques, syndicats, société civile). » Les autorités n’ont pas d’autre choix que de réussir. Depuis deux ans, les grèves sont quasi-hebdomadaires et la jeunesse se cherche un avenir. La moitié des 15-30 ans, qui représentent 30 % de la population et 44 % de celle en âge de travailler, n’a ni emploi ni cursus scolaire en cours. Une vraie bombe à retardement sociale.
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